lunedì 9 marzo 2026

BrewfistPub, la nuova birreria milanese presso la prima conca del Naviglio pavese, propone le ale del noto birrificio di Codogno: con crescente successo

 

12 birre a rotazione per il pub milanese del birrificio Brewfist,
che ne produce a Codogno oltre una ventina.

Una birra energica, forte come un cazzotto ben dato. Così si potrebbe tradurre Brewfist, il nome del birrificio artigianale di Codogno (Lodi), fondato nel 2010 da Pietro Di Pilato, mastro birraio e da Andrea Maiocchi, responsabile delle vendite.

E pochi giorni fa è nato anche il pub di Brewfist a Milano, in zona Conchetta (tra il Naviglio pavese e corso San Gottardo, dove si trova la prima delle 12 conche di navigazione che permettono di superare il dislivello di circa 56 metri tra la Darsena di Milano e il Ticino a Pavia).

Musica di artisti locali, fra cui il folk rock di Los Desperados e di Supertele, che fonde pop lo-fi ed elettronica, hanno accompagnato le inaugurazioni del venerdì-sabato di fine febbraio, mentre, grazie alle 12 spine dedicate alle produzioni Brewfist, la birra scorreva nei bicchieri e poi nelle ugole “a fiumi”.

Dodici spine per dodici birre, ma quali? Per esempio l’iconica Spaceman West Coast Ipa (secca, alcolica e profumata, amarognola e agrumata); la Fear, una stout “Milk Chocolate” (birra scura con malti tostatati inglesi e tedeschi, fave di cacao e poco luppolo - Molto morbida con netti sentori di caffè d’orzo e polvere di cacao); la Real lager La Bassa (5°, dedicata all’amore per il ciclismo radicato nella Bassa Padana; brillante, con sentori mielati di grano e luppolo speziato, di buon corpo e finale amarognolo).

E ancora: due Pale ale, buone, ma certo non confrontabili con l’inarrivabile e mitica, nonché oggi quasi scomparsa (o decaduta per colpa di acquirenti senza scrupoli del marchio) Bass. Tipica birra inglese di colore rossiccio, o meglio ambrato brillante, nella seconda metà del Settecento, quando fu creata da William Bass, era considerata pale cioè pallida, essendo quasi tutte le altre birre di allora scure. 

È stata famosa anche per la sua inconfondibile etichetta dal triangolo rosso, che occhieggia pure in capolavori dell’arte, come nel quadro di Manet Un bar aux Folies Bergères (qui sotto a destra) e in vari dipinti di Pablo Picasso, fra cui Natura morta con bottiglia di Bass.

Ma ecco le pale ale di casa Brewfist: la Terminal è una American Pale ale, snella e profumata (3,5°):

leggera, fresca e accomodante. Appena più ambrata la Caterpillar Rye pale ale (5,8°), creata in collaborazione con il birrificio danese Beer Here, ad alta fermentazione, con un’aggiunta finale di segale maltata, di sapore più robusto e piccantino.

Sorvoleremo sull’analcolica Ca**o (scritta proprio così) Guardi, per segnalare fra le tante (il birrificio ne produce una trentina circa, ma al Pub se ne spillano dodici, a rotazione) la Jale, una Extra special bitter da 5,3°: rossa, dai profumi di mandorla, Sherry e cioccolato; la Doppelbock Il Montante (7,3°), dalla schiuma quasi masticabile e sentori non solo di luppolo, ma anche di uva e caramello.

Ultima ma non ultima, la Barley Wine Vecchia Lodi. Prodotta inizialmente in occasione del 10° anniversario del birrificio (nel 2020) si presta a lunghe maturazioni in cantina: lo stile di birra, Barley Wine (vino d’orzo) designa un prodotto ad alta fermentazione che per il sapore e il tasso alcolico (11°) si avvicina a quelli di un vino.

Ma non si vive di sole birre. Anche il cibo vuole la sua parte, benché un pub non sia un ristorante. Quindi al momento l’offerta si basa sulle cosiddette Conchette (panini tagliati a conca, 9 € l’uno), Alzaie (pinse, 12 €), Pugnette (paninetti, 3 €), ed Extra, piattini di prosciutto crudo con focaccia, Hummus, Falafel (7-12 €). Sempre presenti nelle varie sezioni alcune proposte vegane. 

In arrivo anche un cuoco che proporrà piatti più “cucinati”.

Info.  BrewfistPub Conchetta, via Ettore Troilo 14, Milano. Orari: 18-0,30 (ven. e sab. 18-02; lun. chiuso), www.brewfistpub.it 

 

 

martedì 10 febbraio 2026

Vino&Couture: una degustazione nelle cantine Mascarello di La Morra fra le scarpe da donna de ilnumerotre e gli abiti femminili di Sara Spadone




Vini snelli, nervosi, di carattere, quelli di Mascarello. E lo stesso si può dire delle scarpe da donna de ilnumerotre: slanciate, multicolori, elegantissime, si potrebbe aggiungere. 

Che altro unisce i due brand? Una iniziativa che si terrà sabato prossimo 14 febbraio (dalle 11 alle 17) presso, appunto, la Cantina Mascarello di La Morra (Cuneo), nella zona nord-occidentale delle Langhe. Casa Mascarello, settecentesco palazzo ove hanno sede anche le cantine (attenzione però al nome completo: Mascarello Michele e Figli, per non incorrere in omonimie), aprirà le sue porte

anche alle realizzazioni sartoriali di Sara Spadone Demi-couture, “collezioni per donne che amano l’eleganza senza ostentazione, attente alla qualità dei tessuti e che vogliono sentirsi comode nei propri abiti durante il corso dell’intera giornata, senza limiti di età e di silhouettes”. 

