lunedì 22 giugno 2026

Bianco o rosato? Rosso o aranciato? Ecco I magnifici 7 per l’estate, dalle Alpi all'Etna, dal Piemonte all'Alsazia

 

Vigne al tramonto.

Bianco, rosato, rosso: sono questi i colori classici del vino, con tutte le sfumature possibili. La più originale delle quali è probabilmente l’arancio. Con un’apparente stranezza. Anzi due. Che gli Orange Wines in realtà derivano da uve bianche. E che, a volte, sono più “bianchi” che...orange.

Ecco dunque alcune proposte per l’estate, ma anche per ben oltre. Qualcuno potrebbe stupirsi che vi siano inclusi anche un paio di rossi. Si tratta però di vini particolari e comunque, parlando in generale, i rossi non eccessivamente tannici sopportano bene una temperatura di servizio più bassa dei canonici 18°, anzi sono spesso più apprezzabili se bevuti freschi.

 

Un bianco...aranciato (ma non nel colore!)

Lidris Zal, radice gialla in friulano, si riferisce, ma solo simbolicamente, al rafano, la radice piccante tipica del Nord-Est. Infatti il vino non ne ha i sentori, mentre invece rimanda a toni fruttati, agrumati in particolare. È un bianco non flirtato, dunque leggermente velato nel suo bel colore dorato con riflessi ambrati (se fossero più accentuati si parlerebbe quindi di un orange). 

Il vino è fatto con la stessa tecnica di un aranciato, ma tenendo per così dire il piede sul freno. Le uve Friulano (50%), Ribolla gialla (30%) e Malvasia (20%) vengono vinificate lentamente con una macerazione delle bucce di una quarantina di giorni, a 14° e fermentazione spontanea grazie all’uso di lieviti indigeni. Poi viene imbottigliato per un affinamento di circa 6 mesi nel vetro. Niente botti o anfore dunque, perché Lidris Zal è stato pensato “come un macerato di primo approccio”, di facile comprensione e versatile nell’abbinamento. Lo producono i fratelli Cecchetto nella loro azienda Aganis, dei Colli orientali del Friuli.

Lidris Zal, Bianco non filtrato, Venezia Giulia Igt  2024, AganisPrezzo: 19 € (in enoteca)

All’occhio, giallo dorato con decisi riflessi ambrati; al naso, frutta matura, anche disidratata, come mango, albicocca, arancia, erbe officinali, spezie dolci. In bocca, sapido, profondo, con sentori tannici vellutati, finale lungo e “minerale”.

Abbinamenti. Spaghetti coi lupini, acciughe sott’olio e bottarga; Risotto alla pescatora; Bouillabaisse. Fra i secondi: Fritto misto di pesce; Baccalà mantecato; formaggi erborinati; piatti asiatici, come Pollo Kung Pao e Ramen speziato.

Info. Aganis, via Cocul 2, Treppo Grande (Udine), tel. 0422.855885, www.aganis.wine 

 

Bollicine in rosa

L’Incrocio Manzoni Rosa 1.50 è un vitigno raro ottenuto dall’unione fra Trebbiano romagnolo e Traminer aromatico (1,50 segnala la parcella agricola o la posizione progressiva registrata a suo tempo in un apposito quaderno). Luigi Manzoni è stato uno storico genetista della Scuola enologica di Conegliano Veneto; creò questo, come altri incroci viticoli, negli anni Venti del Novecento. 

Le bucce delle uve sono proprio rosate e da esse il vino prende il colore dopo una macerazione di circa otto ore. I vigneti sono coltivati secondo l’altrettanto raro sistema di coltivazione detto a Bellussera, con alti pali di sostegno a raggera, collegati da fili di ferro con quattro viti per ognuno, che si espandono verso l’alto. Storicamente, era stato adottato per coltivare nell’ampio spazio al di sotto foraggio e ortaggi. La Bellussera da una decina anni è stato riportato in auge per alcuni vini prodotti dall’azienda trevigiana Ca’ di Rajo. 

Dopo la macerazione e la trasformazione in vino fermo si procede alla presa di spuma in autoclave per circa due mesi. Ne risulta uno spumante con un residuo zuccherino di 11 ÷ 14 grammi/litro e una

gradazione alcolica moderata, di 11°.

Manzoni Rosa Spumante Extra Dry, Ca’ di RajoPrezzo: 9,50 €.

Rosa tenue, ma brillante alla vista; all’olfatto delicato, aromatico con sentori di lampone, agrumi, rosa appassita e frutta matura; al palato, fresco, morbido con un accenno abboccato all’inizio, che si fa sapido sul finale, con il sorso più asciutto e un ritorno delle sensazioni agrumate.

Abbinamenti. Eccellente vino da aperitivo con stuzzichini, accompagna degnamente antipasti come gli involtini di melanzane con olive, mozzarella, basilico e salsa di pomodoro; o una tartare di avocado e barbabietole; o, ancora, un piatto di salumi di sapore “delicato”, come la Mortadella Bologna, il Prosciutto cotto o la Culatta. Fra i primi o piatti unici: Pizza farcita con formaggi freschi; Trofie con zucchine e gamberi; Linguine alle cozze e fiori di zucchina. Fra i secondi: Pesce spada con olive, capperi, passata di pomodoro leggera e origano; Orata al cartoccio; Insalata di polpo.

Info. Ca’ di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885, cadirajo.it 

 


Salmone brillante è la tonalità del Crémant d’Alsace Rosé del Domaine Reyser. Da uve 100% Pinot noir, coltivate biologicamente ed elaborato secondo il metodo champenois. E maturato sui lieviti per ben tre anni (i Crémant francesi possono sostare in bottiglia per la presa di spuma anche solo 9 mesi). La maison è stata fondata nel 1963 da Hubert e dal 2007 è guidata dal figlio Lionel - studi in biologia e ambiente. Quindici ettari di terreno sono coltivati in agricoltura biologica, un decimo dei quali sono situati sul Grand cru Steinklotz di Marlenheim. Un’azienda vitivinicola strettamente familiare e di gran qualità.

Crémant d’Alsace Aoc brut rosé, Domaine Hubert ReyserPrezzo: 18-20 €.

Rosa salmone, con perlage fine; al naso, netti sentori di melograno e fragoline di bosco e, più tenui, di lime. In bocca, secco, croccante, fresco, sapido con un finale leggermente ma piacevolmente amarognolo. 

