giovedì 28 maggio 2026

Ritorno al futuro: al Dry Martini di Barcellona 40 anni dopo. Uno dei migliori e più rinomati bar del mondo, che include in magazzino anche un ristorante...segreto.

 

Da sinistra, Javier de las Muelas, patron del Dry Martini, Terry e...suo marito

Nel 1988 Barcellona già aspettava. Aspettava il 1992, che era visto in Catalogna “non tanto come l’anno dell’apertura definitiva delle frontiere europee, ma come il fatidico appuntamento delle Olimpiadi” (autocitazione – e me ne scuso - dal pezzo “La notte infinita di Barcellona”, pubblicato sul numero di gennaio 1989 del mensile A tavola). 

L’articolo (foto a sinistra) parlava dei bar di Barcellona e segnatamente del Dry Martini. 38 anni dopo, varcarne per la seconda volta la soglia, risveglia ricordi e dà qualche brivido d’emozione. Il locale sembra lo stesso: divani e poltroncine in pelle verde o rossa, il lungo bancone di lucido legno massiccio, con gli sgabelli e la barra in ottone, lo specchio centrale subito dietro l’anziano registratore di cassa, con l’evidenza della scritta che riporta la “Original recipe Dry Martini: 1/2 London Dry Gin  1/2 French Vermouth 1 dash Orange Bitters   Squeeze lemon rind. Add a green olive”. 

Una formula ritenuta appunto quella “originale”: da notare, che era utilizzato il French, cioè un vermouth bianco e secco (mentre quello rosso e dolce era chiamato nel mondo Italian); che si aromatizzava con uno spruzzo di Orange bitter, oramai abbastanza in disuso; e che non era ancora arrivata la moda dei Martini secchissimi, con pochissimo Vermouth dry o addirittura nulla, secondo “ricette” fantasiose, come quella del Montgomery hemingwayano (1 parte di Vermouth secco, 15 parti di Gin). Per non dire dell’altra, che consiste nel far compiere alla bottiglia del Vermouth un giro intorno alla coppetta da cocktail già colma del gelido distillato e poi subito accantonarla senza versarne nemmeno una goccia.

Ma come lo fanno oggi al Dry Martini il Dry Martini cocktail? In tutti i modi. Si può ordinare il Dirty e il Breakfast, il Gibson e il Martínez, il Mercatini e il Vesper. Ma il loro Martini perfetto (foto a destra) è fatto così: nel fondo di una  coppetta gelata il barman deposita un'oliva verde sivigliana. Poi nel mixing glass  freddissimo su cubetti di ghiaccio versa una coppetta di Gin Bombay Sapphire e 2-3 spruzzi di Vermouth secco  (Martini Extra Dry o Noilly Prat). Mescola per 15 secondi; poi mescola più velocemente ancora per 2 secondi. Cola nella coppetta con l'oliva e profuma in superficie con uno sprizzo di buccia di limone.

Ma torniamo al tempio del Martini barcellonese, inteso come locale. Non è il più antico della città, dove quello più famoso in quanto ad età e conseguente gloria è il Boadas, aperto nel 1933 e tuttora in attività: dunque ultranovantenne.

Il Dry Martini invece ha “solo” 48 anni. Lo aprì nel 1978 Pedro Carbonell, barman di grande esperienza, anche pianista, sposato con la cantante d’opera Josefina Canales. Era basato sulla mescita del famoso cocktail, in differenti versioni: a vista quasi solo bottiglie di gin e di Vermouth secco. Una delle idee luminose che ebbe Pere (il nome di Pedro in catalano), fu quella di iniziare a numerare tutti i cocktail Martini preparati per i clienti. La faccenda è stata portata poi al suo culmine con l’attuale proprietario Javier de las Muelas che istituì un “ContaMartini luminoso”, che attualmente ha superato il milione e mezzo di cocktail serviti e certificati. 

Così ogni volta che un cliente ordina l’iconico drink riceve l’apposito attestato numerato.

Javier de las Muelas, altro gran personaggio, di una generazione successiva a quella di Carbonell, gli subentrò nel 1996. È una storia che va raccontata. De las Muelas, mentre Don Pere Carbonell sognava di creare un suo bar, riuscendo poi a realizzarlo, era uno studente della facoltà di Medicina, ma per suo interesse personale frequentava anche Architettura e nello stesso tempo il mondo underground “molto warholiano” della città. Vendeva fumetti, lavorava come promotore di concerti di musica rock e conduceva una piccola impresa di cartellonistica. E s’innamorava...dei bar. 

Siamo sul finire degli anni Settanta/primi Ottanta del Novecento. A Barcellona i bar si contavano a migliaia, non vi erano grandi catene, paninoteche e così via, e questi locali erano luoghi d’incontro anche giovanile. 

Il giovane Javier beve i suoi primi cocktail e impara a farli a...vista, da Boadas, il più antico e famoso. Così, due anni dopo l’apertura del Dry Martini, che subito frequenta e ammira molto,  decide di aprire con alcuni giovani colleghi un bar tutto suo: il Gimlet. Era il 31 dicembre del 1979. Il locale prese il nome di un noto cocktail, che affonda le sue origini nella marineria britannica del 19° secolo, quando sulle navi, per combattere lo scorbuto, iniziò a essere distribuito lime in dosi massicce, e il cui succo i marinai ingerivano più volentieri mescolandolo alla dose di Gin quotidiana. Il Gimlet era un locale piccolo, tanto che i cocktail venivano preparati con le spalle ai clienti, solo grazie a una rientranza del banco fra due colonne. Gli strumenti (shaker, mixer) erano di seconda mano, spesso non si aprivano dopo la shakeratura e bisognava metterli sotto l’acqua oppure dare un colpo molto forte e secco, che si sentiva in tutto il locale...Perciò, in questi casi, la musica, veniva alzata di volume per attenuare il rumore.