L’incontro tra Vino & Couture si svolgerà nella grande sala-degustazione di Casa Mascarello, dove saranno esposti abiti e scarpe che verranno illustrati dai titolari delle aziende. 

Si potranno assaggiare, in alternativa, 6 calici di vino (prezzo: 35 €) oppure 8 calici (prezzo: 55 €). 

Degustazione con mini défilé su prenotazione alla cantina: tel. 0173.50103; mascarello@mascarello.com

 

Ed ecco i vini previsti.  

Alta Langa Docg brut 2021 (Pinot nero 70%, Chardonnay 30%, 30 mesi sui lieviti)

Charbà (acronimo di uno Chardonnay maturato in barrique per un anno) Langhe Chardonnay 2024

Grandeur, Barbera d’Asti Sup. Doc 2023 (matura a lungo in tonneaux di rovere e in bottiglia)

La Caterina, Barbera d’Alba Sup. Doc 2024 (si affina per due anni in piccole botti di rovere).

MMXX Nebbiolo Langhe Doc 2022  (matura in botti di rovere per 18-20 mesi)

 

Ilnumerotre: modello Arianna
ilnumerotre, con sede a Sale (Alessandria) è nato qualche anno fa dall’intuizione delle sue tre socie fondatrici Maria Grazia Valsecchi e le sorelle Maria Cristina e Paola Pleba: fondere diverse professionalità per progettare design, tessuti, colorazioni facendo poi realizzare le calzature da abili artigiani, in limited edition e su ordinazione. Con la ricerca dei materiali estesa a elementi “rubati” alle sartorie per uomo, a sete delle seterie di San Leucio, a cotoni leccesi di Tiggiano, a pizzi preziosi e a tessuti grezzi realizzati a telaio.


La Cantina Michele Mascarello nasce nel 1927 per volontà di Maria, nonna dell’attuale titolare Fabio, raro esempio di donna imprenditrice. Azienda a totale conduzione familiare, molto tradizionale (nel 2022 è stata iscritta dal competente ministero nel registro dei Marchi Storici d’interesse nazionale), rivolta solo ai piccoli consumatori, dal 2020 ha accentuato la propensione storica a una qualità sempre più elevata, dotandosi fra l’altra di nuove attrezzature e botti, grandi e piccole. 

Barolo in jeroboam (3 lt)
Alla piccola vigna di proprietà si affiancano quelle di produttori altrettanto storici, i cui lavori sono supervisionato dall’enologo Davide Benaglia. Sono vini che non si trovano nei supermercati, e neanche nel canale Horeca, ma esclusivamente in vendita diretta, in consegna tramite furgoni aziendali, o on line.

La produzione si aggira intorno alle 150mila bottiglie annue, a cominciare dal Barolo Docg di La Morra, con i suoi cru o meglio Mga (Menzioni geografiche aggiuntive) Cerequio e Brunate. Ma vi sono anche
Barbera d’Alba e Nebbiolo, Barbaresco e Alta Langa brut, Arneis e Langhe. Vini eleganti, ma non eccessivi, di carattere, ma non debordanti. Il più prestigioso? Forse il Barolo Riserva Umberto, prodotto anche in magnum e jeroboam, senza però dimenticare che il Barolo Docg “normale” dell’annata 2020 (ora è già in vendita la 2021) è stato premiato dalla guida The WineHunter col riconoscimento dell’Award Gold.

 

Info. Cantina-Casa Michele Mascarello, via Garibaldi 3, La Morra (Cuneo), tel. 0173.50103, https://mascarello.com

Ilnumerotre, via Mazzini 9, Sale (Alessandria), tel. 3389094567, https://ilnumerotre.it 

Sara Spadone Demi-couture, via Cola Montano 25, Milano, https://saraspadone.it  

venerdì 23 gennaio 2026

De Bagna cauda, Veronelliis et viniis

 

Usiamo la testa...d'aglio! E facciamoci una bella Bagna caôda...Col vino giusto

Brrr...si avvicinano i giorni della merla. Gnamm...e anche quelli dei Bagna Cauda Days!

Per i primi, basta coprirsi ben bene. Per i secondi, ci ha pensato l’Associazione Astigiani.

È dunque Bagna Cauda Day da giovedì 29 a sabato 31 gennaio, nonché domenica 1° febbraio. 

Il rito secolare della bagna si perpetuerà in oltre 100 locali (ristoranti, osterie, cantine, agriturismi) riunendo migliaia di cultori della sfrigolante e saporita materia. 

Caôda o cauda, sempre calda
ha da essere
Ma dove gustarla, come scegliere il locale più confacente?  Sul sito www.bagnacaudaday.it sono elencati tutti gli aderenti, principalmente in Piemonte (Astigiano, Langhe, Monferrato, Torinese, ma anche Alto Piemonte e fuori regione), con le schede relative che indicano orari, posti disponibili e il tipo di bagna che si preferisce, da scegliere tra le versioni classica, eretica o atea (quindi con aglio, con aglio stemperato o senza). Prezzo di riferimento: 30 €; vino proposto (di solito Barbera) 15 € la bottiglia.

Ma quali sono (o potrebbero essere) i migliori abbinamenti vino-bagna? 

Quasi d’istinto mi vien da dire: Freisa o Barbera frizzanti. O anche ferme, certo. 

Ma vediamo invece come la pensava Luigi Veronelli, attingendo a un suo aureo libretto, dal titolo BERE GIUSTO Ognuno può diventare un perfetto sommelier (BUR 1971).