Abbinamenti. Buon aperitivo; particolarmente adatto ad antipasti di crudité marine, piatti di pesce non troppo salsati, crostacei crudi e cotti: fra gli altri, Blini con uova di salmone; Penne alla crema di scampi; Risotto alle cozze e gamberi. 

InfoDomaine Hubert Reyser, 26 rue de la Chapelle, Nordheim, Francia, tel. 0033 (0)695104622, www.domainereyser.com (distribuito in Italia da Ca’ di Rajo).

 


“Profondità espressiva e freschezza alpina”: ecco una sintesi azzeccata per il Lagrein Rosé dell’altoatesina cantina Hofstätter. I terreni viticoli della zona di Termeno (dove ha i suoi vitigni la tenuta) sono argillosi, ma anche ghiaiosi e sabbiosi ed è qui che vengono coltivare le uve Lagrein che, nel caso specifico, e in certe annate vengono mixate con piccole percentuali di Merlot. Dopo la vendemmia gli acini sono lasciati macerare a freddo sulle loro bucce per una giornata, onde estrarne le sostanze coloranti: daranno al vino il suo caratteristico colore rosato. 

La fermentazione e maturazione successive hanno luogo in tini d’acciaio inox per circa cinque mesi; segue un breve affinamento del vino in bottiglia.

Lagrein Rosé Alto Adige Doc 2025, J. Hofstätter. Prezzo: 12,50 €.                   

Rosa intenso brillante tendente al lampone; al naso, sentori di ciliegia, frutti di bosco, di fiori ed erbe montane. Al palato, fresco e vibrante, bilanciato da sensazioni vellutate; di succosa persistenza.

Abbinamenti. Tartare di gamberi; Carpaccio di salmone, fra gli antipasti. Primi piatti: Risotto ai gamberi rossi e lamponi; Penne ai fiori di zucca e pepe rosa. Secondi: Trota salmonata al cartoccio; Coniglio in umido; Pollo tandoori; Scaloppine al vino rosato; Galletto al forno.

Info. J. Hofstätter, piazza del Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.850161, www.hofstatter.com

 

Mille anime sul versante orientale dell’Etna: il paese di Milo si trova sospeso a 750 metri fra il mare e il vulcano. Microclima ideale per la coltivazione delle viti, che allignano in terreni costituiti da un mix di materiale organico e di ceneri laviche: gli sbalzi termici fra giorno e notte possono spingersi fino a 20°, favorendo lo sviluppo di sapori e profumi nelle uve.

Cantine Iuppa coltiva le sue viti su sette ettari, con metodo biologico, dando la prevalenza a quelle di tradizione, come Carricante, Catarratto e i due Nerello, Cappuccio e Mascalese. Da quest’ultimo, in contrada Salice, nasce il rosato Ata. Subito dopo la vendemmia settembrina del Mascalese in purezza i grappoli interi vengono passati alla pressa soffice; il mosto si separa per decantazione statica a freddo e la fermentazione, dopo la separazione delle bucce che hanno conferito il colore tipico, ha luogo in tini d’acciaio alla temperatura controllata di circa 15°. Il vino matura lentamente, sempre in acciaio e si affina poi nel vetro. 

Ata, Etna rosato Doc 2024, Cantine IuppaPrezzo: 23,50 €.

Il colore è un bel rosa tenue – buccia d cipolla, che ricorda quello di molti provenzali. I profumi sono floreali (petali di rosa su tutti) uniti ai fruttati: lamponi, fragoline, ciliegie, con qualche sentore minerale. In bocca: fresco, elegante e sapido, anche agrumato e minerale.

Abbinamenti. Carpaccio di ricciola; ostriche e crudité marine; caponatina di melanzane fra gli antipasti. Primi: Busiate al pesto trapanese; Spaghetti cozze e vongole con pomodoro. Secondi: Cous cous di pesce; Gamberi alla griglia; Coniglio alle erbe.

Info. Cantine Iuppa, via Salice 27, Milo (Catania), tel. 095.7210583, cantineiuppa.it


 

Rossi in una sera d’estate

Troppi segreti per il gusto di chi scrive. Ma il vino, ciononostante, è gustoso. E allora? 

Vediamo. L’hanno chiamato Rosso Mosso Helena e Alois Clemens, figli di Alois Lageder dell’omonima cantina altoatesina, vocata da sempre all’agricoltura biologica-biodinamica. 

Bollicine fini e continue e accenni di tannini. Ma di quali vini è composta la cuvée? Di quali annate? Non si sa. Segreti di stato; pardon, di famiglia. E di cantina. Vitigni a bacca rossa, questo è certo, probabilmente con la presenza di Lagrein e/o Schiava, conferite da viticoltori di fiducia di bassa e media collina, per quello che viene definito in maniera sbarazzina come un “mix selvaggio”.

Si tratta comunque di un rosso brut spumantizzato con il metodo Charmat (o Martinotti che dir si voglia), pensato come un vino da bere ben fresco, da aperitivo e poi magari lungo un pasto di non eccessivo impegno. L’etichetta della bottiglia, accattivante, ha al centro una medusa fluttuante circondata da altre fantasiose figure marine, opera dell’artista finlandese Klaus Haapaniemi. 

Da assaporare a 8-10°.                                                                                                     

Rosso Mosso, Vino Spumante rosso Extra Dry, Alois Lageder. Prezzo: sui 15 €.

Alla vista, perlage fine, con fontanella non molto persistente; colore rubino scarico ma brillante. Al naso, bel bouquet fruttato da cui emergono appunti frutti di bosco, con un accenno vegetale, di rabarbaro. In bocca, sapido, succoso, molto equilibrato nella sua fresca vivacità: veramente piacevole.

Abbinamenti. Pensato come un vino da...apericena, dunque con focacce, pizzette e così via, si accompagna bene anche a salumi tirolesi, come lo Speck, o friulani, come i prosciutti di San Daniele e di Cormons (leggermente affumicato). Poi, verdure e carne alla griglia e piatti asiatici come gli Yakitori (spiedini giapponesi di pollo alla brace) e i Gyoza, anch’essi tipici del Sol Levante (ravioli ripieni di carne e verdure aromatizzate, cotti prima in padella e poi al vapore e serviti con una salsa orientale in cui intingerli).

Info. Tenuta Alois Lageder, Magré sulla Strada del Vino (Bolzano), tel. 0471.809500, aloislageder.eu (per la degustazione e acquisto, se in loco, ci si può rivolgere alla Vineria Paradeis, via Casòn Hirschprunn 1, Magrè, tel. 0471.809580).