In quegli anni Javier de las Muelas frequentava spesso i suoi due bar favoriti, anche per carpire loro il savoir faire della noble art of mixing glass: Boadas e Dry Martini, considerando quest’ultimo “il Vaticano dei bar”

Comunque nel tempo il Gimlet si assestò, andando incontro a un crescente successo anche giovanile, in particolare da quando, a un paio d’anni dall’apertura, trasmigrò in un locale più adeguato, i cui interni ben studiati s’ispirarono al motto coniato dal grande architetto Mies van der Rohe: “Meno è meglio”. Legno, pietra naturale, ottone, pareti stuccate...E cocktail ben fatti, studiati, sia della tradizione che innovativi.

Con il Gimlet, non molto tempo dopo, vennero altri locali, come il Nick Havanna, Casa Fernandez e il recupero della ”mitica” birreria Montesquiu, poi tasformata in bar de tapas e ristorante. 

E fu la volta del Dry Martini. Javier si trovò a condividere il primo Martini cocktail con Maria Lourdes Escuer, la sua futura sposa, a quel bancone. Qualche tempo dopo, e non prima di essersi fatto forza con  un paio di Martini, si azzardò a proporre al patron Pedro Carbonell che, semmai un giorno avesse voluto cedere il locale, lui era pronto, prontissimo a rilevarlo e a mantenerne intatti la struttura e la...gloria. Non disse né sì né no Carbonell, ma fu colpito favorevolmente da quella intraprendenza giovanile.  E un paio d’anni dopo fu lui stesso a riproporre il passaggio di mano a Javier. “O lo prendi tu”, gli disse in sostanza, “o altrimenti lo svuoto e vendo i locali a una banca”. Non aspettava altro de las Muelas. In poche settimane l’affare fu concluso. 

Un Frappé, base cocktail
Martini: il Madras contempla 5 
peperoncini indiani...
L’intima parola d’ordine del nuovo patron fu: “rinnovamento nella continuità”. In concreto voleva dire aprire il locale – luogo di ritrovo fino ad allora soprattutto di uomini, spesso attempati - alle signore e ai giovani, iniziando dalle piccole cose: come tenere sempre discoste le spesse tende che impedivano fino ad allora la vista dell’interno anche a porta aperta. A tutti, insomma e tendenzialmente anche a giovani tatuati, con piercing e capigliature stravaganti. E la colonna sonora passò dal jazz alla musica elettronica. 

Dapprincipio il nuovo patron trovò una sorda opposizione da parte dei dipendenti e soprattutto di molti vecchi e affezionati clienti, che temevano una trasformazione radicale. Ma dopo un po’, rassicurati sul fatto che il cambiamento non fosse di sostanza (mentre in parte lo era!)  tornarono a bere i loro Martini, mentre si avvicinavano finalmente anche giovani e ragazze, che chiedevano però anche altri drink, più attuali...

La creazione di nuovi drink o l’acquisizione in carta di nuovi cocktail internazionali, non fu che un passo avanti. Ma fu solo dopo l’apertura dello Spekeasy (ristorante “clandestino”, su cui torneremo più avanti), che la “materia” del bere fu presa di petto. In sostanza come scrive nel suo fondamentale e bellissimo libro, riccamente illustrato, The Bar - Homenaje al Dry Martini, de las Muelas, “Partendo dalla meravigliosa cockteleria classica riunii un gruppo entusiasta formato da barman, cuochi e pasticcieri per tradurre in pratica concetti mai esplorati nel mondo della cockteleria”. Nascono così i Frappés: base il cocktail Martini, ma aromatizzati, come ad esempio il Madras, con 5 peperoncini delle Indie; il Wasabi, con l’ormai nota crema verde, pungente e balsamica; il Ximz, con un tocco del famoso Sherry dolce e invecchiato Pedro Ximénez. I drink così preparati vengono messi in apposite bottiglie e congelati a -25°. Il cocktail verrà poi versato in coppe semplicemente agitando la bottiglia per il tempo necessario a ridurlo quasi alla consistenza di una granita.

Poi, i vari Dry&Tonics. E gli Spoon Martini, dolci e da ”bere” con il cucchiaio (!), in tre tipi:  gelatine, brulé e meringhe. Per non dire dei Fresh Fruit Martini, cocktail freschi, dolci, di gradazione alcolica moderata, che incorporano frutta frullata o centrifugata, come ananas, fragole, cocco, mango. E gli Excentrics, scenografici come bicchieri e presentazione, originali come sapore. Bastino per incuriosire i nomi: Carnyvore, Wild Wild Breakfast, Mermaid Song, The Pipe (quest'ultimo contempla Hibiki Harmony - whisky giapponese -, Martini Rubino Riserva speciale, Assenzio Pernod, Scotch Laphroaig 10 y, Liquore di cacao M. Brizard)...                                                                            

Un cocktail Excentric: The Pipe

Potevano mancare i Mojitos?  Alla classica ricetta cubana di rum, succo di lime, foglie di menta, zucchero e soda, vengono aggiunti altri elementi, dal succo di passion fruit al caffè, dal kumquat al sisho (erba aromatica dell’Asia orientale). O gli Spritz? Nove, di cui due senz’alcol (che censureremo): alcuni a base di vari tipi di Vermouth o Bitter Martini, completati con Cava, lo spumante metodo classico prodotto nel Penedès, regione catalana a sud ovest di Barcellona.

Molto vasta la scelta di Gin, Whisky scozzesi, irlandesi, giapponesi etc., fra i quali un bicchiere può costare 15,70 € come nel caso del Toki del Sol Levante  o anche 753,90 € per chi vuole degustare uno Scotch Macallan Reflexion. 

