giovedì 9 giugno 2022

"Terra". Non è l'avvistamento dell'America ma il nome del nuovo calice del Consorzio dell'Alta Langa. Che unisce i produttori di spumanti classici piemontesi. Docg

 

Foto di Antonio Perrone

“È stato presentato ufficialmente...brrr...il nuovo calice istituzionale...brrr...”. Ufficialmente? Istituzionale? Un calice? Ci sarebbe di che scapparsene via subito. Però. Però. Guardate anche voi. A me sembra bello, molto bello con quelle sfaccettature basse che insinuano una forma triangolare alla base del bevante. Insomma, “a me mi” piace. Si tratta del nuovo bicchiere Terra per lo spumante Alta Langa, voluto dall’omonimo Consorzio, un metodo classico tipico del Piemonte, dal disciplinare severo e che sta conoscendo un piccolo boom (la produzione è limitata), grazie alla qualità effettivamente alta di tutta la produzione (per saperne di più sull’Alta Langa vedere per esempio: https://ilmoncalvini.blogspot.com/search/label/Alta%20Langa , post de Il MoncalVini, sotto il capitolo dedicato a Gancia; o, ancorahttps://ilmoncalvini.blogspot.com/search?updated-max=2022-03-18T13:13:00%2B01:00&max-results=10, sotto il capitolo dedicato a  Enrico Serafino).

Terra è stato progettato da Italdesign e realizzato da Collevilca. Racconta Giampiero Brogi, maestro del cristallo di Collevilca: ”La particolarità del design sta soprattutto nella forma triangolare del bevante. Questa forma rende necessario soffiarli in un apposito stampo in ghisa che abbiamo lavorato per renderlo identico al disegno originale.  Dal nostro forno pieno di cristallo fuso, rigorosamente senza piombo, il maestro vetraio, con una canna di acciaio lunga circa un metro e mezzo, preleva la giusta quantità di materiale, ruotando la canna come si fa con lo zucchero filato, poi passa questo materiale a un altro vetraio che prepara la massa, soffiandola, dandole un abbozzo di forma per farla entrare nello stampo. 


La zona di produzione dell'Alta Langa Docg

"Nello stampo il materiale incandescente viene soffiato a fermo, con leggerezza. Nello stesso momento, altri due mastri vetrai stanno stampando il gambo e il piede del calice. Un quinto si occupa di iniettare attraverso lo stampo del gambo e del piede il cristallo per il congiungimento: cinque persone lavorano contemporaneamente per realizzare un calice.

Appena il calice è leggermente raffreddato viene staccato dalla canna e messo in forno, dove passa dai 480 gradi della lavorazione alla temperatura ambiente nel giro di 5 o 6 ore. Una volta uscito dalla tempra, il calice va rifinito, a partire dal taglio della calotta superiore; va quindi molata la giunzione, poi il bicchiere deve essere levigato con nastri sottilissimi, quindi viene lucidato. Segue la fase della selezione (tra i diversi passaggi si arriva a una percentuale di scarto pari al 30%), l’apposizione del logo.
Prima del confezionamento, il lavoro su ognuno di questi calici richiede - escluse le lavorazioni a freddo – almeno 12 minuti. Cinque persone al lavoro contemporaneamente su ogni calice; se ne realizzano non più di 20 ogni ora”.
Info. Caratteristiche del calice Terra: altezza: 22,5 cm; diametro bevante: 6,5 cm; capacità: 30 cl.
Progettazione: Nicola Guelfo (Head of Industrial Design) e Riccardo Matera (Industrial Designer) – Italdesign. Realizzazione: Collevilca.
Consorzio Alta Langa, piazza Roma 10, Asti, tel. 0141.355066, www.altalangadocg.com

giovedì 2 giugno 2022

Torna la guida de Le Soste e supera quota 100 con 14 nuovi ristoranti. Tutto il meglio d'Italia in un turbinare di piatti golosi. Come la Bagna cauda coi ricci di mare

 

I vincitori del nuovo Premio Le Soste Milano: 3° da sinistra, Antonio Santini per la ristorazione e Carlo Petrini per la divulgazione; 2° da destra,
il presidente de Le Soste Claudio Sadler e 3° Angelo Gaja, per la produzione enologica
. Al centro, la chef Nadia Santini.


102 ristoranti d’alta (e spesso cara) cucina. Con 14 nuovi soci. Torna la guida de Le Soste 2022 nell’anno del quarantennio dalla fondazione, il 1982. Grandi cucine? Beh sì. C’è molto del meglio della ristorazione italiana ne Le Soste, dal Piazza Duomo ad Al Sorriso, da Cracco a Enrico Bartolini e Sadler (presidente dell’associazione), da Casa Perbellini all’Osteria Francescana, da La Pergola al Reale, da Don Alfonso al Duomo, dall’Alain Ducasse di Monaco al Principe Leopoldo di Lugano. Impossibile enumerarli tutti, eppure il merito della guida non sta tanto, forse, nell’annoverare i grandissimi, quanto nel far scoprire locali noti nel loro territorio ma meno nel resto d’Italia.

Nel volume (MV Edizioni, 270 pagine, 19 €, acquistabile presso i ristoranti dei soci, a volte dato in omaggio, e comunque consultabile sul sito https://lesoste.it) a ogni locale sono dedicate due pagine, con foto dello chef e di un piatto, più una scheda pratica negli indirizzi finali. Descrizioni accurate, spesso auliche, ma che comunque danno conto di un’atmosfera, di un attaccamento alla regionalità, di uno stile gastronomico e di sala, della biografia dei personaggi. Peccato manchino due indicazioni, forse troppo prosaiche: quella del prezzo, e – presente solo a volte - quella dei piatti (a parte quello fotografato).

Daremo parziale rimedio nelle righe seguenti, elencando innanzitutto le 14 new entry e focolizzandoci su 4 di queste, che invece danno esempio delle loro preparazioni culinarie.

Ecco le novità, dal Piemonte alla Sicilia.


La Madernassa di Guarene (Cuneo); Il Cantinone di Madesimo (Sondrio); Lido 84 di Gardone Riviera (Brescia); Andrea Aprea di Milano; Umberto De Martino di S. Paolo d’Argon (Bergamo); 12 Apostoli di Verona; Piastrino di Pennabilli (Rimini); Enoteca Pinchiorri di Firenze; Aminta di Genezzano (Roma); Le Colline Ciociare di Acuto (Frosinone).

E ancora.