Lo si apre a pag. 83 e si legge: “BAGNA CAÔDA: L’ultima Barbera, appena fuori di botte, dissetante e asprigna; in mancanza: Cortese bianco, giovane, serviti a 12°”. Ma poi rimanda anche “a quanto scrivo a pag. 50”. Qui, un po’ contraddicendosi, il Gino nazionale sostiene: “Per la bagna caôda, eh, scandalo... Consiglio un Cortese dell’annata e di sapore secco, acidulo”. Ma come, a pag. 83 il Cortese era una seconda scelta dopo la Barbera, qui va addirittura al primo posto? E poi, un bianco al posto dei tradizionali rossi?

Gino Veronelli
La sua disamina, ancorché interessante è un po’ lunga, ma in sostanza – dice Veronelli – la bagna è nata in case contadine piemontesi dove non avevano altro che vini rossi; dunque naturale che loro vi abbinassero Barbera oNebbiolo. “Non noi, attenti al gusto imperioso dell’acciuga”. Poi parla degli accademici (“accademico è uno che non capisce un’acca”), che lo accusano di...essere accademico, cioè di abbinare un vino bianco perché nella bagna c’è l’acciuga e di tralasciare altri elementi preponderanti: aglio e grassi.                                                                                                                       

Lui si difende e contrattacca: non sono ipnotizzato dall’acciuga (anche se vale la pena di esserlo), li prendo in considerazione gli altri elementi, aglio e grassi e vi aggiungo i cardi. I contadini piemontesi non avendo a disposizione un armonico bianco ripiegavano sulla Barbera sì, ma nuova, asprigna e dissetante. Va rifiutata invece, “Si fosse pure a una tavola presidenziale, una Barbera costituita, salda e compiaciuta. Millanta volte meglio quel mio Cortesescorrilingua”.

Ho voluto provare ed ecco come mi sono regolato. In tavola accanto a un Cortese - nella versione più nobile, quella di Gavi - una Freisa frizzante e una Croatina contadina, un rosso della collina di San Colombano, prodotto dal patron della popolare trattoria Righini, di Inverno e Monteleone.

Per l’of in cereghin (una volta cotto ricorda la chierica dei frati), gran finale della bagna, arricchito con l’olio di tartufo, si passa a un Barbaresco giovane (uve Nebbiolo).

 

Ed ecco i voti sui migliori abbinamenti vino/bagna cauda 


La sorpresa: Il Gavi – Gavi Pleo 2024, di La Raia, fresco e sapido. Voto 8. 


La tradizione: Il Barbera – Goy, Monferrato Doc 2024, di Cascina Castlèt, secco e

brioso. Voto 8

L'uovo nella bagna con tartufo: Barbaresco 2022, Fontanabianca, dinamico. Voto 7,5.

E per digerireSgnapa! (Per esempio, la Grappa 

Riserva invecchiata in botti da rum della Distilleria Sibona). Voto: 9.   








                                                 


giovedì 4 dicembre 2025

Quei 300 m di...differenza, che separano le due Vigne Kolbenhof e Rechtenthal. Quasi due mondi, secondo Martin e Niklas Foradori della Tenuta Hofstätter

 

Grappoli di Gewürtztraminer in maturazione

Trecento. Solo trecento metri separano le due vigne di Gewürztraminer.  Eppure, quale diversità alla fine del lungo processo di allevamento, vendemmia, vinificazione dell’uva e maturazione del vino bianco più aromatico del mondo. Siamo in Alto Adige, nella zona comunale di Termeno (Tramin in lingua tedesca: dice niente l’assonanza?).  “Un terroir unico, la cui geologia si manifesta come un varco naturale verso le Dolomiti”, sostiene Martin Foradori, patron della secolare tenuta J. Hofstätter: “Vi si fondono storie geologiche differenti: antiche rocce vulcaniche e metamorfiche, trasportate dai ghiacciai, dolomie locali e strati di terreno più giovani”. 

Suoli insomma prevalentemente sabbiosi, arricchiti da minerali argillosi, ideali per la coltivazione del Gewürztraminer. Come quelli che sottostanno alla Vigna Kolbenhof, già citata a partire da un documento del 1848, cuore delle vigne della famiglia Hofstätter (poi Foradori). 

È però “solo” dal 1987 che dalla Kolbenhof nasce un Gewürztraminer che ne porta il nome, ufficializzando così la provenienza da una singola parcella. Poco più a sud, l’altra Vigna, la Castel Rechtenthal: in tre centinaia di metri il profilo geologico cambia totalmente: prevalgono terreni a composizione dolomitica, ricchi di ghiaia e sabbia. 


Piantina delle Vigne di Gewürztraminer di Hofstätter

Ancora. Kolbenhof, ubicato sopra Termeno, in frazione Sella (versante occidentale della valle dell’Adige), gode di un microclima invidiabile. Il sole mattutino e i venticelli serali che scendono dai monti all’intorno agevolano la lenta e uniforme maturazione dei grappoli. La varietà dei terreni (sabbiosi, morenici e argillosi) lungo un pendio esposto a est tra i 360 e i 420 m d’altitudine conferisce al vino profondità aromatica e capacità di evoluzione nel tempo con lo sviluppo di aromi terziari (noce moscata, zenzero...).  Struttura, finezza aromatica ed eleganza sono gli atout che il Vigna Kolbenhof presenta nel bicchiere.

Cru nel cru, si potrebbe dire, o meglio, particella del Kolbenhof, la Vigna Pirchschrait, esposta a nord con la protezione naturale di una collina a sud, si avvale di un distinto ma prezioso microclima, cosicché l’equilibrio ecofisiologico che ne deriva conferisce al vino eccellente freschezza, aromi terziari importanti, eleganza ed eccezionale longevità. È dal 2006 che la sua uva viene vinificata separatamente, affinandosi in botti da 500 litri sulle fecce fini per ben dieci anni. Edizioni limitate a sole 1000 bottiglie l’anno. Prezzo: sui 130 € la bottiglia.