Ma come si accompagnano i drink al Dry Martini?  Fino a non molti anni fa si poteva scegliere solo fra tapas, bocadillos e platos veri e propri. Piatti e piattini eccellenti, però. Fra le tapas segnalo Gilda clásica, con acciughe del Cantabrico, peperoncino basco (moderato) e olio; la croqueta di porcini e fegato con composta di mela; e il Jamon (prosciutto) di Jabugo Pedro Domecq con pane e pomodori. 

Tra i platos: Filetto di manzo a cubetti con salsa all’aglio, peperoni del patron e patate novelle; Ceviche del mercato del pesce (la famosa Boqueria) con cremoso di cocco; Sashimi di tonno Balfegó con salsa teriyaky e maionese al latte. 

E tra i bocadillos (panini farciti): quello di calamari in tempura (fritto leggero) con maionese agli agrumi.

Dal 2002 è stata ufficializzata un’idea...clandestina, un ossimoro che però ha da oltre 20 anni un grande successo. Lo ha voluto chiamare Speakeasy, Javier, proprio come i bar-ristoranti clandestini dove, durante il Proibizionismo statunitense (1920-1933), si davano appuntamento bella gente e gangster, mescolati assieme, per bere alcolici prodotti illegalmente, spesso “mimetizzati” in forma di cocktail e dove anche si cenava, ballava, ci si divertiva spensieratamente. In essi (in genere mascherati da negozi di fiori, barberie, magazzini, latterie) si accedeva solo con parole d’ordine.

Javier de las Muelas disponeva nel retro del bar di grandi magazzini, in cui venivano accatastate le casse di vini e liquori, con ampio spazio libero. 

E lì, fra le casse, arredò il suo speakeasy (foto qui a sinistra), dove si pranza tuttora come in un buon ristorante e si bevono vini e cocktail, ma senza più l’ansia dell’arrivo della polizia...Comunque, una parola d’ordine era ed è pur sempre necessaria. Anzi una “controparola”, come quando la sentinella in guerra la chiedeva all’avvicinarsi di un milite non conosciuto e questi di rimando gli domandava poi la controparola. 
Così, l’incaricato alla porta del magazzino-speakeasy al suono del campanello apriva e diceva: “Cardinal Martini”. E l’avventore aspirante clandestino - dopo aver annunciato solo il nome (non il cognome) rispondeva: “Papa!”. Erano infatti i mesi in cui si doveva tenere il Conclave durante il quale fu invece eletto Ratzinger – Benedetto XVI. Non si sa se la scelta della parola Martini fosse dovuta più alla personalità del cardinale (effettivamente ritenuto dai più papabile) o a quella del cocktail. In realtà – absit iniuria verbis - coincidono...

Non più di una ventina di invitati per volta, nei primi tempi. Racconta Javier: “Veniva e tuttora viene la gente più disparata e interessante: si parlava e parla di tutto, della vita, dei Beatles, di uomini e donne, di uova fritte con patate...”. Inaugurato ufficialmente nel 2002, come ristorante esclusivo, è da allora anche la sede di sperimentazioni di nuovi matrimoni fra cocktail e piatti.

Oggi, per entrare e pranzare o cenare qui si deve assolutamente prenotare tramite il sito ufficiale  https://speakeasybarcelona.com/reservas/  o anche inviando una email a: reservas@drymartiniorg.com     Al momento della prenotazione verrà fornita la password da pronunciare a richiesta prima di poter passare oltre gli accessi “segreti” della cucina e del magazzino vero e proprio. 

La salla dello Speakeasy
riflessa in uno specchio

Che cosa si mangia? Para picar include una serie di tapas, stuzzichini ecc che utilizzano acciughe del Cantabrico, guacamole,  Jamon iberico de bellota, tortille di gamberetti. (prezzi: 3,45- 32 €) 

Poi, Entrantes frios (22-32 €) e Entrantes calientes (19,50-26 €); quindi i piatti forti di Pescados (32-44 €) e Carne (32-75 €, quest’ultimo prezzo riferito a una Chateaubriand per 2 persone). 

Da notare la presenza di alcuni piatti italiani come il vitello tonnato, le penne all’amatriciana, il risotto al tartufo, i ravioli di funghi e gamberi, le tagliatelle in salsa napoletana...ben reinterpretati. E poi, riso in brodo di aragosta, granchio alla plancia, nuestro steak tartar Speakeasy, Beef ribs (costine di manzo) estilo New York. 

Si ordina alla carta o aderendo ad alcune proposte di menu come lo Speakeasy Pairing experience (110 € a persona), il Menu Maridaje Premium  (149 €) o il Menu mediodia (mezzogiorno) a 45 €.


Ma torniamo infine al principio e cioè i cocktail. La carta ne enumera una settantina, e per ognuno sono segnalati gli ingredienti principali.

Impossibile quindi parlare di tutti. Ma ecco qualche segnalazione. 

Tra i Vintage & Trendy Martinis troviamo Breakfast, Dirty e Dry Martini; il famoso Vesper di James Bond, fatto con Gin, Vodka (e non vermouth dry, come alcuni credono), e Lillet. E un Porn Star Martini (con Vodka, Passoa, Vaniglia, passion fruit e Champagne). Tra gli Excentrics,  il Fugu (con Pisco Demonio delle Ande, vino bianco dolce, succo di maracuja, sciroppo di lampone, yuzu [agrume asiatico]). 

Tra i Signature ho particolarmente gradito un cocktail creato una decina d’anni fa da Benito Martinez, storico barman del locale: l’Under the sun. Poi vi sono due pagine di cocktail classici, una di Martini alla frutta, Mojito e drink analcolici; seguono gli Spritz e un’ampia e meditata scelta di distillati.