Il Piccolo Principe di Viareggio (Lucca) è all’interno del Grand Hotel Principe di Piemonte. La cucina è diretta da uno chef...campano, Giuseppe Mancino. Ebbene sì, eppure la cucina stupisce per l’estensione territoriale e creativa dell’ispirazione. Così il Sushi toscano  (foto qui sotto) è in realtà una battuta di manzo affumicato, tagliato al

coltello, con tartufo di stagione, pecorino e rucola selvatica. Fra gli altri piatti: Triglie di scoglio; Ricco risotto di mare con ostrichegamberi rossi e ricci; Anatra laccata al tè con sedano rapa e albicocche; Pluma di maiale iberico con ostriche e scalogno caramellato
Indirizzo: Piazza G. Puccini 1, Viareggio, tel. 0584.4011, www.ristoranteilpiccoloprincipe.it

Prezzo: 150-230 €.


Pipero di Roma, dalle sale sofisticate, “lo stellato più cosmopolita della città”, secondo la guida, ha anch’esso uno chef campano, Ciro Scamardella, che prepara piatti saporosi, anche “vulcanici” (!). Fra essi il Tagliolino peperone giallo e miso (foto a sinistra); e gli iconici Carbonara; Risotto burro e alici; e le Crêpes Suzettes preparate in sala sul gueridon.


Indirizzo: Corso V. Emanuele II, 250, Roma, tel. 06.68139022, www.piperoroma.it . Prezzo: 130-210 €.




Shalai (in dialetto siciliano “gioia piena”) è un boutique hotel non lontano da Taormina, ma a 650 m. d’altitudine, sull’Etna. Lo chef Giovanni Santoro propone un menu di sapori isolani e mediterranei. Fra i piatti di pesce: Rombo ad alta quota (fritto con maionese all’aringa dorata, tartufo bianchetto e finocchietto); e Matrioska, spaghettone artigianale al nero, riccio fresco, salsa ai cipollotti e tagliatella di seppia. Carne: A punta di coltello (foto a destra) è fatto con carne di vitellina tagliata appunto a coltello con fonduta di formaggi siciliani e bacche di ginepro affumicata agli aghi di pino; Piccione in due cottureCube roll di manzo scottato con verdure al barbecue e salsa alla senape e miele d’arancio.

Indirizzo: Via G. Marconi25, Linguaglossa (Catania), tel. 0956.43128, www.shalai.it .

Prezzo: 100-130 €.


Signum, hotel e ristorante, si trova alle Eolie, nell’isola di Salina. La chef-patronne (col fratello Luca) è Martina Caruso, che propone una cucina “originale, fresca e delicata, assolutamente femminile”. Sorprende, fin dal nome, la Bagna cauda coi ricci di mare crudi (foto a sinistra); piacciono i Mezzi paccheri con totano, tumapersa e bieta; intriga la Murena alla brace.

Indirizzo: Via Scalo 15, Malfa Salina (Messina), tel. 090.9844222, www.hotelsignum.it .

Prezzo: 110-160 €.

venerdì 20 maggio 2022

Dai Chocolate chip cookies di Ruth all'Extrême cookie cone di Froneri, un gelato che s'innova partendo dal basso. E cioè dal cono

 


“Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino dell’industria”. Parola di Luigi Veronelli, di qualche decennio fa. Un aforisma poi parzialmente smentito negli anni successivi, ma tant’è. Parafrasando Veronelli, possiamo dire che il peggior gelato artigianale è migliore del miglior gelato industriale? Forse. Dipende. È questione di opinioni...Ma, che tifiamo a oltranza per l’uno o per l’altro o che, a seconda delle circostanze, scegliamo a volte l’uno a volte l’altro, una cosa sembra certa. Il 94% (!) degli italiani – secondo la Ricerca BVA Doxa-Froneri (maggio 2022) – consuma gelato confezionato regolarmente, e il 31% anche fuori stagione.
Il momento migliore per gustarlo è in famiglia, secondo il 43%, con il partner per il 20% e per il 22% addirittura da soli (come coccola personale). 
Sorprendente appare che per il 41% il gelato dev’essere goloso e accattivante nell’aspetto, sorprendente cioè che ci sia un 59% che sembra dissentire: forse lo preferisce di gusto piatto e aspetto trasandato? Comunque sia, un altro dato balza gli occhi: il cono è il formato preferito, con una maggioranza del 53%.
Forti di questi numeri, quelli della Froneri (seconda azienda a livello globale del comparto) hanno pensato di lanciare 4 nuovi prodotti, innovando non tanto sul côté gelato, ma su quello del cono. 
I coni sono per lo più fatti con pasta di wafer. Da Froneri hanno invece pensato di cambiare questo contenitore commestibile, di renderlo più goloso e “robusto”, insomma d’attirare l’attenzione del consumatore gourmet non solo sul gelato vero e proprio ma anche su un nuovissimo cono, anzi una sorta di crossover tra la categoria dei coni e quella dei biscotti-gelato. 

Ed ecco l’invenzione e il lancio, in Italia da questo mese ma già testato in vari altri Paesi con esito estremamente positivo – sostengono - dell’Extrême Cookie Cone, realizzato appunto con un croccante cookie. I chocolate chip cookies sono burrosi biscotti tondi con gocce di cioccolato, resi famosi nel mondo

anche da tanti film americani (pare li abbia inventati verso la fine degli anni Trenta Ruth Graves Wakefield (foto a fianco) nel suo lodge turistico di cui era anche cuoca, il Toll House Inn di Whitman, nella contea di Plymouth in Massachusetts). 

Visto che stavano innovando sul lato cono, per il gelato si sono attenuti a 4 gusti classici: panna, vaniglia e caramello, nocciola e pistacchio, sia pure arricchiti da un top di scaglie di cioccolato, pezzettini di frutta candita e vari altri ammennicoli golosi.

Il lancio sarà in pompa magna. Anzi è già iniziato. Spot Tv, canali digital, social, influencers, campagna di affissioni da Milano a Bari, da Napoli a Roma e Torino. Spot Tv pazzo, quello dell’agenzia inglese Droga5, An Extreme night in, con acrobazie e coreografie aeree al ritmo di Cherry Bomb, un brano del 1977 delle scatenate The Runaways. 

Ma come presentare alla stampa il nuovo cono che, per quanto “rivoluzionario” pur sempre cono è? Raccontarlo e farlo assaggiare? Sic et sempliciter? No certo. Quelli del marketing hanno pensato di organizzare una cena. Speciale. Così hanno lasciato briglia sciolta a un asso della ristorazione milanese, quel Tommaso Arrigoni che porta da anni una stella Michelin accanto alla sua insegna Innocenti Evasioni. E lui si è scatenato. 