 

Dosio, vigneti di alta collina a La Morra, nelle Langhe, produce quattro Baroli, un Barbaresco e poi Nebbiolo, Barbera Superiore, Dolcetto, Nizza, per nominare solo alcuni rossi (ma sono da provare anche i bianchi Nascetta e Arneis e, per meglio meditare, il Barolo Chinato). Ne parliamo più approfonditamente? 

E invece no. Siamo in estate, quindi ci concentriamo su un rosso più comune, quello piemontese per antonomasia: la Barbera. Non la Superiore, ma una nuova, apparentemente più basic. Concepita per dare il meglio di sé con le calure, essendo gustabile anche a 14°, o addirittura a 12°.

Le sue uve sono coltivate sulla storica collina di Serradenari, 500 metri s.l.m.: significa acidità naturale, freschezza e dinamicità che si trasmettono nel vino ottenuto con fermentazione e maturazione in tini d’acciaio, senza ombra di legno, per meglio valorizzare le potenzialità del frutto. Accanto alla cantina e ai vigneti c’è un relais, sempre di proprietà, l’Antica Dimora Dosio, per sostare  e godere  del panorama langarolo e della sua atmosfera un po’ rarefatta. E da essa prende il nome, appunto:

La Dimora, Barbera d’Alba Doc 2025, DosioPrezzo: sui 15 € (in enoteca).  

Alla vista, bel colore rosso rubino con riflessi violetti. All’olfatto, marasca, ciliegia, lampone e altri piccoli frutti di bosco. In bocca, secco, fresco, anche corposo, ma ben bilanciato dall’acidità naturale: scorrevole e gustoso, in due parole.

Abbinamenti. Antipasti: Vitel tonné; Salame cotto; Pancetta arrotolata; Lardo di Colonnata. Ravioli del plin con burro e salvia, risotto con le spugnole o i porcini fra i primi. Fra i secondi: Arrosto di vitello; Tagliata di manzo; poi formaggi di media stagionatura come Raschera e Fontina valdostana. Anche con una saporita pizza: alla diavola per esempio, o con salsiccia e friarielli, o con Mortadella al pistacchio e burrata.

Info. Dosio Vigneti, regione Serradenari 6, La Morra (Cuneo), tel. 0173.50677, dosiovigneti.com 





 


mercoledì 10 giugno 2026

Nesos o Hermia? Vini speciali fatti all'Isola d'Elba, con vasi vinari e tecniche antiche. Ma Arrighi di Porto Azzurro fa anche vini "normali". E pure buoni...Fino al 16 a Milano

 

Il produttore Arrighi nella sua cantina di Porto Azzurro, tra botti e anfore in terracotta di Impruneta.


Antonio Arrighi, chi era costui? Un signore che per alcuni decenni si è occupato dei due alberghi di famiglia all’isola d’Elba. Poi, fulminato sulla via di Damasco, o meglio sul viale Europa di Porto Azzurro, ha iniziato a interessarsi di vino, ha piantato vigneti su un piccolo terreno di famiglia (che poi è divenuto parte del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano), ha costruito una cantina e negli ultimi anni è diventato il più noto produttore dell’Elba, con yachtmen che approdano a Porto Azzurro (il comune sul mare dove ha le sue proprietà) e ordinano all’enoteca locale due cartoni di bottiglie pagandole prezzi mai visti sull’isola, con richieste dall’estero che si fanno pressanti e acquirenti che spesso non badano ai prezzi. 

Come mai? La cantina Arrighi sitrova in collina con gran vista mare, circondata da otto ettari di vigneti (foto qui sotto) che insistono su terrazzamenti posti a varie altitudini, fra i 50 e i 400 m. Vi si producono non più di 45mila bottiglie l’anno: ma le etichette che le hanno dato fama nazionale e internazionale sono due. Nesos, innanzitutto, un bianco da uve Ansonica che vengono immerse in mare, racchiuse in nasse, per

qualche giorno, poi appassite e vinificate in anfora, utilizzando le tecniche antiche dei produttori dell’isola greca di Chio. Poche decine di bottiglie l’anno la produzione, e prezzi che partono da 200 € la bottiglia. Ed Hermia, uve Viognier, fermentato e affinato nelle anfore di terracotta, che hanno reso il produttore un protagonista della cosiddetta archeoenologia. Tremila bottiglie e prezzo più umano: 19-40 € l’una, a seconda del punto vendita.

Peccato quindi che nel corso di una prova d'assaggio svoltasi alla presenza del produttore in due locali milanesi, non si siano potuti provare i suddetti vini, certo di nicchia, ma che hanno dato ad Arrighi una notorietà non immensa, ma sicuramente nazionale e internazionale. E per una piccola isola, non è poco.

I vini assaggiati, meritevoli di un consumo friendly ma non banale, sono stati tre, gli stessi che fino a martedì 16 giugno si possono ordinare a bicchiere seconda la formula della degustazione itinerante, da Sapori Solari (via Stoppani 11) e Polpetta DOC (via Eustachi 8). Nel primo si acquista il Ticket Degustazione pagando 15 € e avendo diritto a un calice di Elba Vermentino Doc Arembapampane e a un altro calice di Toscana Rosato Igt Isola in Rosa; si trasmigra poi da Polpetta DOC ove, mostrando il Ticket, si ha diritto ad altri due calici di Elba Rosso Doc Centopercento.

     


Arembapampane, è il nome originale che Antonio Arrighi è voluto dare al suo Vermentino (vitigno chiamato localmente Riminese): un’espressione tratta dal gergo marinaresco, anzi piratesco (arrembaggio), associata ai pampini, cioè alle foglie delle viti che in autunno si seccano, cadono e l’azione del vento le accumula sui bordi interni dei terrazzamenti. 100% Vermentino, l’uva si vendemmia generalmente la prima settimana di settembre, manualmente; il mosto poi fermenta e matura
circa 6 mesi in tini d’acciaio. Colore giallo paglierino brillante; naso ampio, fragrante, con note floreali di gelsomino, limone, erbe della macchia mediterranea e un accenno iodato. In bocca fresco, abbastanza sapido, con richiami minerali; anche persistente nelle note agrumate. Da abbinare a Crudité: ostriche, tartare di ricciola. Fra i primi: Risotto ai frutti di mare, Trenette al pesto; secondi: Insalata di polpo, Calamari alla griglia, Petto di pollo alle erbe. 

Prezzo a bottiglia: circa 11 €. 6.000 bottiglie.