Finiamo in bellezza e bontà con la ricetta dell’eccellente 

Under the sun

Ingredienti                                                                                                 

6 cl di Gin Bombay; 3 cl di succo di lime; 1,5 cl di Sciroppo di mandarino (Monin); 2 o 3 gocce di Droplets (bitter aromatici home made del bar; in mancanza, 1 goccia di Angostura e 1 di Bitter Orange).

Agitare nello shaker con ghiaccio a cubetti e colare in coppa guarnendo con una “stella” ricavata dal frutto della carambola (nella foto a fianco il cocktail accompagnato da Jamon iberico de bellota di Jabugo, di Domecq, con pane e pomodoro).

 

INFO.  Bar Dry Martini e ristorante Speakeasy, quartiere Eixample, carrer d’Aribau 162-166, Barcellona, tel. +34 932175072;  +34 932175080. www.drymartini.com . Prezzi del bar. Cocktail: 14 -24 € l’uno. Tapas: 2,90-25 €. Platos: 12,50 – 32 €. Bocadillos: 12,90 – 26 €.

Il libro che ogni appassionato di cocktail dovrebbe tenere sul suo comodino (o forse meglio, nel bar di casa): The Bar - Homenaje al Dry Martini, di Javier de las Muelas, 239 pagine, Editorial Planeta, Barcelona, www.planetalibros.com . Racconta la vita avventurosa del patron e la sua caparbietà e perizia nel raggiungere una meta, come l’acquisto del Dry Martini, senza mai accontentarsene.

 

Fra i vari bar Dry Martini nel mondo, filiati dal capostipite di Barcellona, ovviamente con la collaborazione di Javier de las Muelas, da otto anni ce n’è uno anche in Italia. Si trova presso la terrazza del 4* Superior Majestic Palace Hotel Sorrento (Napoli), affiancato agli analoghi locali di Londra, Madrid, Rio de Janeiro, San Louis de Potosi (Mexico). Ma, unico, non è dominato dal legno scuro e dal giallo dorato dell’ottone ma dal bianco del bancone e dal blu di divani, poltrone e sgabelli.
Come il mare di Sorrento. De las Muelas l’ha visitato e ne è rimasto molto soddisfatto. E se l’ha detto lui... 
Indirizzo: corso Marion Crawford 40, Sant’Agnello (a 2 km da Sorrento), tel. 081.8072050, www.majesticpalacesorrento.com .



venerdì 15 maggio 2026

La seconda vita del Timorasso dei Volpi, chicca della Cascina Zerba, che ha lasciato la barrique per il cemento. Con esiti mirabili. E un Pinot nero che entusiasma

Carlo e Marco Volpi, titolari dell'omonima cantina a Tortona.

 Il Timorasso è la gloria di Tortona, dal punto di vista enologico, ma non solo: direi del Piemonte e – perché no - anche dell’Italia. Un vino bianco rigorosamente autoctono, che nelle sue espressioni migliori può stare alla pari con i più blasonati Riesling della Mosella e del Reno (tedeschi), e dell’Alsazia (francesi). Quelle note floreali e quei sentori “minerali” (idrocarburi, pietra focaia), quei sentori agrumati, quella freschezza e sapidità che si trovano spesso in quei vini stranieri, hanno riscontri paragonabili anche nei tortonesi. 

Le Cantine Volpi sono la principale azienda vitivinicola del Tortonese, almeno in quanto a bottiglie prodotte e fatturato. E anche dal punto di vista qualitativo non scherzano. In particolare con vini come la Barbera superiore Colli Tortonesi Doc La Zerba e due Timorasso Derthona.

E qui s’impone un piccolo ricordo personale. Nel 2019, in un’antica casa del paese di Sale, a 12 km da Tortona, in occasione di una mostra di pizze e merletti colà allestita in un salone superiore, nel cortile-giardino si parlò di fronte a un pubblico attento, anche dei vini del Tortonese, procedendo poi a una degustazione “sociale”, cioè aperta a tutti i visitatori e gratuita. 

Fra le bottiglie assaggiate, alcune erano state messe gentilmente a disposizione proprio dalle Cantine Volpi e si trattava del vino Timorasso, prodotto con le uve della cascina La Zerba (di proprietà Volpi). Vino interessante, che si distingueva da quello di molti altri produttori, per sfumature morbide, quasi

vanigliate. Il che però, a parere di Bruno Boveri, connoisseur e a lungo governatore di Slow Food in Piemonte, che partecipava come relatore, non era congruo al profilo migliore del vino. Ricordo che proclamò: “Il Timorasso non ha bisogno di arrotondamenti in barrique, anzi, in qualche modo l’uso del legno potrebbe danneggiarne il miglior profilo organolettico, che è quello di un vino vibrante, dei sentori minerali e agrumati”. Sante parole, anche a mio sommesso parere, allora però contestate da Carlo Volpi, patron dell’azienda vinicola. 

Fatto sta che pochi anni dopo - e immagino per ben altri riscontri che non i nostri appunti – l’azienda si è convertita a una visione più tradizionale di quel vino, per altro riscoperto da non molti anni (e se ne renda sempre gloria a Walter Massa, il suo primo propugnatore).

Non avevo più riassaggiato il Timorasso Volpi da allora e con una certa sorpresa ho scoperto (forse buon ultimo) la totale rivoluzione rispetto alla prima versione, nel corso di un’interessantissima degustazione, promossa dalle stesse Cantine, rappresentate nell’occasione da Marco Volpi (figlio di “quel” Carlo) e da Anam Communication, agenzia milanese di comunicazione sul vino.

Intanto, il Derthona Timorasso della cascina La Zerba si è sdoppiato in due versioni, quella base (foto sopra a sinistra) e la Riserva denominata Zerba Antica (foto qui sotto a destra).