Come entrée ha presentato una birra weiss con accanto un uguale bicchiere di zuppetta di pane e spuma di mozzarella di bufala, simili dunque alla vista (il tema era appunto il pane, la zuppa della nonna). Anche se forse ha poco senso, tentiamo di dare un voto a piatti e abbinamenti. Dunque, qui: 7+

Arrivano poi in tavola a ciascun commensale sacchetti firmati Kenzo oppure Dior, o Gucci, con dentro una...scarpa da donna. La si estrae dal sacchetto, è un bellissimo e enorme “tacco 18” di ceramica, dentro al quale è collocata una crema di asparagi con gamberi e Katsuobushi (tonnetto fermentato e affumicato. Foto a destra). Voti: presentazione 9; cibo 8 (il tema, ça va sans dire, era la moda milanese e internazionale).

È seguita una "pizza"...milanese: omaggio appunto a Milano, con una base di risotto giallo al salto (foto sotto a sinistra) completata da elementi culinari regionali, da una crema di Fontina valdostana a un ricco ragù bolognes-meridionale, dai pomodorini al basilico fritto. Perfettamente abbinamento con un Collio bianco Riserva 2017. Voti: 8,5 al piatto e al vino.

Infine, un secondo di pesce: seppie (molte tenere, forse troppo, nonostante il procedimento speciale vantato dallo chef) con bietole, accompagnato dal vino precedente, salsato col nero di seppia. Voto: 7.

Prima del “dolce”, un sorbetto. Ma solo olfattivo. Si scoperchia un barattolino e si annusa: si sprigiona, a parere di chi scrive, ma forse sbagliando, un odore di zenzero e bergamotto: originale, buono e illusoriamente digestivo. Voto: 8+


Una musicassetta (sì proprio quella della musica registrata che trionfò fra i Sessanta e i Novanta del secolo scorso) costituisce il dessert, dolce mousse di cioccolato con un gel di albicocca, abbinato uno spumante rosé del Lazio, un Moscato completato da un 5% di Aleatico. Voto: 9 a tutt'e due. 




Così introdotti al gran finale, arriva trionfalmente, capovolto su un piattino elegante, il gelato, anzi l’Extrême Cookie Cone. E che voto volete dargli, dopo tanto sforzo e sfarzo? 10.

Info. Extrême Cookie Cone, 2,40 € l’uno nei bar. Nei supermercati, confezione da quattro, 5,50 €.




domenica 10 aprile 2022

Il Prosecco tocca il fondo. Eppure piace anche così. Conegliano Valdobbiadene Superiore al vertice della qualità. E presto della sostenibilità ambientale


Il paesaggio delle colline di Conegliano Valdobbiadene con i ciglioni, terrazzamenti che si appoggiano non su muretti
in pietra ma su terra inerbita, preferita perché contribuisce alla solidità dei versanti e riduce l'erosione del suolo.

Col fondo? Col cavolo! Chi se lo beve un vino torbido? Eppure il Prosecco una volta era fatto così, rifermentato in bottiglia ma senza espulsione dei lieviti esausti, che poi tanto esausti non erano visto che “lavoravano”. E lavorano tuttora per circa 90 giorni in una versione riconosciuta di recente anche dalla Denominazione d’origine controllata e garantita (Docg) del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore. Come dire il vertice della scala qualitativa del Prosecco. 

Certo, si tratta di meno dell’1% della produzione, con consumo prevalentemente locale (o comunque in loco da parte di estimatori esterni alla zona), ma con qualche interessante proiezione italiana e internazionale. Tecnicamente, non essendovi aggiunta alcuna di zucchero, è un brut nature, quindi completamente secco. E se le caratteristiche note di mela sono qui ridotte al lumicino, si fa largo invece la crosta di pane, dovuta ai lieviti. Il tutto avvolto in un colore giallo-limone torbido, che rivela un’inaspettata briosità nel bicchiere, dal cui fondo si dipartono bollicine finissime.  

“Col fondo”, che è la dizione tradizionale, non piaceva però agli esperti di marketing del Consorzio di tutela, che l’hanno trasformato in “sui lieviti” (foto qui sotto), un quid di internazionale, se pensiamo ad alcuni vini francesi definiti

in etichetta già da tempo “sur lie”. Fresco e grintoso, con la sua simpatica ruvidità accompagna bene salumi (Luganega trevisana, Soppressa vicentina, Brasolara – una soppressa con lonza di maiale al centro), formaggi saporiti (Asiago d’allevo, Montasio stagionato) e alcuni piatti tradizionali veneti, come le sarde in saôr e il bacalà (il nome veneto dello stoccafisso).

Ma come s’inserisce il Prosecco di Conegliano Valdobbiadene sui lieviti, nel panorama ben più ampio del Prosecco italiano? La piramide della qualità vede alla base il Prosecco Doc, che può essere prodotto tanto in Veneto quanto nel confinante Friuli, in 9 province. Comincia a restringersi verso l’alto con il Prosecco di Treviso Doc e sale di qualità con l’Asolo Prosecco Docg. Da qui in poi solo Prosecco Superiore Docg di Conegliano Valdobbiadene, che comprende 15 comuni. Poi, il medesimo vino, con la specificazione Rive (cioè pendici scoscese di colline, su cui insistono vigneti particolarmente vocati, di un unico comune: sono 43 in tutto, sparse sui 15 comuni). 

Al vertice, il Cartizze o meglio il Valdobbiadene Superiore di Cartizze Docg, una collina di 107 ha, baciata dagli dei per microclima, composizione dei suoli, esposizione solare, che dà luogo a spumanti complessi, profumati e che tradizionalmente appartengono, salvo eccezioni, alla categoria Dry, cioè abboccata o dolce (da 17 a 32 gr /lt di zuccheri). Si serve molto fresco (sui 6°) per mitigarne la dolcezza, su dolci a pasta secca o anche con alcuni cibi piccanti, in piacevole contrasto.

L’uva per tutti è la Glera (un tempo nota come Prosecco), che nei decenni si è rivelata la migliore, e che però in percentuali minoritarie (non più del 15%) può essere accompagnata da altri vitigni locali come Verdiso, Glera lunga e Perera.

Come nasce e viene prodotto il Conegliano Valdobbiadene (e analogamente gli altri Prosecco)?