Isola in Rosa. È un Toscana Igt, che non viene prodotto tutti gli anni. Il 2025 contempla il 100% di uve Syrah in purezza. Vendemmiato la prima settimana di settembre, viene poi vinificato in acciaio con breve contatto con le bucce per estrarne il bel colore cerasuolo. Al naso, note floreali e fruttate di piccoli frutti rossi, come lamponi, ribes, fragoline; e ciliegie. Si avvertono anche leggeri sentori speziati (pepe rosa). In bocca, fresco, saporito, di corpo leggero: ritornano i sentori fruttati.

Da abbinare al tipico Gurguglione elbano, sorta di ratatouille di varie verdure estive stufate in padella; alla Sburrita di baccalà (zuppa di merluzzo salato, bollito in acqua, aglio, nepitella e peperoncino), servita con fette di pane toscano grigliato. Bene anche su Cacciucco livornese, Fritto di acciughe e friggitelli, Pollo al curry, Coniglio alle erbe mediterranee. 

Prezzo a bottiglia: 10 € circa. 7.000 bottiglie.


Centopercento, Elba Rosso Doc 2024. Un nome una percentuale: si riferisce alla quantità di Sangioveto (o Sangiovese) con le cui uve è fatto il vino. Si vendemmia la seconda settimana di settembre; fermentazione a contatto con le bucce per corca una settimana, vinificazione e successiva maturazione in tini d’acciaio, con un ulteriore affinamento in bottiglia. Colore: rubino vivace; al naso: frutti rossi, su tutti la ciliegia e sentori di macchia mediterranea. In bocca, pimpante e rotondo, di buona struttura, in perfetto equilibrio tra freschezza e tannini; ritornano i sentori fruttati e si manifesta una sapidità pelagica.

Matrimoni d’amore con: Prosciutto toscano e Finocchiona; Pappardelle al ragù o al sugo di beccaccia o di capriolo; Ribollita; fra i secondi: Coniglio alla cacciatora, Braciole di maiale alla brace, Grigliata di carne mista. Pecorino di Pienza semistagionato.

Prezzo: circa 9 € la bottiglia. 16.000 bottiglie.

 

Info. ArrighiViticoltori all’Isola d’Elba, viale Europa, loc. Pian del Monte, Porto Azzurro (Livorno), tel. 0565.95604; 335.6641793, www.arrighivigneolivi.it .

giovedì 28 maggio 2026

Ritorno al futuro: al Dry Martini di Barcellona 40 anni dopo. Uno dei migliori e più rinomati bar del mondo, che include in magazzino anche un ristorante...segreto.

 

Da sinistra, Javier de las Muelas, patron del Dry Martini, Terry e...suo marito

Nel 1988 Barcellona già aspettava. Aspettava il 1992, che era visto in Catalogna “non tanto come l’anno dell’apertura definitiva delle frontiere europee, ma come il fatidico appuntamento delle Olimpiadi” (autocitazione – e me ne scuso - dal pezzo “La notte infinita di Barcellona”, pubblicato sul numero di gennaio 1989 del mensile A tavola). 

L’articolo (foto a sinistra) parlava dei bar di Barcellona e segnatamente del Dry Martini. 38 anni dopo, varcarne per la seconda volta la soglia, risveglia ricordi e dà qualche brivido d’emozione. Il locale sembra lo stesso: divani e poltroncine in pelle verde o rossa, il lungo bancone di lucido legno massiccio, con gli sgabelli e la barra in ottone, lo specchio centrale subito dietro l’anziano registratore di cassa, con l’evidenza della scritta che riporta la “Original recipe Dry Martini: 1/2 London Dry Gin  1/2 French Vermouth 1 dash Orange Bitters   Squeeze lemon rind. Add a green olive”. 

Una formula ritenuta appunto quella “originale”: da notare, che era utilizzato il French, cioè un vermouth bianco e secco (mentre quello rosso e dolce era chiamato nel mondo Italian); che si aromatizzava con uno spruzzo di Orange bitter, oramai abbastanza in disuso; e che non era ancora arrivata la moda dei Martini secchissimi, con pochissimo Vermouth dry o addirittura nulla, secondo “ricette” fantasiose, come quella del Montgomery hemingwayano (1 parte di Vermouth secco, 15 parti di Gin). Per non dire dell’altra, che consiste nel far compiere alla bottiglia del Vermouth un giro intorno alla coppetta da cocktail già colma del gelido distillato e poi subito accantonarla senza versarne nemmeno una goccia.

Ma come lo fanno oggi al Dry Martini il Dry Martini cocktail? In tutti i modi. Si può ordinare il Dirty e il Breakfast, il Gibson e il Martínez, il Mercatini e il Vesper. Ma il loro Martini perfetto (foto a destra) è fatto così: nel fondo di una  coppetta gelata il barman deposita un'oliva verde sivigliana. Poi nel mixing glass  freddissimo su cubetti di ghiaccio versa una coppetta di Gin Bombay Sapphire e 2-3 spruzzi di Vermouth secco  (Martini Extra Dry o Noilly Prat). Mescola per 15 secondi; poi mescola più velocemente ancora per 2 secondi. Cola nella coppetta con l'oliva e profuma in superficie con uno sprizzo di buccia di limone.

Ma torniamo al tempio del Martini barcellonese, inteso come locale. Non è il più antico della città, dove quello più famoso in quanto ad età e conseguente gloria è il Boadas, aperto nel 1933 e tuttora in attività: dunque ultranovantenne.

Il Dry Martini invece ha “solo” 48 anni. Lo aprì nel 1978 Pedro Carbonell, barman di grande esperienza, anche pianista, sposato con la cantante d’opera Josefina Canales. Era basato sulla mescita del famoso cocktail, in differenti versioni: a vista quasi solo bottiglie di gin e di Vermouth secco. Una delle idee luminose che ebbe Pere (il nome di Pedro in catalano), fu quella di iniziare a numerare tutti i cocktail Martini preparati per i clienti. La faccenda è stata portata poi al suo culmine con l’attuale proprietario Javier de las Muelas che istituì un “ContaMartini luminoso”, che attualmente ha raggiunto e ormai superato il numero di 1.166.000 di cocktail serviti e certificati. 

Così ogni volta che un cliente ordina l’iconico drink riceve l’apposito attestato numerato.