La differenza? Soprattutto nella maturazione del vino: 10 mesi in vasche di cemento per la versione più giovane, 21 per la riserva. Cosicché il giallo paglierino carico assume sfumature dorate nella variante più matura, con la quale fanno capolino anche sentori gustativi più accentuatamente minerali; ambedue di una fragranza invidiabile, con richiami agrumati, misti a note floreali. Sorso vibrante, teso e vieppiù elegante, molto lungo quello della Riserva.

Il Timorasso junior fa matrimonio d’amore col Salame Nobile del Giarolo; gli agnolotti del plin al burro e salvia; i risotti con verdure ed erbe aromatiche; con ostriche e cappesante. La Riserva si abbina bene ai tajarin al tartufo d’Alba; ai locali rabajon con burro fuso e Montebore; con risotto ai 4 caci; e poi branzino al sale, zuppette di pesce, formaggi quali appunto il Montebore e il Castelmagno.

In questa degustazione si è avuta anche la sorpresa di una bollicina di valore, il Pinot nero brut "914" vinificato in bianco col metodo classico, affinato per circa 30 mesi (foto sotto a sinistra): perlage 

esuberante, profumo delicato, ma con netti sentori di mela verde,

pompelmo, crosta di pane e melograno. La cifra 914 si riferisce sia all'anno di fondazione dell'azienda vinicola (1914) sia ai giorni di maturazione dello spumante.
Al palato si rivela secco, armonico e persistente, di buona struttura. Eccellente come aperitivo e abbinato a focacce e torte salate. Da provare anche con petto d’anatra all’arancia, salmone al forno, rombo in crosta di patate, cappesante al vermouth dry.

La prova d'assaggio, itinerante, dei tre vini delle Cantine Volpi si è svolta in due locali milanesi, Polpetta D.O.C. di via Eustachi 8, e il vicino Sapori Solari di via Stoppani 11. E il bello è che non è finita. Chiunque può provare i tre vini nei due locali citati. Con 15 € si ha diritto infatti a tre calici (1 per tipologia) più un quarto finale. Il ticket-degustazione si acquista nel primo locale in cui lo si richiede. E la “Degustazione itinerante” denominata Eustachi Ora e iniziata qualche giorno fa, continua fino a martedì 19 maggio compreso.

Info. Cantine Volpi, strada statale per Voghera 72, Tortona (Alessandria), tel. 0131.861072,  www.cantinevolpi.it . Degustazioni presso la Cascina La Zerba di Volpedo, solitamente al sabato, su prenotazione.


lunedì 9 marzo 2026

BrewfistPub, la nuova birreria milanese presso la prima conca del Naviglio pavese, propone le ale del noto birrificio di Codogno: con crescente successo

 

12 birre a rotazione per il pub milanese del birrificio Brewfist,
che ne produce a Codogno oltre una ventina.

Una birra energica, forte come un cazzotto ben dato. Così si potrebbe tradurre Brewfist, il nome del birrificio artigianale di Codogno (Lodi), fondato nel 2010 da Pietro Di Pilato, mastro birraio e da Andrea Maiocchi, responsabile delle vendite.

E pochi giorni fa è nato anche il pub di Brewfist a Milano, in zona Conchetta (tra il Naviglio pavese e corso San Gottardo, dove si trova la prima delle 12 conche di navigazione che permettono di superare il dislivello di circa 56 metri tra la Darsena di Milano e il Ticino a Pavia).

Musica di artisti locali, fra cui il folk rock di Los Desperados e di Supertele, che fonde pop lo-fi ed elettronica, hanno accompagnato le inaugurazioni del venerdì-sabato di fine febbraio, mentre, grazie alle 12 spine dedicate alle produzioni Brewfist, la birra scorreva nei bicchieri e poi nelle ugole “a fiumi”.

Dodici spine per dodici birre, ma quali? Per esempio l’iconica Spaceman West Coast Ipa (secca, alcolica e profumata, amarognola e agrumata); la Fear, una stout “Milk Chocolate” (birra scura con malti tostatati inglesi e tedeschi, fave di cacao e poco luppolo - Molto morbida con netti sentori di caffè d’orzo e polvere di cacao); la Real lager La Bassa (5°, dedicata all’amore per il ciclismo radicato nella Bassa Padana; brillante, con sentori mielati di grano e luppolo speziato, di buon corpo e finale amarognolo).

E ancora: due Pale ale, buone, ma certo non confrontabili con l’inarrivabile e mitica, nonché oggi quasi scomparsa (o decaduta per colpa di acquirenti senza scrupoli del marchio) Bass. Tipica birra inglese di colore rossiccio, o meglio ambrato brillante, nella seconda metà del Settecento, quando fu creata da William Bass, era considerata pale cioè pallida, essendo quasi tutte le altre birre di allora scure. 

È stata famosa anche per la sua inconfondibile etichetta dal triangolo rosso, che occhieggia pure in capolavori dell’arte, come nel quadro di Manet Un bar aux Folies Bergères (qui sotto a destra) e in vari dipinti di Pablo Picasso, fra cui Natura morta con bottiglia di Bass.

Ma ecco le pale ale di casa Brewfist: la Terminal è una American Pale ale, snella e profumata (3,5°):

leggera, fresca e accomodante. Appena più ambrata la Caterpillar Rye pale ale (5,8°), creata in collaborazione con il birrificio danese Beer Here, ad alta fermentazione, con un’aggiunta finale di segale maltata, di sapore più robusto e piccantino.

Sorvoleremo sull’analcolica Ca**o (scritta proprio così) Guardi, per segnalare fra le tante (il birrificio ne produce una trentina circa, ma al Pub se ne spillano dodici, a rotazione) la Jale, una Extra special bitter da 5,3°: rossa, dai profumi di mandorla, Sherry e cioccolato; la Doppelbock Il Montante (7,3°), dalla schiuma quasi masticabile e sentori non solo di luppolo, ma anche di uva e caramello.