Vendemmia prevalentemente manuale (obbligatoria per le tipologie Rive e Cartizze), non facile per la scoscesità del territorio (in alcuni casi si parla di “vendemmia eroica”), pressatura soffice in cantina (non più di 70 lt di vino ogni 100 kg d’uva), decantazione del mosto torbido in vasche d’acciaio per provocare un illimpidimento naturale, rimuovendo i sedimenti (tranne ovviamente nel caso del Prosecco sui lieviti). Si

Uva Glera
passa poi alla vinificazione con lieviti indigeni aggiunti al mosto, per due o tre settimane. 

Il vino viene quindi mantenuto alle basse temperature invernali cosicché s’illimpidisca ulteriormente con la precipitazione dei depositi. Ottenuta la base per la spumantizzazione si passa alla rifermentazione naturale non in bottiglia come nel metodo classico ma in autoclavi d’acciaio (metodo Martinotti o Charmat, o metodo Conegliano-Valdobbiadene, come amano precisare in zona), per circa 4 settimane. Ci vuole precisione estrema – ma il macchinario aiuta – per mantenere freschezza e fragranza e soprattutto equilibrio fra acidi e zuccheri, in modo da conservare intatti i preziosi profumi del Superiore. Poi la filtrazione e l’imbottigliamento per via isobarica (cioè sotto pressione, così da mantenere l’anidride carbonica sviluppatasi) e un affinamento che può durare sino a tre mesi nel vetro.

Le tipologie del Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene sono cinque. Eccole in sintesi.

L’Extra Brut può essere la più secca (zucchero, da 0 a 6 gr/lt). Asciutto ma intenso e fruttato. Abbinamenti: tartare di gamberi, altre crudité, primi piatti marini e terragni.

Brut (da 0, ma solitamente da 6, a 12 gr/lt). Risaltano i sentori agrumati, il sapore deciso, il perlage fine.

Abbinamenti: antipasti di pesce, frittata di ortiche, frutti di mare, pesce al forno.

Extra Dry (da 12 a 17 gr/lt. È la tipologia tradizionale. Sapido e ricco di aromi fruttati (mela verde e pera in primis), agrumi e fiori bianchi. Morbido ma con una certa asciuttezza dovuta alla mantenuta acidità.

Abbinamenti: bigoli con melanzane e pomodorini secchi, altre paste asciutte anche con sughi di carne, minestra di legumi, frutti di mare, carni bianche.

Dry (da 17 a 32 gr/lt). Poco diffusa, ma la più antica, con bei profumi fruttati – dalla mela verde alla pesca bianca -, in bocca risulta fresca e sapida, morbida e abboccata, da servire ben fresca.

Abbinamenti: mozzarella in carrozza, dolci a pasta secca (pinza trevigiana, pan del Doge) e cibi piccanti e speziati.

Sui lieviti (0 zuccheri). È, come già detto, il Prosecco col fondo, che non viene aggiunto di zuccheri e dunque risulta secco, torbido, ma brioso, con sensazioni olfattive anche complesse, come un’inedita crosta di pane.

Abbinamenti: salumi, formaggi, saporiti, ostriche, piatti della cucina veneta (baccalà).

 

Qualche dato sul Prosecco Docg Conegliano Valdobbiadene. Gli ettari totali a vigna sono 8712, fermi da qualche anno e non incrementabili almeno fino al 2023, poiché si ritiene di aver raggiunto un equilibrio perfetto tra popolazione che lavora e vive sul territorio e natura fatta di boschi, vallate e vigneti. Le bottiglie prodotte dalla vendemmia 2021 sono circa 105 milioni (+ 13,7% rispetto al 2020 - Il totale Doc+Docg è di circa 500 milioni di bottiglie). Valore: Sui 600 milioni di euro, + 14% circa rispetto al 2020). Export in valore: + 30%.

Il Prosecco Docg, cioè quello più pregiato, sembra dunque andare a gonfie vele, soprattutto all'estero. Uno degli atout del Consorzio è quello di riuscire a stimolare i vignaioli a una produzione sempre più in armonia con l’ambiente. In collaborazione con università e centri di ricerca ha messo in campo progetti per la salvaguardia delle biodiversità nel vigneto, della flora spontanea, dei microrganismi endofiti (risiedono dentro le piante ma non provocano malattie, anzi sono utili). 

Si punta già da un decennio e per l’immediato futuro su valori di sostenibilità e qualità. Per esempio, con pratiche agronomiche che mantengono l’equilibrio tra vite e suolo, in modo che quest’ultimo rimanga fertile e quindi riducendo progressivamente l’uso dell’azoto di origine chimica a vantaggio di quello organico. E riducendo i pesticidi (il glifosato è già stato escluso in tutta la zona, la più estesa d’Europa ad abolirlo). Già la metà degli aderenti al Consorzio a fine anno rispetteranno il protocollo Sqnpi, il sistema di qualità di produzione integrata, che con il biologico e vari tipi di lotta integrata permette di ridurre drasticamente l’uso di pesticidi e prodotti chimici. S’intende continuare a diffondere ogni anno 1 milione di api nei vigneti (oggi siamo a 6 milioni), istituendo La via delle api lungo le colline di Conegliano Valdobbiadene (che fra l’altro sono anche Patrimonio dell’umanità – Unesco). 

Insomma, il lavoro per il futuro non manca. Quanto al presente in bottiglia e nel bicchiere fin dai prossimi giorni, la vendemmia del 2021, dicono al Consorzio, è stata tormentata, con mesi primaverili come aprile e maggio più freddi rispetto alla media trentennale e caratterizzati da eventi meteo estremi. Ma a giugno la situazione si è aggiustata con il caldo, a parte qualche grandinata. A luglio un po’ di pioggia e finalmente con agosto e settembre si è avuta una buona e completa maturazione delle uve, abbastanza zuccherine ma comunque di buona acidità, perfette per il vino-base degli spumanti.

 

Ma ecco, scelto fra le novità presenti al Vinitaly di Verona (dal 10 al 13 aprile) un esempio virtuoso di Prosecco, dedicato ai ventenni che si accostano, magari per la prima volta, al mondo delle bollicine.