Alle pendici del monte Roen (2116 m., il più alto della zona) e sopra l’ottocentesco castello di Rechtenthal (in fraz. Sella) su ripidi pendii, ecco la Vigna Castel Rechtenthal, che sorge su un antico cono di detriti plasmato 32.000 anni fa (!) dal torrente Höllental e risorto dai ghiacciai “solo” 11.700 anni fa. L’esposizione a sud-est, l’ottima insolazione, le escursioni termiche e le correnti d’aria rinfrescanti favoriscono una maturazione ottimale, nonostante che le pendenze estreme e i suoli poveri d’acqua creino difficoltà allo sviluppo delle viti, conferendo però al vino vivacità e carattere.

 

Vigna Kolbenhof Gewürztraminer 2022

Colore giallo tendente al dorato ma con qualche riflesso verdognolo; aromi fruttati, dall’albicocca al passion fruit e al mango, con sentori di noce moscata. In bocca, secco, sapido, fruttato, di giusta acidità, accenni agrumati,  poi di mango, chiodi di garofano e zenzero.

Abbinamenti: ottimo aperitivo; Cappesante gratinate allo zenzero; piatti della cucina asiatica come Ramen miso, Pollo al curry, Nasi goreng; Zuppa d’aragosta; Cannelloni di scampi e champignon; Fegato grasso d’oca.

Prezzo: 35 € la bottiglia.

 

Vigna Castel Rechtenthal Gewürztraminer 2022

Colore giallo oro chiaro, scintillante. Aromi floreali di lavanda, fruttati di pesca, litchi, limone e una nuance di cioccolato al latte. In bocca secco, di corpo, aromatico, elegante, acidità ben integrata.

Abbinamenti: Sushi e Sashimi; Risotto ai frutti di mare; Rigatoni con gamberi alla catalana; piatti della cucina asiatica; Aragosta alle spezie (curry, coriandolo e zenzero). 

Prezzo: 30 € la bottiglia

 

Poteva essere una prefazione...E invece è un’appendice

In Italia, un piccolo ma importante numero di Doc e Docg, a partire dal 2010 con il Barolo, si sono Martin e dotate di una nuova suddivisione territoriale per le loro uve atte a divenire, appunto Barolo, Chianti Classico, Soave...Sono le Uga – Unità geografiche aggiuntive, nel Barolo Mga (Menzioni geografiche aggiuntive). In Alto Adige sono ben 86. J. Hofstätter ne “ha” almeno due, a Termeno-Sella e Mazon. 

Epperò Martin Foradori e suo figlio Niklas (rispettivamente, a dx e a sx nella foto sotto), alla guida dell’azienda di famiglia, non si accontentano. Considerano l’introduzione delle Uga solo “un primo, cauto passo verso il rafforzamento della cultura del terroir in Alto Adige”. A loro parere “è ancora la dicitura Vigna – la denominazione legalmente tutelata di una singola particella – l’unica indicazione d’origine capace di esprimere in modo inequivocabile la provenienza di un vino”. 

Ma che cosa rende unico un vigneto? Per rispondere a questa domanda i Foradori si sono rivolti al Gir, Geo Identity Research, uno dei principali istituti di ricerca sul terroir. Sono stati così studiati con metodi scientifici d’avanguardia i fattori geo-ecologici che influenzano la viticoltura: i suoli come le interazioni

microclimatiche, per meglio comprendere l’identità di ogni singola vigna. 

I primi risultati, definiti “sorprendenti”, hanno aperto prospettive inedite, svelando dettagli e connessioni inesplorate e confermando il legame profondo fra terroir e carattere di un vino. L’essenza di un vino insomma non è il lavoro di cantina,  pur importante, ma il suolo e il microclima di ogni particella di vigna. “Un percorso affascinante”, sostengono i Foradori, “che darà una nuova forma al nostro futuro”.


Info. Tenuta J. Hofstätter, piazza Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.860161, www.hofstatter.com

giovedì 20 novembre 2025

L'Aminta del Tasso e la Signora Anita. Storia di vino e di etichetta della Famiglia Cecchi. A Montalcino

 

La nuova Tenuta Aminta della Famiglia Cecchi: si trova in località Castelnuovo dell'Abate, a Montalcino.


Perduto è tutto il tempo / che in amar non si spende                                                                                                     Dal coro “O bella età de l’oro”, dell’Aminta di Torquato Tasso, favola pastorale (1573).    


      

 

Torquato Tasso
Andrea Cecchi
Chissà se la Famiglia Cecchi si è voluta ispirare al poeta e drammaturgo sorrentino per il nome da assegnare alla sua nuova azienda agricola di Montalcino?  “È così”, dice Andrea Cecchi, presidente e ceo, “ma solo in seconda, anzi in terza istanza”.  E spiega che la prima motivazione del nome è un omaggio a sua madre Anita Sardelli (Anita/Aminta), scomparsa nel 2017,
figura fortemente ispiratrice di più generazioni. La seconda, è un’assonanza con il monte Amiata (cambio di lettera), che domina il paesaggio e influenza il microclima della tenuta. Il riferimento all’Aminta del Tasso infine non è solo
poetico, ma in qualche modo anche concreto. Nella lirica la fonte ove si bagna la ninfa Silvia, di cui è innamorato il pastore Aminta, ha un ruolo fondamentale: lì Silvia viene aggredita da un satiro e lì viene salvata da Aminta; epperò fugge senza ringraziarlo. In un alternarsi di presunta morte della ninfa e di tentativo di suicidio del pastore disperato, i due giovani si reincontrano infine salvi e l’amore trionfa.