Ultima ma non ultima, la Barley Wine Vecchia Lodi. Prodotta inizialmente in occasione del 10° anniversario del birrificio (nel 2020) si presta a lunghe maturazioni in cantina: lo stile di birra, Barley Wine (vino d’orzo) designa un prodotto ad alta fermentazione che per il sapore e il tasso alcolico (11°) si avvicina a quelli di un vino.

Ma non si vive di sole birre. Anche il cibo vuole la sua parte, benché un pub non sia un ristorante. Quindi al momento l’offerta si basa sulle cosiddette Conchette (panini tagliati a conca, 9 € l’uno), Alzaie (pinse, 12 €), Pugnette (paninetti, 3 €), ed Extra, piattini di prosciutto crudo con focaccia, Hummus, Falafel (7-12 €). Sempre presenti nelle varie sezioni alcune proposte vegane. 

In arrivo anche un cuoco che proporrà piatti più “cucinati”.

Info.  BrewfistPub Conchetta, via Ettore Troilo 14, Milano. Orari: 18-0,30 (ven. e sab. 18-02; lun. chiuso), www.brewfistpub.it 

 

 

martedì 10 febbraio 2026

Vino&Couture: una degustazione nelle cantine Mascarello di La Morra fra le scarpe da donna de ilnumerotre e gli abiti femminili di Sara Spadone




Vini snelli, nervosi, di carattere, quelli di Mascarello. E lo stesso si può dire delle scarpe da donna de ilnumerotre: slanciate, multicolori, elegantissime, si potrebbe aggiungere. 

Che altro unisce i due brand? Una iniziativa che si terrà sabato prossimo 14 febbraio (dalle 11 alle 17) presso, appunto, la Cantina Mascarello di La Morra (Cuneo), nella zona nord-occidentale delle Langhe. Casa Mascarello, settecentesco palazzo ove hanno sede anche le cantine (attenzione però al nome completo: Mascarello Michele e Figli, per non incorrere in omonimie), aprirà le sue porte

anche alle realizzazioni sartoriali di Sara Spadone Demi-couture, “collezioni per donne che amano l’eleganza senza ostentazione, attente alla qualità dei tessuti e che vogliono sentirsi comode nei propri abiti durante il corso dell’intera giornata, senza limiti di età e di silhouettes”. 

L’incontro tra Vino & Couture si svolgerà nella grande sala-degustazione di Casa Mascarello, dove saranno esposti abiti e scarpe che verranno illustrati dai titolari delle aziende. 

Si potranno assaggiare, in alternativa, 6 calici di vino (prezzo: 35 €) oppure 8 calici (prezzo: 55 €). 

Degustazione con mini défilé su prenotazione alla cantina: tel. 0173.50103; mascarello@mascarello.com

 

Ed ecco i vini previsti.  

Alta Langa Docg brut 2021 (Pinot nero 70%, Chardonnay 30%, 30 mesi sui lieviti)

Charbà (acronimo di uno Chardonnay maturato in barrique per un anno) Langhe Chardonnay 2024

Grandeur, Barbera d’Asti Sup. Doc 2023 (matura a lungo in tonneaux di rovere e in bottiglia)

La Caterina, Barbera d’Alba Sup. Doc 2024 (si affina per due anni in piccole botti di rovere).

MMXX Nebbiolo Langhe Doc 2022  (matura in botti di rovere per 18-20 mesi)

 

Ilnumerotre: modello Arianna
ilnumerotre, con sede a Sale (Alessandria) è nato qualche anno fa dall’intuizione delle sue tre socie fondatrici Maria Grazia Valsecchi e le sorelle Maria Cristina e Paola Pleba: fondere diverse professionalità per progettare design, tessuti, colorazioni facendo poi realizzare le calzature da abili artigiani, in limited edition e su ordinazione. Con la ricerca dei materiali estesa a elementi “rubati” alle sartorie per uomo, a sete delle seterie di San Leucio, a cotoni leccesi di Tiggiano, a pizzi preziosi e a tessuti grezzi realizzati a telaio.


La Cantina Michele Mascarello nasce nel 1927 per volontà di Maria, nonna dell’attuale titolare Fabio, raro esempio di donna imprenditrice. Azienda a totale conduzione familiare, molto tradizionale (nel 2022 è stata iscritta dal competente ministero nel registro dei Marchi Storici d’interesse nazionale), rivolta solo ai piccoli consumatori, dal 2020 ha accentuato la propensione storica a una qualità sempre più elevata, dotandosi fra l’altra di nuove attrezzature e botti, grandi e piccole. 

Barolo in jeroboam (3 lt)
Alla piccola vigna di proprietà si affiancano quelle di produttori altrettanto storici, i cui lavori sono supervisionato dall’enologo Davide Benaglia. Sono vini che non si trovano nei supermercati, e neanche nel canale Horeca, ma esclusivamente in vendita diretta, in consegna tramite furgoni aziendali, o on line.

La produzione si aggira intorno alle 150mila bottiglie annue, a cominciare dal Barolo Docg di La Morra, con i suoi cru o meglio Mga (Menzioni geografiche aggiuntive) Cerequio e Brunate. Ma vi sono anche
Barbera d’Alba e Nebbiolo, Barbaresco e Alta Langa brut, Arneis e Langhe. Vini eleganti, ma non eccessivi, di carattere, ma non debordanti. Il più prestigioso? Forse il Barolo Riserva Umberto, prodotto anche in magnum e jeroboam, senza però dimenticare che il Barolo Docg “normale” dell’annata 2020 (ora è già in vendita la 2021) è stato premiato dalla guida The WineHunter col riconoscimento dell’Award Gold.