Fosélios (dal greco phos, luce, ed elios, sole) è dunque un Prosecco di Valdobbiadene Superiore Docg brut, dell’annata 2021. È prodotto da Follador, una casa vinicola che inalbera orgogliosamente in etichetta la data del 1769 come anno di fondazione. 100% da uva Glera, coltivata a Valdobbiadene su terreni argillosi e calcarei a un’altitudine che varia fra i 220 e i 280 metri. La resa per ettaro è quella tradizionale di 135 q.li. Interessante la produzione del vino-base, che adotta il Metodo Gianfranco Follador (registrato), un’elaborazione del sistema Krios in base al quale le uve appena pigiate confluiscono in un macchinario che ne riduce la temperatura con abbattimento dell’ossigeno. Una criomacerazione dunque per un vino che sarà
al tempo stesso più fresco e strutturato. Il resto del procedimento è quello consueto della presa di spuma in autoclavi d’acciaio secondo il metodo Martinotti o Charmat (lungo). La spumantizzazione tramite i lieviti selezionati dura fino a 30 giorni con una sosta poi di alcuni mesi a 0°, sempre sui lieviti, prima della filtrazione finale.

Il colore è un giallo paglierino brillante con nuance verdoline. Al naso, fruttato con le fragranti note di pera e mela verde su un fondo floreale. In bocca, fresco, secco ed elegante, cremoso ed equilibrato.

Abbinamenti: aperitivo; antipasti di verdure e di mare, involtini di pesce sciabola (con un un trito di olive, cipollotto, capperi, pinoli e pistacchi).

Prezzo: 15,20 € la bottiglia (col cilindro contenitore 18,90 €).

 

Info. Consorzio di tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, piazza Libertà 7, Solighetto, Pieve di Soligo (Treviso), tel. 0438.83028, www.prosecco.it . Al Vinitaly: Pad. 8, stand i2-i3.

Follador, via Gravette 42, Col San Martino (Treviso), tel. 0438.898222, www.folladorprosecco.com 

Al Vinitaly: Pad. 5, Stand F5.

sabato 26 marzo 2022

La love story del Sole e dell'Alba e quella di Sergio e Gabriella. Leggenda e belle realtà. Grandi protagonisti l'Erbaluce e l'azienda vitivinicola Santa Clelia

Sergio e Gabriella Dezzutto sotto le loro vigne a pergola di Erbaluce

Nella notte dei tempi il Sole e la dea Alba si amarono sul bric più elevato delle colline che circondano Caluso e da loro nacque la bellissima ninfa Albaluce. Ne furono affascinati anche gli uomini, che la riempirono di doni sino a finire completamente messi e raccolti. Dovettero allora deviare il corso del lago prosciugandolo per tentare di fertilizzare i terreni, ma l’opera si risolse in un disastro. L’acqua male indirizzata travolse tutto provocando centinaia di morti. Allora Albaluce, presa da un gran dolore, scoppiò a piangere e le sue lacrime, cadute al suolo, fecero nascere grappoli bianchi e dolci di un’uva tosto chiamata Erbaluce. 
Un balzo di millenni per arrivare all’anno 2000 per un’altra storia d’amore, senza morte per fortuna, quella tra Sergio Dezzutto e Gabriella Piras. Fino ad allora, lui informatico a Ivrea e poi Milano, lei gelatiera a Mazzè. Stanchi di una vita cittadina e soprattutto amanti del buon vino, decidono nel 2000 di fare il grande passo: acquistano l’azienda agricola Santa Clelia, rimpiantano vigneti, rifanno la cantina, acquistano nuove attrezzature e si lanciano nell’attività di vitivinicoltori. Con successo.
Grappoli di Erbaluce
Fra la leggenda di Albaluce e l’attualità dell’azienda vitivinicola Santa Clelia corre comunque una storia di fatica, lavoro e valorizzazione di un vitigno rimasto nei secoli orgogliosamente autoctono. Forse il primo a citarlo nell’età moderna, fu
Giovanni Battista Croce, non un agronomo ma un gioielliere di casa Savoia, però colto wine lover, che seguiva con passione la coltivazione di una sua vigna sulla collina torinese. Il quale, in un volumetto del 1606, Della eccellenza e diversità dei vini Che sulla Montagna di Torino si fanno E del modo di farli, scrisse che “Elbalus è un’uva bianca detta Albaluce perché biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio o sia scorza dura, matura diviene rostita e colorita”.
Proprio così. Le bucce delle uve, allevate col un locale sistema a pergola, almeno da chi rispetta la tradizione, danno acini dalla buccia spessa, ricchi di polifenoli e di acidità. Caratteristiche che, se ben sfruttate, facendo risaltare l’una o l’altra peculiarità, danno luogo a vini diversi ma congrui alla destinazione finale (versioni ferme o passite o spumantizzate), con risultati spesso eccellenti.
Siamo all’Erbaluce contemporanea, vino che è stato tra i primi in Italia a ottenere la Doc (1967), mentre nel 2010 è passato alla più severa Docg. 
Vino uno e trino. L’uva è sempre la medesima, appunto l’Erbaluce di Caluso, ma le versioni si sono moltiplicate: alle tradizionali costituite da vino bianco secco e ambrato passito dolce si è aggiunto lo spumante metodo classico, cioè con rifermentazione in bottiglia (in tutto, circa 1,2 milioni di bottiglie). A testimonianza della versatilità dell’uva.
Caluso è la località del Canavese attorno alla quale si trovano principalmente le vigne di Erbaluce. Il vigneto canavesano contempla anche uve nere che confluiscono nell’ampia Doc Canavese Rosso; si estende su 245 ettari di colline con suoli morenici (formati cioè dai detriti lasciati dai ghiacciai in ritirata nell’era pleistocenica (da oltre 1 milione a circa 700mila anni fa; per saperne di più: www.erbalucecarema.it/il-territorio ). 
La duttilità dell’uva Erbaluce è tale che che ormai quasi tutti i vitivinicoltori producono le tre versioni, oltre ai rossi canavesani, che però avendo delle regole Doc un po’ troppo permissive, risultano essere vini anche molto diversi fra loro e in ultima analisi poco riconoscibili. In quest’ultimo caso occorre assolutamente saper scegliere il produttore.
Santa Clelia è una piccola azienda agricola e vinicola, meno nota di altre, che hanno magari una storia più lunga (fra le migliori, Cieck, Ferrando, Orsolani, Pozzo). Eppure, è un esempio di come in una terra baciata dagli dei e dalle ninfe, agendo bene, con intelligenza e onestà, si possano conseguire eccellenti risultati qualitativi.
Sulle colline moreniche fra Mazzè e Caluso i Dezzutto hanno piantato a partire dai primi anni 2000, su terreni in parte sabbiosi, che quindi favoriscono il drenaggio delle acque, in parte argillosi, quindi ricchi di elementi nutritivi, con ciotoli utili a mitigare sbalzi termici eccessivi, le nuove vigne di Erbaluce (75%), con l’aggiunta di alcuni filari di uve rosse (25%), principalmente Barbera, Freisa e Bonarda (Bonarda canavesana, da non confondersi con quella dell’Oltrepò pavese). 
Appassimento delle uve
La forma di allevamento è la Pergola canavesana, molto antica, particolarmente adatta all’Erbaluce che, crescendo rigogliosa, ha bisogno di spazio. Questo sistema, denominato anche alteno canavesano, prevede ramificazioni ad almeno 1 m. da terra, con lo sviluppo dei tralci su una struttura portante a pergola. Una tecnica che in tempi moderni non permette grandi rese dell’uva in vino, ma favorisce invece la qualità. Le rese per ettaro dell’uva Erbaluce da Santa Clelia sono comunque inferiori ai limiti del Disciplinare di produzione (110 q.li), abbassandosi qui a 80-85. Inoltre la coltivazione dall’anno 2018 è anche ufficialmente biologica.
Il numero delle bottiglie prodotte può variare di vendemmia in vendemmia, ma si aggira intorno ai 50mila pezzi.
Arrivando dalla strada di Regione Rossana, a un paio di km da Caluso, fra i boschi di gaggìe e querce, appare sulla sinistra lo spiazzo, la casa di abitazione e il capannone-cantina dei Dezzuto. Sulla destra un boschetto che s’inerpica fino a raggiungere gli appezzamenti coltivati a vigna. Su un lato della corte, come al coperto, tini in acciaio per la fermentazione e la conservazione dei vini. Nel capannone, oltre ai vasi vinari e alla linea di imbottigliamento, in posizione elevata quasi sotto il tetto, il solé (ovvero il solaio, in piemontese), però aperto su tre lati, l’ambiente in cui vengono messe ad appassire le uve selezionate per dar luogo appunto al vino passito.
Sempre nel grande capannone è stato ricavato una sala coperta per le degustazioni. Il tutto ha un’aria rustica però nello stesso tempo efficiente. Il patron del resto sviluppa il racconto del suo vino con bonomia ma con padronanza tecnica eculturale. E gli assaggi sono guidati senza inutili orpelli e paroloni eccessivi, più con lo scopo di illustrare che di vantare domum suam.
Ecco allora il taccuino della degustazione.