Ebbene, nella Tenuta Aminta esiste una fonte termale naturale ai margini del vicino bosco. 

E l’amore, almeno per il buon vino, trionfa anche oggi? Vediamo.

 

La Luigi Cecchi & Figli è un’azienda vitivinicola fondata nel 1893, che oggi produce circa 8,5 milioni di bottiglie, contando su oltre 300 ettari vitati nei territori di Castellina in Chianti (Siena), in Maremma (Grosseto) e in Umbria (Montefalco). Chianti Classico e Nobile di Montepulciano, Morellino di Scansano e Vernaccia di San Gimignano, Sagrantino e Rosso di Montefalco i Doc e Docg più gettonati.

La nuova Tenuta Aminta di Montalcino invece, produce da pochissimi anni i due vini classici del territorio di Montalcino, Brunello Docg e Rosso Doc, solo in qualche migliaio di bottiglie, e l’intenzione non è certo quella di incrementarne il numero, se non marginalmente. Ma di concentrarsi su un’estrema qualità, che tenga però conto della tradizione come delle istanze più attuali, dalla vigna alla cantina.

Si tratta di 6 ettari di vigneto Sangiovese, su tre corpi, nella frazione di Castelnuovo dell’Abate, area sud-orientale di Montalcino: Pian Bassolino, Cantina e Caselle. Suoli compositi, basse rese per ettaro (70 qli), densità d’impianto di 4500 piante/ha sono i presupposti, insieme al sapiente mix di uve dai tre territori, per la scelta dei mosti più adatti alla produzione dei due vini ilciniani.

Ma vediamoli più da vicino, i “neonati”, partendo dal campo.

L’uva Sangiovese nel 2020, grazie anche a una primavera mite, buona soleggiatura fino a luglio e piogge sporadiche, si è presentata alla vendemmia in ottimo equilibrio tra acidità e zuccheri e grazie all’elevata escursione termica, nelle ultime settimane, con grande potenziale aromatico.

Il Brunello di Montalcino Docg 2020 Aminta (100% Sangiovese) è maturato due anni nel rovere (tonneau e botti da 20 hl), poi per altri due anni si è affinato in bottiglia. 

Il risultato nel bicchiere? Un bel colore rosso rubino carico, per iniziare. Profumi floreali appena accennati si dileguano in quelli più vividi di ciliegia e mora, con accenni di buccia d’arancia e note speziate. Sorso potente ma raffinato, fresco e complesso, tannini levigati, succulenza accentuata; finale persistente, con netti aromi speziati.

Abbinamenti: Pappardelle con sugo di lepre, Tortelli di patate con ragù di carne, Petto d’anatra in salsa di Brunello, Guancia fondente al cucchiaio con patate schiacciate.

Ne sono state prodotte 3120 bottiglie, più 250 magnum e 50 jeroboam (doppie magnum).

Prezzo: sui 55 € la bottiglia (in enoteca).

 

                                                                               



Il Rosso di Montalcino Doc 2023 Aminta (anch’esso 100% Sangiovese) è maturato 9 mesi in vasche di cemento e per altri 9 si è affinato in bottiglia. 

Appare di colore rubino brillante. Si avvertono al naso profumi di fragolina e ciliegia, violetta e chiodi di garofano. Fresco ed elegante in bocca, con una certa sapidità agrumata, tannini nobili e succosa mineralità.

Abbinamenti: Pici con salsiccia e funghi, Risotto con sugo di piccione, Bistecca alla fiorentina, Peposo, Brasato di manzo al vino rosso.

Ne sono state prodotte 3.117 bottiglie e 45 magnum.

Prezzo: 20 € (in enoteca).

Infine, una curiosità. Le belle etichette dei due vini sono state sviluppate ispirandosi a una serie di disegni di Anita Sardelli Cecchi (madre di Andrea Cecchi), scomparsa nel 2017, un anno prima dell'acquisto (e successiva ristrutturazione) dell'azienda vinicola, che poi avrebbe preso il nome di Aminta.


Info. Tenuta Aminta, Strada Provinciale di Sant'Antimo 55, loc. Castelnuovo dell'Abate, Montalcino (Siena) tel. 0577.54311, 340.6920885.

 

 

 

mercoledì 5 novembre 2025

Bianco o rosso? Rosato o arancio? I colori del vino (e i suoi profumi e sapori) si estendono. Una carrellata in giro per l'Italia. Con un focus sul Chianti Classico



Bianco o rosso?, ti chiedeva una volta l’oste. Poi, da oltre un ventennio, la domanda di prammatica è stata spesso aggiornata: Bianco Rosato o Rosso? E negli ultimi dieci anni il nostro oste moderno alias sommelier dovrebbe chiedere: “Il Signore desidera un bianco, un rosé, un orange o un rosso?”. Certo, molto dipende dalle occasioni, dei piatti da abbinare, dalla voglia di provare vini diversi e, magari, di stupire gli amici... Sia come sia, qui su Il MoncalVini, non si fanno discriminazioni: se non quelle sulla serietà dei produttori, sulla “bontà” dei vini, pur discutibile, sull’originalità del vino in questione alla ricerca del bello, buono e giusto per il nostro palato, il nostro cuore e la mente, sapendo che ognuno di essi è diverso da quelli degli altri. 

E stavolta il classico Prosit (traduzione dal latinorum: Sia di giovamento) lo auguriamo all’inizio.  Cosicché possiate acconciarvi per le prossime Feste!

 

Dal bianco al rosato...