Javier de las Muelas, altro gran personaggio, di una generazione successiva a quella di Carbonell, gli subentrò nel 1996. È una storia che va raccontata. De las Muelas, mentre Don Pere Carbonell sognava di creare un suo bar, riuscendo poi a realizzarlo, era uno studente della facoltà di Medicina, ma per suo interesse personale frequentava anche Architettura e nello stesso tempo il mondo underground “molto warholiano” della città. Vendeva fumetti, lavorava come promotore di concerti di musica rock e conduceva una piccola impresa di cartellonistica. E s’innamorava...dei bar. 

Siamo sul finire degli anni Settanta/primi Ottanta del Novecento. A Barcellona i bar si contavano a migliaia, non vi erano grandi catene, paninoteche e così via, e questi locali erano luoghi d’incontro anche giovanile. 

Il giovane Javier beve i suoi primi cocktail e impara a farli a...vista, da Boadas, il più antico e famoso. Così, due anni dopo l’apertura del Dry Martini, che subito frequenta e ammira molto,  decide di aprire con alcuni giovani colleghi un bar tutto suo: il Gimlet. Era il 31 dicembre del 1979. Il locale prese il nome di un noto cocktail, che affonda le sue origini nella marineria britannica del 19° secolo, quando sulle navi, per combattere lo scorbuto, iniziò a essere distribuito lime in dosi massicce, e il cui succo i marinai ingerivano più volentieri mescolandolo alla dose di Gin quotidiana. Il Gimlet era un locale piccolo, tanto che i cocktail venivano preparati con le spalle ai clienti, solo grazie a una rientranza del banco fra due colonne. Gli strumenti (shaker, mixer) erano di seconda mano, spesso non si aprivano dopo la shakeratura e bisognava metterli sotto l’acqua oppure dare un colpo molto forte e secco, che si sentiva in tutto il locale...Perciò, in questi casi, la musica, veniva alzata di volume per attenuare il rumore.

In quegli anni Javier de las Muelas frequentava spesso i suoi due bar favoriti, anche per carpire loro il savoir faire della noble art of mixing glass: Boadas e Dry Martini, considerando quest’ultimo “il Vaticano dei bar”

Comunque nel tempo il Gimlet si assestò, andando incontro a un crescente successo anche giovanile, in particolare da quando, a un paio d’anni dall’apertura, trasmigrò in un locale più adeguato, i cui interni ben studiati s’ispirarono al motto coniato dal grande architetto Mies van der Rohe: “Meno è meglio”. Legno, pietra naturale, ottone, pareti stuccate...E cocktail ben fatti, studiati, sia della tradizione che innovativi.

Con il Gimlet, non molto tempo dopo, vennero altri locali, come il Nick Havanna, Casa Fernandez e il recupero della ”mitica” birreria Montesquiu, poi tasformata in bar de tapas e ristorante. 

E fu la volta del Dry Martini. Javier si trovò a condividere il primo Martini cocktail con Maria Lourdes Escuer, la sua futura sposa, a quel bancone. Qualche tempo dopo, e non prima di essersi fatto forza con  un paio di Martini, si azzardò a proporre al patron Pedro Carbonell che, semmai un giorno avesse voluto cedere il locale, lui era pronto, prontissimo a rilevarlo e a mantenerne intatti la struttura e la...gloria. Non disse né sì né no Carbonell, ma fu colpito favorevolmente da quella intraprendenza giovanile.  E un paio d’anni dopo fu lui stesso a riproporre il passaggio di mano a Javier. “O lo prendi tu”, gli disse in sostanza, “o altrimenti lo svuoto e vendo i locali a una banca”. Non aspettava altro de las Muelas. In poche settimane l’affare fu concluso. 

Un Frappé, base cocktail
Martini: il Madras contempla 5 
peperoncini indiani...
L’intima parola d’ordine del nuovo patron fu: “rinnovamento nella continuità”. In concreto voleva dire aprire il locale – luogo di ritrovo fino ad allora soprattutto di uomini, spesso attempati - alle signore e ai giovani, iniziando dalle piccole cose: come tenere sempre discoste le spesse tende che impedivano fino ad allora la vista dell’interno anche a porta aperta. A tutti, insomma e tendenzialmente anche a giovani tatuati, con piercing e capigliature stravaganti. E la colonna sonora passò dal jazz alla musica elettronica. 

Dapprincipio il nuovo patron trovò una sorda opposizione da parte dei dipendenti e soprattutto di molti vecchi e affezionati clienti, che temevano una trasformazione radicale. Ma dopo un po’, rassicurati sul fatto che il cambiamento non fosse di sostanza (mentre in parte lo era!)  tornarono a bere i loro Martini, mentre si avvicinavano finalmente anche giovani e ragazze, che chiedevano però anche altri drink, più attuali...

La creazione di nuovi drink o l’acquisizione in carta di nuovi cocktail internazionali, non fu che un passo avanti. Ma fu solo dopo l’apertura dello Spekeasy (ristorante “clandestino”, su cui torneremo più avanti), che la “materia” del bere fu presa di petto. In sostanza come scrive nel suo fondamentale e bellissimo libro, riccamente illustrato, The Bar - Homenaje al Dry Martini, de las Muelas, “Partendo dalla meravigliosa cockteleria classica riunii un gruppo entusiasta formato da barman, cuochi e pasticcieri per tradurre in pratica concetti mai esplorati nel mondo della cockteleria”. Nascono così i Frappés: base il cocktail Martini, ma aromatizzati, come ad esempio il Madras, con 5 peperoncini delle Indie; il Wasabi, con l’ormai nota crema verde, pungente e balsamica; il Ximz, con un tocco del famoso Sherry dolce e invecchiato Pedro Ximénez. I drink così preparati vengono messi in apposite bottiglie e congelati a -25°. Il cocktail verrà poi versato in coppe semplicemente agitando la bottiglia per il tempo necessario a ridurlo quasi alla consistenza di una granita.

Poi, i vari Dry&Tonics. E gli Spoon Martini, dolci e da ”bere” con il cucchiaio (!), in tre tipi:  gelatine, brulé e meringhe. Per non dire dei Fresh Fruit Martini, cocktail freschi, dolci, di gradazione alcolica moderata, che incorporano frutta frullata o centrifugata, come ananas, fragole, cocco, mango. E gli Excentrics, scenografici come bicchieri e presentazione, originali come sapore. Bastino per incuriosire i nomi: Carnyvore, Wild Wild Breakfast, Mermaid Song, The Pipe (quest'ultimo contempla Hibiki Harmony - whisky giapponese -, Martini Rubino Riserva speciale, Assenzio Pernod, Scotch Laphroaig 10 y, Liquore di cacao M. Brizard)...                                                                            

Un cocktail Excentric: The Pipe

Potevano mancare i Mojitos?  Alla classica ricetta cubana di rum, succo di lime, foglie di menta, zucchero e soda, vengono aggiunti altri elementi, dal succo di passion fruit al caffè, dal kumquat al sisho (erba aromatica dell’Asia orientale). O gli Spritz? Nove, di cui due senz’alcol (che censureremo): alcuni a base di vari tipi di Vermouth o Bitter Martini, completati con Cava, lo spumante metodo classico prodotto nel Penedès, regione catalana a sud ovest di Barcellona.