Ypa, Erbaluce di Caluso Docg 2020


Il nome del vino è quello di una diabolica quanto leggendaria strega e regina che avrebbe regnato nel Canavese e che un brutto giorno avrebbe fatto scavare un nuovo letto per il fiume Dora, deviandolo in maniera devastante verso la zona di Candia e Mazzè (dove è ubicata Santa Clelia), e dove effettivamente si trova tuttora uno specchio d’acqua notebole come il Lago di Candia. Per produrre l’Ypa vengono selezionate uve dai vigneti con la migliore esposizione solare. Pigiatura soffice, lieviti selezionati per innestare la fermentazione, lunga permanenza sulle fecce fini (almeno 4 mesi), in modo da porre in risalto i profumi e i sentori più tipici.

Il colore è giallo paglierino con qualche riflesso verdolino; profumo fine, con sentori di fiori di campo e pompelmo. Sapore secco, fresco, sapido, con finale leggermente ammandorlato.

Abbinamenti: da aperitivo; risotto con le rane, frittate di verdura, fritture di pesce.

13,5°. 12mila bottiglie. Prezzo: 9 € la bottiglia.

 

Essenthia, Erbaluce di Caluso Docg 2020 (annata pressoché esaurita. La 2021 esce a metà aprile).

Le uve sono selezionate in vigna allo stesso modo dell’Ypa, ma in cantina vengono in parte sostituite le filtrazioni sterili con una lavorazione particolare (evitando così una parziale perdita aromatica). Il risultato è un vino più ricco e complesso.

Il colore è paglierino carico con qualche guizzo dorato; profumo fine, persistente, con aromi di pesca e agrumi (mandarino); in bocca strutturato, quasi morbido eppure di buon nerbo, elegante, con finale ancora sapido e lungo.

Abbinamenti: frutti di mare, sagne ’ncannulate (tagliatelle salentine ritorte) con vongole e bottarga, risotto al coregone e Erbaluce, filetti di spigola all’acqua pazza.

13°. 9mila bottiglie. Prezzo: 11 € la bottiglia.

 

Rigore, Erbaluce di Caluso Docg 2011, spumante metodo classico brut 

Il vitigno ovviamente è sempre l’Erbaluce in purezza, coltivata anch’esso biologicamente. Fermentazione alcolica in vasche d’acciaio e maturazione per due anni a temperatura controllata, poi imbottigliamento e sosta sui lieviti per la presa di spuma di 60 mesi.

Sboccato a inizi 2021 (la sboccatura viene fatta progressivamente per partite).

Bollicine fini, fontanella persistente; colore giallo paglierino; profumo fine, caratteristico, note agrumate e di pasticceria; vena gessosa. Elegante, sapido, generoso, di buona persistenza.

Abbinamenti: da aperitivo; crudité marine, spaghetti del frate (con la trota), frittura di paranza, gamberoni in tempura.

12,5°. 5mila bottiglie. Prezzo: 18 € la bottiglia.

 

Palère, Canavese Rosso Doc 2019


Uve Barbera (60%) più Freisa (20%) e Bonarda (20%), allevate a filari concorrono alla composizione di questo rosso, miscelate prima che s’inneschi la fermentazione. Il mosto rimane nei tini d’acciaio sulle bucce da 5 a 7 giorni, poi si svina e si lascia riposare il vino fino a primavera, quando viene imbottigliato. L’affinamento nel vetro prosegue per almeno 3 mesi prima dell’immissione in commercio.
Ha colore rosso rubino intenso, tipici profumi di frutta rossa (susina, mirtillo, anche marasca). In bocca secco, fresco, strutturato, tannino morbido e finale fruttato.

Abbinamenti: salame di patate, tofeja canavesana (è una pentola in coccio che dà il nome al piatto in cui cuociono a lungo cotenne di maiale, fagioli borlotti e vari “odori”), lasagne al ragù, grigliate miste di carne, bollito, formaggi di media stagionatura.

13,5°. 5mila bottiglie. Prezzo: 6,50 € la bottiglia.