Martin Foradori guida una delle aziende vitivinicole più importanti dell’Alto Adige e, per qualità, anche fra le migliori del resto d’Italia: la J. Hofstätter di Termeno. Esemplare è il suo raffinato Pinot Bianco Alto Adige Doc 2024, vinificato in acciaio, di una finezza rara, che viene attribuita dal produttore ai suoli calcarei di collina come pure all’escursione termica fra giorno e notte, che permette lo sviluppo di profumi sottili quanto soavi: fiori di campo, mela verde, pera...Acidità vivida ma equilibrata e struttura elegante preludono in bocca a una chiusura asciutta, sapida e  delicati aromi di frutta e noci nel finale.

Da aperitivo; per accompagnare al meglio anche antipasti di salumi (Prosciutto cotto alla tirolese, Salamini di cervo...). E poi, con primi altoatesini come gli Spätzle agli spinaci conditi con speck e burro, i Canederli al formaggio grigio; fra i secondi, Coniglio alle erbe, Faraona all’arancia, Cous cous; piatti di pesce e crostacei, come Trota alla mugnaia, Spaghetti alle vongole, Lasagne con gamberi e ricotta

Prezzo: 12,70 € la bottiglia.

Info. Tenuta J. Hofstätter, piazza Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.860161, www.hosfstatter.com  

 


Un vino per certi versi sorprendente. LeMoss è un rosato da uve rosse: 90% Pinot nero, 10% Raboso,  da vigne coltivate in Veneto, a San Polo di Piave, su un suolo argilloso. 

Gli acini, pressati in maniera soffice, macerano per 12 ore a contatto con le bucce, poi il mosto fermenta (ma non del tutto) grazie a lieviti indigeni, a 15-17°. Ha quindi luogo una seconda, lenta fermentazione in bottiglia sui lieviti (sur lie, si direbbe in Francia). La fermentazione in inverno si arresta per riprendere in primavera (con l’aumento della temperatura) e con essa si avvia la presa di spuma. È il cosiddetto Metodo Ancestrale. I lieviti esausti non vengono espulsi ma lasciati depositare sul fondo della bottiglia, anche se alcuni rimangono in sospensione: da qui una certa torbidezza del vino. 

Questo tipo di frizzanti (al massimo 2,5 atm) vengono spesso chiamati in Veneto con l’appellativo finale “Col fondo” e chiusi con tappo corona. Non fa eccezione il LeMoss (10,5° alcolici - il nome viene dal dialetto trevigiano: “è mosso”). Perlage breve e un po’ grossolano, che tende a esaurirsi non molti secondi dopo che il vino è stato versato. Fresco e profumato, piuttosto secco nonostante abbia sviluppato la malolattica; sentori gentili, di crosta di pane, e, accennati, di frutta rossa.  Vino semplice, se vogliamo, eppure intrigante.

Si abbina bene con piatti saporiti: salumi (Prosciutto di Sauris, Mortadella, Salame di Felino); formaggi sapidi, anche stagionati (Asiago Mezzano, Piave vecchio selez. Oro). Fra i primi: Pastasciutta alle vongole, prezzemolo e aglio; Orecchiette con cime di rapa. Fra i secondi: Sarde in saor; Fegato alla veneta.

Prezzo: sui 10 € la bottiglia.

Info. Società agricola Lemoss, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885, www.cadirajo.it .

 

...All’arancio

A dispetto del nome scherzoso e dell’etichetta spiritosa, Orange-utan è un serissimo vino dal colore aranciato, che però, come tutti gli Orange wine, deriva da uve bianche. Biologico e vegan-friendly, ha alla base un 80% di Inzolia e il restante 20% di Zibibbo. 

Nell’azienda agricola Cortese dei fratelli trentini Marina e Stefano Girelli, vignaioli appassionati del territorio ragusano, che nella loro fattoria mantengono le migliori tradizioni dell’enologia siciliane, pur con sapienti tocchi innovativi, le uve vengono raccolte manualmente in piccole cassette per mantenere al massimo l’integrità del frutto e i suoi valori aromatici. 

La vinificazione è quella tipica degli Orange: si procede prima alla macerazione sulle bucce a temperatura contenuta fra i 17 e i 19°, separatamente: l’Inzolia per 2-3 settimane, lo Zibibbo per sei, con follature delicate quotidiane (una procedura che consiste nello spingere verso il basso, rompendolo, il cappello di vinacce che si forma in superficie durante la fermentazione, per favorire l’estrazione di
colore e aromi). 

Si procede quindi all’assemblaggio dei due vini, che si affineranno per tre mesi sulle fecce “nobili”. L’Orange-utan, col sul bel colore d’arancia, ha buona struttura (13° alcolici), è fresco, elegante, dotato di una complessità aromatica che spazia fra pesca, albicocca e agrumi come chinotto e arancia. In bocca, sapido, persistente, con note floreali e fruttate e accenni balsamici.

Buon aperitivo, si sposa bene con Sushi, Carpaccio di spada al pepe rosa, Tartare di ricciola, Caponata; con primi come Ravioli di zucca, Pasta alla Norma; fra i secondi: Pollo alla marocchina, Coniglio a’stimpirata con scorze di agrumi.

Orange-utan, Terre siciliane Igp 2024

Prezzo: sui 13 € la bottiglia.

Info. Azienda agricola Cortese, c.da Sabuci, SP3 km 11, Vittoria (Ragusa), tel. 0932.875615, www.agricolacortese.com

 

Non resta "che" il rosso

Last but not least, il vino rosso. Quattro toscani di vaglia e un curioso marchigiano.

Il primo è il poco noto Ciliegiolo, maremmano, la cui uva omonima però può entrare in piccole percentuali anche nella composizione del Chianti Classico.