Molto vasta la scelta di Gin, Whisky scozzesi, irlandesi, giapponesi etc., fra i quali un bicchiere può costare 15,70 € come nel caso del Toki del Sol Levante  o anche 753,90 € per chi vuole degustare uno Scotch Macallan Reflexion. 

Ma come si accompagnano i drink al Dry Martini?  Fino a non molti anni fa si poteva scegliere solo fra tapas, bocadillos e platos veri e propri. Piatti e piattini eccellenti, però. Fra le tapas segnalo Gilda clásica, con acciughe del Cantabrico, peperoncino basco (moderato) e olio; la croqueta di porcini e fegato con composta di mela; e il Jamon (prosciutto) di Jabugo Pedro Domecq con pane e pomodori. 

Tra i platos: Filetto di manzo a cubetti con salsa all’aglio, peperoni del patron e patate novelle; Ceviche del mercato del pesce (la famosa Boqueria) con cremoso di cocco; Sashimi di tonno Balfegó con salsa teriyaky e maionese al latte. 

E tra i bocadillos (panini farciti): quello di calamari in tempura (fritto leggero) con maionese agli agrumi.

Dal 2002 è stata ufficializzata un’idea...clandestina, un ossimoro che però ha da oltre 20 anni un grande successo. Lo ha voluto chiamare Speakeasy, Javier, proprio come i bar-ristoranti clandestini dove, durante il Proibizionismo statunitense (1920-1933), si davano appuntamento bella gente e gangster, mescolati assieme, per bere alcolici prodotti illegalmente, spesso “mimetizzati” in forma di cocktail e dove anche si cenava, ballava, ci si divertiva spensieratamente. In essi (in genere mascherati da negozi di fiori, barberie, magazzini, latterie) si accedeva solo con parole d’ordine.

Javier de las Muelas disponeva nel retro del bar di grandi magazzini, in cui venivano accatastate le casse di vini e liquori, con ampio spazio libero. 

E lì, fra le casse, arredò il suo speakeasy (foto qui a sinistra), dove si pranza tuttora come in un buon ristorante e si bevono vini e cocktail, ma senza più l’ansia dell’arrivo della polizia...Comunque, una parola d’ordine era ed è pur sempre necessaria. Anzi una “controparola”, come quando la sentinella in guerra la chiedeva all’avvicinarsi di un milite non conosciuto e questi di rimando gli domandava poi la controparola. 
Così, l’incaricato alla porta del magazzino-speakeasy al suono del campanello apriva e diceva: “Cardinal Martini”. E l’avventore aspirante clandestino - dopo aver annunciato solo il nome (non il cognome) rispondeva: “Papa!”. Erano infatti i mesi in cui si doveva tenere il Conclave durante il quale fu invece eletto Ratzinger – Benedetto XVI. Non si sa se la scelta della parola Martini fosse dovuta più alla personalità del cardinale (effettivamente ritenuto dai più papabile) o a quella del cocktail. In realtà – absit iniuria verbis - coincidono...

Non più di una ventina di invitati per volta, nei primi tempi. Racconta Javier: “Veniva e tuttora viene la gente più disparata e interessante: si parlava e parla di tutto, della vita, dei Beatles, di uomini e donne, di uova fritte con patate...”. Inaugurato ufficialmente nel 2002, come ristorante esclusivo, è da allora anche la sede di sperimentazioni di nuovi matrimoni fra cocktail e piatti.

Oggi, per entrare e pranzare o cenare qui si deve assolutamente prenotare tramite il sito ufficiale  https://speakeasybarcelona.com/reservas/  o anche inviando una email a: reservas@drymartiniorg.com     Al momento della prenotazione verrà fornita la password da pronunciare a richiesta prima di poter passare oltre gli accessi “segreti” della cucina e del magazzino vero e proprio. 

La salla dello Speakeasy
riflessa in uno specchio

Che cosa si mangia? Para picar include una serie di tapas, stuzzichini ecc che utilizzano acciughe del Cantabrico, guacamole,  Jamon iberico de bellota, tortille di gamberetti. (prezzi: 3,45- 32 €) 

Poi, Entrantes frios (22-32 €) e Entrantes calientes (19,50-26 €); quindi i piatti forti di Pescados (32-44 €) e Carne (32-75 €, quest’ultimo prezzo riferito a una Chateaubriand per 2 persone). 

Da notare la presenza di alcuni piatti italiani come il vitello tonnato, le penne all’amatriciana, il risotto al tartufo, i ravioli di funghi e gamberi, le tagliatelle in salsa napoletana...ben reinterpretati. E poi, riso in brodo di aragosta, granchio alla plancia, nuestro steak tartar Speakeasy, Beef ribs (costine di manzo) estilo New York. 

Si ordina alla carta o aderendo ad alcune proposte di menu come lo Speakeasy Pairing experience (110 € a persona), il Menu Maridaje Premium  (149 €) o il Menu mediodia (mezzogiorno) a 45 €.


Ma torniamo infine al principio e cioè i cocktail. La carta ne enumera una settantina, e per ognuno sono segnalati gli ingredienti principali.

Impossibile quindi parlare di tutti. Ma ecco qualche segnalazione. 

Tra i Vintage & Trendy Martinis troviamo Breakfast, Dirty e Dry Martini; il famoso Vesper di James Bond, fatto con Gin, Vodka (e non vermouth dry, come alcuni credono), e Lillet. E un Porn Star Martini (con Vodka, Passoa, Vaniglia, passion fruit e Champagne). Tra gli Excentrics,  il Fugu (con Pisco Demonio delle Ande, vino bianco dolce, succo di maracuja, sciroppo di lampone, yuzu [agrume asiatico]). 

Tra i Signature ho particolarmente gradito un cocktail creato una decina d’anni fa da Benito Martinez, storico barman del locale: l’Under the sun. Poi vi sono due pagine di cocktail classici, una di Martini alla frutta, Mojito e drink analcolici; seguono gli Spritz e un’ampia e meditata scelta di distillati.