 

Rox, Canavese Rosso Doc 2017


Questo vino, il cui nome deriva da quello della zona in cui viene prodotto, Rossana, è un po’ la riserva del Palère, essendo fatto con le stesse uve, ma ancor più selezionate e nelle medesime proporzioni. La differenza sta nella maturazione nel legno dei tonneau da 500-700 litri, che dura 3 anni, poi il vino si affina in bottiglia per 6 mesi.
Il colore è un rosso rubino tendente al granato; profumi di frutta rossa matura (lampone). Sapore asciutto, caldo, giustamente tannico, fresco con piacevoli note speziate.

Abbinamenti: supa mitonà (brodo, pane e formaggio oppure salsiccia), stracotto di lepre o cinghiale, coniglio alla canavesana, caponet (involtini di cavolo ripieni di carne).

14°. 4mila bottiglie. Prezzo: 12 € la bottiglia.

 




Dus, Caluso passito Docg 2012


Alcuni dei migliori grappoli di Erbaluce vengono riservati per il Dus (dolce, in piemontese). Dopo la vendemmia, in settembre, vengono stessi su graticci nella passitaia e vi rimangono fino al marzo successivo. Vanno sorvegliati attentamente perché se possibile non vengano attaccati da muffe indesiderate, mentre è gradito l’avvento della Botrytis cinerea sotto forma di muffa nobile, che di solito si manifesta verso metà gennaio e donerà al futuro vino sentori particolari, attenuandone, assieme alla giusta acidità, la dolcezza. In marzo segue la schiccatura, cioè la separazione degli acini buoni dai raspi e quindi la spremitura. Dopo la fermentazione, quando il vino raggiunge i 14-15 gradi alcolici e conserva un buon tenore zuccherino, viene messo in botti di rovere dove matura lentamente per 4 anni circa. 
Colore ambrato con riflessi dorati. Profumo caratteristico di frutta secca dolce, fra cui il fico, anche sentori di dattero e miele d’acacia. Sapore pieno, dolce e vellutato, ma sapido, non stucchevole. Magnifico.

Abbinamenti: pasticceria secca (paste di meliga, biscotti della duchessa, torcetti), zabajone, ma anche formaggi erborinati e/o piccanti (Gorgonzola, Stilton, Castelmagno invecchiato).

14,5°. 3mila bottiglie. Prezzo: 22 € la bottiglia (da 37,5 cl). 


Info. Azienda vitivinicola Santa Clelia, Regione Rossana 7, Mazzè (Torino), tel. 011.9835187, cell. 328.8611581, www.santaclelia.it .

Consorzio per la tutela dei vini Docg di Caluso e Doc di Carema e Canavese, piazza Ubertini 1, Caluso (Torino), tel. 011.9833860, www.erbalucecarema.it .

Dove Mangiare 

Gardenia, corso Torino 9, Caluso (Torino), tel. 011.9832249, www.gardeniacaluso.com . 1 stella Michelin. Cucina regionale e creativa; oltre alla carta, due menu, “Territorio” (4 piatti dall’antipasto al dessert, 75 €) e “Essenze e consistenze” (4 Emozioni iniziali, più Zuppa francigena, Anguilla laccata, Piccione alla brace..., 110 €).

Al girasole, via Roma 8, Barone Canavese (Torino), tel. 011.2072005, www.ristorantealgirasole.com  Trattoria moderna, che mira ad esaltare i prodotti del territorio. Menu degustazione (4 piatti) 38 €. Alla carta (4 piatti) da 45 €. Menu lavoratori (a mezzogiorno, da lun. a ven.) 12-17 €, bevande comprese.

Dove Dormire

A casa di Giò, via Campagnette 10, Casale di Mazzè (Torino), tel. 346.3081464, www.acasadigio.com . Azienda agricola biologica e fattoria didattica, che produce frutta e miele nella campagna canavesana. Quattro camere b&b, da 50 € al giorno. 



In marrone i vigneti del Canavese nella mappa del Consorzio dell'Erbaluce (disegno grafico di Alessandro Capra).
In basso al centro la zona di Caluso col lago di Candia e, più sotto, Mazzè.




venerdì 18 marzo 2022

Riesling top: la sfida degli Alsaziani. Tre vini basic o quasi alla prova d'assaggio. Risultato? Nulla da invidiare ai famosi vini della Mosella. A prezzi contenuti

Il vigneto alsaziano

I Riesling della Mosella tedesca (regione Mosel-Saar-Ruwer) sono probabilmente i migliori al mondo, o almeno i più famosi, ma anche i cugini francesi d’Alsazia non scherzano. La rivalità è antica e destinata a proseguire. La Mosella per altro è un fiume che nasce in Francia, nel massiccio dei Vosgi, continua il suo percorso per oltre 300 km, fa poi da confine fra Lussemburgo e Germania, vi entra, gettandosi quindi nel Reno a Coblenza. Fino a non molti anni fa i tedeschi accusavano i produttori alsaziani di fare dei Riesling troppo corposi rispetto ai loro, più esili ma più “minerali”, con quei caratteristici sentori di idrocarburi che

tanto soddisfano la “weltanschauung” di certi intenditori. Poco eleganza, troppo residuo zuccherino, era l’accusa. Quanto a zuccheri residui, in quelli tedeschi ce n’è spesso in abbondanza, ma lì l’abilità sta nel bilanciarla (parlando ovviamente di Riesling secchi) con l’acidità elevata che esprime l’uva.

In realtà oggi è difficile imputare con prove gli alsaziani di fare vini sbilanciati. La verità sta sempre un po’ nel mezzo: in ambedue le zone ci sono vini meravigliosi, vini buoni e discreti, con medie qualitative elevate e punte eccezionali (e prezzi, nell’ultimo caso anche di centinaia di euro la bottiglia).

Ho assaggiato ultimamente tre Riesling alsaziani, basic o quasi, e li ho trovato buoni o molto buoni; e di prezzo umano, il che non guasta.

Ecco gli appunti di degustazione. Con qualche utile premessa. 


L’Alsazia si trova al confine con la Germania (alla quale per vicende storiche è più volte appartenuta) e 500 km a oriente di Parigi. A ovest è protetta dalla catena montuosa dei Vosgi, che riparano in gran parte i vigneti dai venti freddi, tal che il clima, almeno rispetto ad altre zone alle medesime latitudini, risulta più secco e caldo, con piogge meno serrate. È famosa per i suoi vini da uve bianche aromatiche, Gewurztraminer (che gli alsaziani scrivono senza l’umlaut, cioè la dieresi sulla “u”), Riesling e Moscato.  Ma vi si producono anche Pinot bianco e grigio, Sylvaner e Crémant d’Alsace (spumante metodo champenois) e discreti rossi da uve Pinot nero.