Il Ciliegiolo è vino dai sentori fruttati, con tocchi di speziatura, e una sua morbidezza che si sposa bene con piatti di pesce salsati, per esempio il suntuoso Cacciucco della costa ligure (come mare) e livornese, (come territorio). D’estate fa la sua buona figura su piatti non impegnativi di carne, ma anche d’autunno ha da dire la sua con Tagliatelle ai porcini, Risotto con salsiccia e zucca, Zuppa di castagne, Ribollita; e ancora, Pollo alla cacciatora, Saltimbocca (scaloppine) alla romana (con prosciutto crudo), per non dire di formaggi mediamente stagionati e salumi quali il Prosciutto crudo al pepe e la Finocchiona

Il Nàcchero, Toscana Igt 2024 di Grillesino, Ciliegiolo in purezza, è un ottimo esempio di questo rosso dal colore rubino (che “invecchia” bene per 3- 4 anni, accentuando la sua tinta verso il granato), profumi che rimandano alla prugna e ai piccoli frutti rossi; in bocca è secco e morbido al contempo, di carattere spiccato (ha una gradazione di 13,5°), fresco e sapido, di beva assai piacevole.

Ma come è fatto il Nàcchero? Il vigneto di Grillesino poggia su un suolo calcareo/argilloso (e ghiaioso) posto a 220 m s.l.m.; la vendemmia si svolge solitamente a fine settembre e i mosti dopo la pigiatura-diraspatura vengono immessi in tini d’acciaio per la fermentazione alcolica; due settimane più tardi il vino nuovo viene travasato e conservato in acciaio a temperatura controllata in modo che si sviluppi anche la fermentazione malolattica. Dopo 4 mesi, viene imbottigliato e dopo altri tre di affinamento nel vetro, è pronto per la vendita.

Prezzo: 15 € la bottiglia.

Info. Grillesino – Compagnia del vino, Magliano in Toscana-San Casciano Val di Pesa, tel. 055.244357,  www.compagniadelvino.com 

 

Mondo Classico

È un mondo il Chianti Classico, con una lunga tradizione alle spalle e un rinnovamento accentuato che si è sviluppato a partire da un progetto 25ennale, che oggi ha segnato un punto d’arrivo (e di ripartenza) importante. Non possiamo qui farne tutta la storia, proviamo a fissarne alcune date importanti.  

Nel 1716 il Granduca di Toscana Cosimo III stabilisce i confini della zona di produzione del vino Chianti. Nel 1924 nasce il Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti, con simbolo il Gallo nero. Nel ’32 si aggiunge il suffisso Classico per distinguere il Chianti delle origini da quelli nati al di fuori del territorio codificato nel Settecento. 

Nel 1984 il Classico ottiene la Docg; e dal 2010 vige il divieto di produrre altri Chianti nel territorio storico del Classico. Tre anni dopo viene modificato il Disciplinare con l’aggiunta alle già esistenti versioni, Annata e Riserva, della Gran Selezione. Che cosa differenzia quest’ultima dalle prime due? Grado alcolico minimo più alto (13°), invecchiamento minimo maggiore (30 mesi), estratto minimo (26 g/l), maggiore eleganza e speziatura, struttura, finezza e bilanciamento fra tannini e acidità, longevità e spessore maggiori.

Nel 2021 nascono le Uga, Unità geografiche aggiuntive, zone di coltivazione più ristrette e omogenee, distinguibili per una combinazione di fattori naturali (microclima, suoli) e umani (storia culturale, tradizioni locali). Sono 11 le Uga che si possono trovare segnalate sulle bottiglie di Chianti Classico: San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, Radda, Gaiole, Castelnuovo Berardenga, Vagliagli, Castellina, San Donato in Poggio.

Ma forse l’azione umana più significativa degli ultimi 35 anni, che ha portato a un necessario rinnovamento della viticoltura del Gallo Nero è il Progetto Chianti Classico 2000, elaborato dal suo Consorzio a partire dal 1984, in tre Cicli, con 16 vigneti sperimentali su 25 ettari, 5 cantine per verificare le singole tesi sperimentali, 10 stazioni agrometeorologiche. E sei Tematiche: a) di riscontro del comportamento agronomico e del valore enologico di alcuni cloni di vitigni neri (Sangiovese, Canaiolo, Colorino e Malvasia nera), già compresi nel possibile uvaggio del Chianti Classico; 

b) sulle caratteristiche dei portainnesti in rapporto all’ambiente pedoclimatico; 

c) su quale potesse essere la migliore densità di piantagione per ettaro; 

d) sulle forme di allevamento; 

e) riguardo alle tecniche di gestione del suolo; 

f) relative alla selezione clonale dei principali vitigni. 

Si sono individuati così 239 presunti cloni, dai quali sono stati selezionati 24 di Sangiovese, 8 di Canaiolo, 3 di Colorino; dopo ulteriori controlli e verifiche si è giunti all’omologazione di 7 nuovi cloni di Sangiovese e 1 di Colorino, che dagli anni Duemila in poi sono stati in gran parte già adottati dalla maggioranza dei produttori, con enorme giovamento sulla sanità e congruità delle uve.

 

Nel corso della recente degustazione “Chianti Classico 2000 Venticinque” (11 bottiglie di diverse annate, produttori e tipologie) si sono potuti constatare quanti passi avanti siano stati fatti nella qualità dei vini Chianti Classico. A parere di chi scrive, gli 11 campioni assaggiati si sono dimostrati tutti molto buoni; eccellente fra i Chianti Classico Annata il Casanuova di Nittardi Vigna Doghessa 2021, 100%
Sangiovese, vigne sui 500 m s.l.m. su suolo sassoso, a Castellina in Chianti. Matura in barrique e tonneau. Grandi profumi di sottobosco, spezie dolci, tannini vellutati, profondo, energico, persistente, dai sentori minerali. 