 

Info. Cantina-Casa Michele Mascarello, via Garibaldi 3, La Morra (Cuneo), tel. 0173.50103, https://mascarello.com

Ilnumerotre, via Mazzini 9, Sale (Alessandria), tel. 3389094567, https://ilnumerotre.it 

Sara Spadone Demi-couture, via Cola Montano 25, Milano, https://saraspadone.it  

venerdì 23 gennaio 2026

De Bagna cauda, Veronelliis et viniis

 

Usiamo la testa...d'aglio! E facciamoci una bella Bagna caôda...Col vino giusto

Brrr...si avvicinano i giorni della merla. Gnamm...e anche quelli dei Bagna Cauda Days!

Per i primi, basta coprirsi ben bene. Per i secondi, ci ha pensato l’Associazione Astigiani.

È dunque Bagna Cauda Day da giovedì 29 a sabato 31 gennaio, nonché domenica 1° febbraio. 

Il rito secolare della bagna si perpetuerà in oltre 100 locali (ristoranti, osterie, cantine, agriturismi) riunendo migliaia di cultori della sfrigolante e saporita materia. 

Caôda o cauda, sempre calda
ha da essere
Ma dove gustarla, come scegliere il locale più confacente?  Sul sito www.bagnacaudaday.it sono elencati tutti gli aderenti, principalmente in Piemonte (Astigiano, Langhe, Monferrato, Torinese, ma anche Alto Piemonte e fuori regione), con le schede relative che indicano orari, posti disponibili e il tipo di bagna che si preferisce, da scegliere tra le versioni classica, eretica o atea (quindi con aglio, con aglio stemperato o senza). Prezzo di riferimento: 30 €; vino proposto (di solito Barbera) 15 € la bottiglia.

Ma quali sono (o potrebbero essere) i migliori abbinamenti vino-bagna? 

Quasi d’istinto mi vien da dire: Freisa o Barbera frizzanti. O anche ferme, certo. 

Ma vediamo invece come la pensava Luigi Veronelli, attingendo a un suo aureo libretto, dal titolo BERE GIUSTO Ognuno può diventare un perfetto sommelier (BUR 1971).

Lo si apre a pag. 83 e si legge: “BAGNA CAÔDA: L’ultima Barbera, appena fuori di botte, dissetante e asprigna; in mancanza: Cortese bianco, giovane, serviti a 12°”. Ma poi rimanda anche “a quanto scrivo a pag. 50”. Qui, un po’ contraddicendosi, il Gino nazionale sostiene: “Per la bagna caôda, eh, scandalo... Consiglio un Cortese dell’annata e di sapore secco, acidulo”. Ma come, a pag. 83 il Cortese era una seconda scelta dopo la Barbera, qui va addirittura al primo posto? E poi, un bianco al posto dei tradizionali rossi?

Gino Veronelli
La sua disamina, ancorché interessante è un po’ lunga, ma in sostanza – dice Veronelli – la bagna è nata in case contadine piemontesi dove non avevano altro che vini rossi; dunque naturale che loro vi abbinassero Barbera oNebbiolo. “Non noi, attenti al gusto imperioso dell’acciuga”. Poi parla degli accademici (“accademico è uno che non capisce un’acca”), che lo accusano di...essere accademico, cioè di abbinare un vino bianco perché nella bagna c’è l’acciuga e di tralasciare altri elementi preponderanti: aglio e grassi.                                                                                                                       

Lui si difende e contrattacca: non sono ipnotizzato dall’acciuga (anche se vale la pena di esserlo), li prendo in considerazione gli altri elementi, aglio e grassi e vi aggiungo i cardi. I contadini piemontesi non avendo a disposizione un armonico bianco ripiegavano sulla Barbera sì, ma nuova, asprigna e dissetante. Va rifiutata invece, “Si fosse pure a una tavola presidenziale, una Barbera costituita, salda e compiaciuta. Millanta volte meglio quel mio Cortesescorrilingua”.

Ho voluto provare ed ecco come mi sono regolato. In tavola accanto a un Cortese - nella versione più nobile, quella di Gavi - una Freisa frizzante e una Croatina contadina, un rosso della collina di San Colombano, prodotto dal patron della popolare trattoria Righini, di Inverno e Monteleone.

Per l’of in cereghin (una volta cotto ricorda la chierica dei frati), gran finale della bagna, arricchito con l’olio di tartufo, si passa a un Barbaresco giovane (uve Nebbiolo).

 

Ed ecco i voti sui migliori abbinamenti vino/bagna cauda 


La sorpresa: Il Gavi – Gavi Pleo 2024, di La Raia, fresco e sapido. Voto 8. 


La tradizione: Il Barbera – Goy, Monferrato Doc 2024, di Cascina Castlèt, secco e

brioso. Voto 8

L'uovo nella bagna con tartufo: Barbaresco 2022, Fontanabianca, dinamico. Voto 7,5.

E per digerireSgnapa! (Per esempio, la Grappa 

Riserva invecchiata in botti da rum della Distilleria Sibona). Voto: 9.   








                                                 


giovedì 4 dicembre 2025

Quei 300 m di...differenza, che separano le due Vigne Kolbenhof e Rechtenthal. Quasi due mondi, secondo Martin e Niklas Foradori della Tenuta Hofstätter

 

Grappoli di Gewürtztraminer in maturazione

Trecento. Solo trecento metri separano le due vigne di Gewürztraminer.  Eppure, quale diversità alla fine del lungo processo di allevamento, vendemmia, vinificazione dell’uva e maturazione del vino bianco più aromatico del mondo. Siamo in Alto Adige, nella zona comunale di Termeno (Tramin in lingua tedesca: dice niente l’assonanza?).  “Un terroir unico, la cui geologia si manifesta come un varco naturale verso le Dolomiti”, sostiene Martin Foradori, patron della secolare tenuta J. Hofstätter: “Vi si fondono storie geologiche differenti: antiche rocce vulcaniche e metamorfiche, trasportate dai ghiacciai, dolomie locali e strati di terreno più giovani”. 