Stando sempre sulle generali, si può aggiungere che i terreni su cui sorgono i vigneti sono molto diversi e questo naturalmente influisce sul carattere dei vini. Gli esperti sottolineano che ai piedi dei Vosgi il terreno, di origine alluvionale, è normalmente poco adatto alla vite, mentre nel resto del territorio si hanno campi caratterizzati da marna e argilla, da cui nascono vini di buona struttura,  ma un po’ a scapito  della finezza ed eleganza che segna i vini provenienti delle terre calcaree e sabbiose. Il famoso “sentore minerale”, tanto

apprezzato dagli intenditori, è più riscontrabile nei Riesling che nascono su terre scistose e ricche di ardesia.

Tornando all’eterna contesa, la vera differenza tra i Riesling alsaziani e quelli tedeschi, secondo Romina Romano (foto a destra), country manager Italia di Famille Helfrich, un grosso proprietario di Domaine in varie zone della Francia, consiste nel fatto che «In Alsazia - contrariamente a quanto accade in Germania - lo zucchero dell'uva è completamente trasformato in alcol, dando vita quindi a vini più corposi rispetto a quelli tedeschi. E, per la maggior parte, secchi mentre quelli tedeschi si declinano su diverse quantità di zuccheri residui». 

Se c’è un fil rouge che unisce Francia e Germania nella produzione di Riesling è, per Romano, «la scelta di non utilizzare botti - se non raramente - e di evitare la fermentazione malolattica, con lo scopo di preservare il carattere di ogni varietà».

Ma ecco i tre alsaziani alla prova bicchiere.

 

Riesling Klipfel 2020

Il vino. Il via alla degustazione lo dà il Riesling Klipfel 2020, un vino “base”, da bere giovane, come del resto segnala il tappo sintetico che, appunto, non permette alcuno scambio di ossigeno con l’ambiente esterno alla bottiglia, dato che sarebbe inutile e forse dannoso mantenerla in cantina oltre un paio d’anni. 

Un vino da approccio al mondo del Riesling, di grado alcolico “basso” (12°), di un sorprendente colore giallo, quasi dorato; i profumi sono delicati, fruttati (soprattutto agrumi – limone candito), con la famosa nota minerale d’idrocarburi, che ricorda (non è identica) il petrolio o i solventi. Buona corrispondenza naso/palato, per il fruttato e la mineralità; secco, vivace, di giusta acidità, che fa ben salivare. 

La tenuta. Di 40 ettari vitati, si trova a Barr, nel Basso Reno (cioè a nord) ma comprende vigneti che si estendono per 150 km da Marlheneim, ancora più a settentrione di Barr, fino a Thann, nell’Alto Reno, a sud. Creata quasi due secoli fa da Martin Klipfel con l’acquisizione del rinomato Clos Zisser, nel 1921 vede un precursore assoluto nel figlio Eugène che decide di produrre le famose Vendemmie tardive e le Selezioni di
acini nobili 60 anni prima dell’ufficializzazione delle menzioni. L’unione di una discendente, Andrée Klipfel con André Lorentz, membro dell’Accademia del vino di Francia, accresce poi la notorietà dell’azienda. Fino al 2016 guidata da Jean-Louis Lorentz-Klipfel e dalle sue tre figlie, è poi passata alla famiglia enologica e pur sempre alsaziana di Joseph Helfrich.

Gli abbinamenti: pesce, frutti di mare e con la famosa choucroute alsaziana (carne di maiale varia, - carré, pancetta, salsicce - crauti e patate), che il Riesling giovane contribuisce a sgrassare piacevolmente in bocca.

Voto: 7,5. Prezzo: 11 € la bottiglia.

 

Riesling Domaine viticole de la Ville de Colmar 2020

Il vino. Il colore è giallo limone. Al naso, risaltano maggiormente i sentori di fiori bianchi (mimosa, biancospino) e meno quelli di agrumi. La nota di idrocarburi si fa più elegante. Secco ma fresco, saporito, con un accenno di morbidezza vivace e finale lungo.

La tenuta. Anche questa casa vinicola ha una lunga storia, essendo stata creata nel 1895 da Chrétien Oberlin, un famoso ampelografo, che fondò anche un istituto per studiare trattamenti efficaci contro la fillossera e che creò pure un nuovo vitigno d’uva nera, tuttora coltivato, l’Oberlin. Alla sua morte vigne e cantina passarono al comune. Il vigneto di riferimento, il Clos Saint Jacques, copre oggi 28 ettari. Negli anni Settanta del Novecento il Domaine divenne impresa commerciale privata, passando successivamente alla Famille Helfrich nel 2011. Oltre l’80% delle vigne sorge su un mosaico di suoli differenti, dal granito al calcare, dall’argilla all’arenaria. L’età media dei vigneti è di 35 anni, e tra i più anziani molti sono quelli del Riesling.

Gli abbinamenti: oltre ai frutti di mare e ai crostacei, coq (galletto) al Riesling, formaggi di capra e pecora.

Voto: 8,5. Prezzo: 12,90 € la bottiglia.

 

Riesling Domaine André Lorentz 2020

Il vino. Bellissima l’etichetta della bottiglia (qui sotto a sinistra), che rappresenta i clos (vigneti diversi circondati da mura). Il colore del vino è giallo paglierino con qualche riflesso dorato. Profumi di fiori bianchi e di agrumi molto fini, ampi, eleganti; risaltano anche la mela verde e l’ananas. In bocca secco, ampio, ricco, con sentori minerali e una leggera mandorla salata.


La tenuta. L’unione di Andrée Klipfel (un’erede dell’omonima azienda) con André Lorenz, di cui si è detto
a proposito dei vini Klipfel, ebbe anche altre conseguenze vinicole. Lorentz si dedicò ampiamente alla valorizzazione dell’azienda della moglie, ma non dimenticò certo la tenuta di famiglia, che infine fu 
acquisita dal gruppo della Famille Helfrich. Si tratta attualmente di 30 ettari ubicati a Barr, con viti di età media di 20 anni, in una tarsia di suoli con differenti esposizioni.
Gli abbinamenti: pesce, sogliola alla mugnaia in particolare, cozze al gratin, coq au vin.

Voto: 8,5. Prezzo: 20 € la bottiglia.

 




Info. Famille Helfrich - Les Grands Chais de France, www.facebook.com/gcfcollectionitalia , www.groupegcf.com/our-terroirs/alsace.html