Prezzo: sui 19 € la bottiglia.

Info. Nittardi, loc. Nittardi, Castellina in Chianti (Siena), tel. 0577.740269, https://nittardi.com

 


Fra i Chianti Classico Riserva  predilezione per Le Baroncole 2021 della Fattoria San Giusto a Rentennano di Gaiole in Chianti. Vino biologico, da uve Sangiovese (97% e Canaiolo (3%), ha fatto 20 mesi in botti da 5 hl e in fusti di rovere francese da 2,25 hl; affinamento in bottiglia di 6 mesi. Bel colore rosso rubino, profumi evidenti di erbe aromatiche, rosa, viola e frutti di bosco. Secco, ma morbido con grata corrispondenza naso-palato, lungo; in due parole: veramente buono. 

Prezzo: 36 € la bottiglia.

Info. Fattoria  San Giusto a Rentennano, loc. San Giusto a Rentennano 20, Gaiole in Chianti  (Siena), tel. 0577.747121, www.fattoriasangiusto.it

 


Infine, le Gran Selezione. Ve n’erano in assaggio sette su 11 vini totali. Non facile sceglierne una per tutte, v’erano bottiglie di vendemmie a partire dal 2015 e fino al 2023. 

Preferenza di un’incollatura alla Badiola 2021 del Castello di Fonterutoli, 100% Sangiovese, da vigne ventennali allevate a 500 m s.l.m. a Radda in Chianti, su terreni di galestro, arenaria e scheletro misto, che godono di un clima molto fresco. 

Vinificato in tini troncoconici d’acciaio, elevato 5 mesi in vasche di cemento, e ancora 16 mesi in tonneau e affinato ulteriormente in bottiglia per 8 mesi. Fresco, fine, elegante, al naso profumi di mora e gelso con note di sottobosco, e ancora, di cacao, pepe, cuoio. In bocca, tannini delicati, sapidità, sentori corrispondenti a quelli olfattivi e anche agrumati; lunga persistenza.

Prezzo: sui 60 € la bottiglia.

Info. Castello di Fonterutoli, via Ottone III di Sassonia 5, loc. Fonterutoli, Castellina in Chianti (Siena), tel. 0577.73571, https://mazzei.it

 

La Vernaccia è anche rossa

C’è la Vernaccia di Oristano Doc (sarda) da uve omonime e la Vernaccia di San Gimignano Docg (toscana) anch’essa da uve sue omonime almeno per l’85%, ambedue vini bianchi. E poi ci sono i molto meno conosciuti Vernaccia di Serrapetrona Docg, spumante, e Serrapetrona Doc, fermo. Questi due vini marchigiani non sono bianchi, ma rossi. Le relative uve si riescono a coltivare bene solo nella zona di Serrapetrona, provincia di Macerata; tentativi in varie parti del mondo, comprese Sonoma e Napa Valley, hanno sortito effetti deludenti. Se la versione Vernaccia di Serrapetrona Docg, spumante dolce, è la più tradizionale (con un metodo di vinificazione e spumantizzazione unico, che contempla ben tre fermentazioni successive), si fa strada tuttavia una versione secca, di sorprendente carattere. Come quella proposta dalla cantina agricola VerSer, dell’enologo Matteo Cesari de Maria, che ne è proprietario assieme ai genitori e alla sorella Sandra. Cantina giovane – vigneti impiantati fra il 2019 e il 2020 - si è data quel nome come sintesi di Vernaccia e Serrapetrona.

I vigneti si trovano, come consente il disciplinare, a San Severino Marche, località Carpignano, territori confinanti a sud con Serrapetrona. Sono disposti in una valle dove prevale l’argilla. Si tratta di 2,2 ha di Vernaccia nera e di 0,5 ha di Pecorino. 

Matteo Cesari de Maria, laureato a suo tempo con una tesi sperimentale proprio sulla Vernaccia, fa quasi tutto da solo per controllare in prima persona ogni fase, avvalendosi, quando sia il caso, di tecniche e attrezzature avanzatissime. 

Realizza così cinque vini. Il Serrosé, Marche Rosato Igt, 100% Vernaccia nera, molto piacevole; l’Oh Pè, Marche Bianco Igt, 100% Pecorino, elegante e floreale; e due simpatici frizzanti chiamati Reból (Marche Igt): un rosé da Vernaccia nera 100%, con rifermentazione in bottiglia e un bianco – 100% Pecorino – una sorta di metodo classico non sboccato, fresco e fragrante. 

Però il vino più interessante di VerSer è il Clemè, rosso da Vernaccia nera, Serrapetrona Doc. La vigna
posa su terreno franco argilloso a un’altitudine media di circa 300 m s.l.m. Dopo la vendemmia settembrina viene vinificato con una pigiadiraspatura soffice, con fermentazione su lieviti selezionati e affinamento per 8 mesi in acciaio (con rimontaggi mensili).

Clemè, Serrapetrona Doc 2023 ha un bel colore rubino brillante, profumi che ricordano rosa canina, violetta, piccoli frutti rossi e una speziatura di pepe bianco. In bocca: secco, con tannini levigati, ottima corrispondenza naso-palato e lieve nota vegetale.

Matrimonio d’amore in tavola con i Crostini col Ciauscolo; i suntuosi Vincisgrassi, tipici delle Marche; Tacconi(tagliatelle marchigiane di farina di fave) con sugo di fave fresche, guanciale e pomodorinibrasato con le castagne; filetto di maiale al rosmarino.

Prezzo: 22 € la bottiglia.

Info. Cantina VerSer, loc. Carpignano 114, San Severino Marche (Macerata), tel. 0733.1550675,  www.agricolaverser.it