Finiamo in bellezza e bontà con la ricetta dell’eccellente 

Under the sun

Ingredienti                                                                                                 

6 cl di Gin Bombay; 3 cl di succo di lime; 1,5 cl di Sciroppo di mandarino (Monin); 2 o 3 gocce di Droplets (bitter aromatici home made del bar; in mancanza, 1 goccia di Angostura e 1 di Bitter Orange).

Agitare nello shaker con ghiaccio a cubetti e colare in coppa guarnendo con una “stella” ricavata dal frutto della carambola (nella foto a fianco il cocktail accompagnato da Jamon iberico de bellota di Jabugo, di Domecq, con pane e pomodoro).

 

INFO.  Bar Dry Martini e ristorante Speakeasy, quartiere Eixample, carrer d’Aribau 162-166, Barcellona, tel. +34 932175072;  +34 932175080. www.drymartini.com . Prezzi del bar. Cocktail: 14 -24 € l’uno. Tapas: 2,90-25 €. Platos: 12,50 – 32 €. Bocadillos: 12,90 – 26 €.

Il libro che ogni appassionato di cocktail dovrebbe tenere sul suo comodino (o forse meglio, nel bar di casa): The Bar - Homenaje al Dry Martini, di Javier de las Muelas, 239 pagine, Editorial Planeta, Barcelona, www.planetalibros.com . Racconta la vita avventurosa del patron e la sua caparbietà e perizia nel raggiungere una meta, come l’acquisto del Dry Martini, senza mai accontentarsene.

 

Fra i vari bar Dry Martini nel mondo, filiati dal capostipite di Barcellona, ovviamente con la collaborazione di Javier de las Muelas, da otto anni ce n’è uno anche in Italia. Si trova presso la terrazza del 4* Superior Majestic Palace Hotel Sorrento (Napoli), affiancato agli analoghi locali di Londra, Madrid, Rio de Janeiro, San Louis de Potosi (Mexico). Ma, unico, non è dominato dal legno scuro e dal giallo dorato dell’ottone ma dal bianco del bancone e dal blu di divani, poltrone e sgabelli.
Come il mare di Sorrento. De las Muelas l’ha visitato e ne è rimasto molto soddisfatto. E se l’ha detto lui... 
Indirizzo: corso Marion Crawford 40, Sant’Agnello (a 2 km da Sorrento), tel. 081.8072050, www.majesticpalacesorrento.com .



venerdì 15 maggio 2026

La seconda vita del Timorasso dei Volpi, chicca della Cascina Zerba, che ha lasciato la barrique per il cemento. Con esiti mirabili. E un Pinot nero che entusiasma

Carlo e Marco Volpi, titolari dell'omonima cantina a Tortona.

 Il Timorasso è la gloria di Tortona, dal punto di vista enologico, ma non solo: direi del Piemonte e – perché no - anche dell’Italia. Un vino bianco rigorosamente autoctono, che nelle sue espressioni migliori può stare alla pari con i più blasonati Riesling della Mosella e del Reno (tedeschi), e dell’Alsazia (francesi). Quelle note floreali e quei sentori “minerali” (idrocarburi, pietra focaia), quei sentori agrumati, quella freschezza e sapidità che si trovano spesso in quei vini stranieri, hanno riscontri paragonabili anche nei tortonesi. 

Le Cantine Volpi sono la principale azienda vitivinicola del Tortonese, almeno in quanto a bottiglie prodotte e fatturato. E anche dal punto di vista qualitativo non scherzano. In particolare con vini come la Barbera superiore Colli Tortonesi Doc La Zerba e due Timorasso Derthona.

E qui s’impone un piccolo ricordo personale. Nel 2019, in un’antica casa del paese di Sale, a 12 km da Tortona, in occasione di una mostra di pizze e merletti colà allestita in un salone superiore, nel cortile-giardino si parlò di fronte a un pubblico attento, anche dei vini del Tortonese, procedendo poi a una degustazione “sociale”, cioè aperta a tutti i visitatori e gratuita. 

Fra le bottiglie assaggiate, alcune erano state messe gentilmente a disposizione proprio dalle Cantine Volpi e si trattava del vino Timorasso, prodotto con le uve della cascina La Zerba (di proprietà Volpi). Vino interessante, che si distingueva da quello di molti altri produttori, per sfumature morbide, quasi

vanigliate. Il che però, a parere di Bruno Boveri, connoisseur e a lungo governatore di Slow Food in Piemonte, che partecipava come relatore, non era congruo al profilo migliore del vino. Ricordo che proclamò: “Il Timorasso non ha bisogno di arrotondamenti in barrique, anzi, in qualche modo l’uso del legno potrebbe danneggiarne il miglior profilo organolettico, che è quello di un vino vibrante, dei sentori minerali e agrumati”. Sante parole, anche a mio sommesso parere, allora però contestate da Carlo Volpi, patron dell’azienda vinicola. 

Fatto sta che pochi anni dopo - e immagino per ben altri riscontri che non i nostri appunti – l’azienda si è convertita a una visione più tradizionale di quel vino, per altro riscoperto da non molti anni (e se ne renda sempre gloria a Walter Massa, il suo primo propugnatore).

Non avevo più riassaggiato il Timorasso Volpi da allora e con una certa sorpresa ho scoperto (forse buon ultimo) la totale rivoluzione rispetto alla prima versione, nel corso di un’interessantissima degustazione, promossa dalle stesse Cantine, rappresentate nell’occasione da Marco Volpi (figlio di “quel” Carlo) e da Anam Communication, agenzia milanese di comunicazione sul vino.

Intanto, il Derthona Timorasso della cascina La Zerba si è sdoppiato in due versioni, quella base (foto sopra a sinistra) e la Riserva denominata Zerba Antica (foto qui sotto a destra).


La differenza? Soprattutto nella maturazione del vino: 10 mesi in vasche di cemento per la versione più giovane, 21 per la riserva. Cosicché il giallo paglierino carico assume sfumature dorate nella variante più matura, con la quale fanno capolino anche sentori gustativi più accentuatamente minerali; ambedue di una fragranza invidiabile, con richiami agrumati, misti a note floreali. Sorso vibrante, teso e vieppiù elegante, molto lungo quello della Riserva.

Il Timorasso junior fa matrimonio d’amore col Salame Nobile del Giarolo; gli agnolotti del plin al burro e salvia; i risotti con verdure ed erbe aromatiche; con ostriche e cappesante. La Riserva si abbina bene ai tajarin al tartufo d’Alba; ai locali rabajon con burro fuso e Montebore; con risotto ai 4 caci; e poi branzino al sale, zuppette di pesce, formaggi quali appunto il Montebore e il Castelmagno.

In questa degustazione si è avuta anche la sorpresa di una bollicina di valore, il Pinot nero brut "914" vinificato in bianco col metodo classico, affinato per circa 30 mesi (foto sotto a sinistra): perlage 

esuberante, profumo delicato, ma con netti sentori di mela verde,

pompelmo, crosta di pane e melograno. La cifra 914 si riferisce sia all'anno di fondazione dell'azienda vinicola (1914) sia ai giorni di maturazione dello spumante.
Al palato si rivela secco, armonico e persistente, di buona struttura. Eccellente come aperitivo e abbinato a focacce e torte salate. Da provare anche con petto d’anatra all’arancia, salmone al forno, rombo in crosta di patate, cappesante al vermouth dry.

La prova d'assaggio, itinerante, dei tre vini delle Cantine Volpi si è svolta in due locali milanesi, Polpetta D.O.C. di via Eustachi 8, e il vicino Sapori Solari di via Stoppani 11. E il bello è che non è finita. Chiunque può provare i tre vini nei due locali citati. Con 15 € si ha diritto infatti a tre calici (1 per tipologia) più un quarto finale. Il ticket-degustazione si acquista nel primo locale in cui lo si richiede. E la “Degustazione itinerante” denominata Eustachi Ora e iniziata qualche giorno fa, continua fino a martedì 19 maggio compreso.

Info. Cantine Volpi, strada statale per Voghera 72, Tortona (Alessandria), tel. 0131.861072,  www.cantinevolpi.it . Degustazioni presso la Cascina La Zerba di Volpedo, solitamente al sabato, su prenotazione.


lunedì 9 marzo 2026

BrewfistPub, la nuova birreria milanese presso la prima conca del Naviglio pavese, propone le ale del noto birrificio di Codogno: con crescente successo

 

12 birre a rotazione per il pub milanese del birrificio Brewfist,
che ne produce a Codogno oltre una ventina.

Una birra energica, forte come un cazzotto ben dato. Così si potrebbe tradurre Brewfist, il nome del birrificio artigianale di Codogno (Lodi), fondato nel 2010 da Pietro Di Pilato, mastro birraio e da Andrea Maiocchi, responsabile delle vendite.

E pochi giorni fa è nato anche il pub di Brewfist a Milano, in zona Conchetta (tra il Naviglio pavese e corso San Gottardo, dove si trova la prima delle 12 conche di navigazione che permettono di superare il dislivello di circa 56 metri tra la Darsena di Milano e il Ticino a Pavia).

Musica di artisti locali, fra cui il folk rock di Los Desperados e di Supertele, che fonde pop lo-fi ed elettronica, hanno accompagnato le inaugurazioni del venerdì-sabato di fine febbraio, mentre, grazie alle 12 spine dedicate alle produzioni Brewfist, la birra scorreva nei bicchieri e poi nelle ugole “a fiumi”.

Dodici spine per dodici birre, ma quali? Per esempio l’iconica Spaceman West Coast Ipa (secca, alcolica e profumata, amarognola e agrumata); la Fear, una stout “Milk Chocolate” (birra scura con malti tostatati inglesi e tedeschi, fave di cacao e poco luppolo - Molto morbida con netti sentori di caffè d’orzo e polvere di cacao); la Real lager La Bassa (5°, dedicata all’amore per il ciclismo radicato nella Bassa Padana; brillante, con sentori mielati di grano e luppolo speziato, di buon corpo e finale amarognolo).

E ancora: due Pale ale, buone, ma certo non confrontabili con l’inarrivabile e mitica, nonché oggi quasi scomparsa (o decaduta per colpa di acquirenti senza scrupoli del marchio) Bass. Tipica birra inglese di colore rossiccio, o meglio ambrato brillante, nella seconda metà del Settecento, quando fu creata da William Bass, era considerata pale cioè pallida, essendo quasi tutte le altre birre di allora scure. 

È stata famosa anche per la sua inconfondibile etichetta dal triangolo rosso, che occhieggia pure in capolavori dell’arte, come nel quadro di Manet Un bar aux Folies Bergères (qui sotto a destra) e in vari dipinti di Pablo Picasso, fra cui Natura morta con bottiglia di Bass.

Ma ecco le pale ale di casa Brewfist: la Terminal è una American Pale ale, snella e profumata (3,5°):

leggera, fresca e accomodante. Appena più ambrata la Caterpillar Rye pale ale (5,8°), creata in collaborazione con il birrificio danese Beer Here, ad alta fermentazione, con un’aggiunta finale di segale maltata, di sapore più robusto e piccantino.

Sorvoleremo sull’analcolica Ca**o (scritta proprio così) Guardi, per segnalare fra le tante (il birrificio ne produce una trentina circa, ma al Pub se ne spillano dodici, a rotazione) la Jale, una Extra special bitter da 5,3°: rossa, dai profumi di mandorla, Sherry e cioccolato; la Doppelbock Il Montante (7,3°), dalla schiuma quasi masticabile e sentori non solo di luppolo, ma anche di uva e caramello.

Ultima ma non ultima, la Barley Wine Vecchia Lodi. Prodotta inizialmente in occasione del 10° anniversario del birrificio (nel 2020) si presta a lunghe maturazioni in cantina: lo stile di birra, Barley Wine (vino d’orzo) designa un prodotto ad alta fermentazione che per il sapore e il tasso alcolico (11°) si avvicina a quelli di un vino.

Ma non si vive di sole birre. Anche il cibo vuole la sua parte, benché un pub non sia un ristorante. Quindi al momento l’offerta si basa sulle cosiddette Conchette (panini tagliati a conca, 9 € l’uno), Alzaie (pinse, 12 €), Pugnette (paninetti, 3 €), ed Extra, piattini di prosciutto crudo con focaccia, Hummus, Falafel (7-12 €). Sempre presenti nelle varie sezioni alcune proposte vegane. 

In arrivo anche un cuoco che proporrà piatti più “cucinati”.

Info.  BrewfistPub Conchetta, via Ettore Troilo 14, Milano. Orari: 18-0,30 (ven. e sab. 18-02; lun. chiuso), www.brewfistpub.it