Suoli insomma prevalentemente sabbiosi, arricchiti da minerali argillosi, ideali per la coltivazione del Gewürztraminer. Come quelli che sottostanno alla Vigna Kolbenhof, già citata a partire da un documento del 1848, cuore delle vigne della famiglia Hofstätter (poi Foradori). 

È però “solo” dal 1987 che dalla Kolbenhof nasce un Gewürztraminer che ne porta il nome, ufficializzando così la provenienza da una singola parcella. Poco più a sud, l’altra Vigna, la Castel Rechtenthal: in tre centinaia di metri il profilo geologico cambia totalmente: prevalgono terreni a composizione dolomitica, ricchi di ghiaia e sabbia. 


Piantina delle Vigne di Gewürztraminer di Hofstätter

Ancora. Kolbenhof, ubicato sopra Termeno, in frazione Sella (versante occidentale della valle dell’Adige), gode di un microclima invidiabile. Il sole mattutino e i venticelli serali che scendono dai monti all’intorno agevolano la lenta e uniforme maturazione dei grappoli. La varietà dei terreni (sabbiosi, morenici e argillosi) lungo un pendio esposto a est tra i 360 e i 420 m d’altitudine conferisce al vino profondità aromatica e capacità di evoluzione nel tempo con lo sviluppo di aromi terziari (noce moscata, zenzero...).  Struttura, finezza aromatica ed eleganza sono gli atout che il Vigna Kolbenhof presenta nel bicchiere.

Cru nel cru, si potrebbe dire, o meglio, particella del Kolbenhof, la Vigna Pirchschrait, esposta a nord con la protezione naturale di una collina a sud, si avvale di un distinto ma prezioso microclima, cosicché l’equilibrio ecofisiologico che ne deriva conferisce al vino eccellente freschezza, aromi terziari importanti, eleganza ed eccezionale longevità. È dal 2006 che la sua uva viene vinificata separatamente, affinandosi in botti da 500 litri sulle fecce fini per ben dieci anni. Edizioni limitate a sole 1000 bottiglie l’anno. Prezzo: sui 130 € la bottiglia.

Alle pendici del monte Roen (2116 m., il più alto della zona) e sopra l’ottocentesco castello di Rechtenthal (in fraz. Sella) su ripidi pendii, ecco la Vigna Castel Rechtenthal, che sorge su un antico cono di detriti plasmato 32.000 anni fa (!) dal torrente Höllental e risorto dai ghiacciai “solo” 11.700 anni fa. L’esposizione a sud-est, l’ottima insolazione, le escursioni termiche e le correnti d’aria rinfrescanti favoriscono una maturazione ottimale, nonostante che le pendenze estreme e i suoli poveri d’acqua creino difficoltà allo sviluppo delle viti, conferendo però al vino vivacità e carattere.

 

Vigna Kolbenhof Gewürztraminer 2022

Colore giallo tendente al dorato ma con qualche riflesso verdognolo; aromi fruttati, dall’albicocca al passion fruit e al mango, con sentori di noce moscata. In bocca, secco, sapido, fruttato, di giusta acidità, accenni agrumati,  poi di mango, chiodi di garofano e zenzero.

Abbinamenti: ottimo aperitivo; Cappesante gratinate allo zenzero; piatti della cucina asiatica come Ramen miso, Pollo al curry, Nasi goreng; Zuppa d’aragosta; Cannelloni di scampi e champignon; Fegato grasso d’oca.

Prezzo: 35 € la bottiglia.

 

Vigna Castel Rechtenthal Gewürztraminer 2022

Colore giallo oro chiaro, scintillante. Aromi floreali di lavanda, fruttati di pesca, litchi, limone e una nuance di cioccolato al latte. In bocca secco, di corpo, aromatico, elegante, acidità ben integrata.

Abbinamenti: Sushi e Sashimi; Risotto ai frutti di mare; Rigatoni con gamberi alla catalana; piatti della cucina asiatica; Aragosta alle spezie (curry, coriandolo e zenzero). 

Prezzo: 30 € la bottiglia

 

Poteva essere una prefazione...E invece è un’appendice

In Italia, un piccolo ma importante numero di Doc e Docg, a partire dal 2010 con il Barolo, si sono Martin e dotate di una nuova suddivisione territoriale per le loro uve atte a divenire, appunto Barolo, Chianti Classico, Soave...Sono le Uga – Unità geografiche aggiuntive, nel Barolo Mga (Menzioni geografiche aggiuntive). In Alto Adige sono ben 86. J. Hofstätter ne “ha” almeno due, a Termeno-Sella e Mazon. 

Epperò Martin Foradori e suo figlio Niklas (rispettivamente, a dx e a sx nella foto sotto), alla guida dell’azienda di famiglia, non si accontentano. Considerano l’introduzione delle Uga solo “un primo, cauto passo verso il rafforzamento della cultura del terroir in Alto Adige”. A loro parere “è ancora la dicitura Vigna – la denominazione legalmente tutelata di una singola particella – l’unica indicazione d’origine capace di esprimere in modo inequivocabile la provenienza di un vino”. 

Ma che cosa rende unico un vigneto? Per rispondere a questa domanda i Foradori si sono rivolti al Gir, Geo Identity Research, uno dei principali istituti di ricerca sul terroir. Sono stati così studiati con metodi scientifici d’avanguardia i fattori geo-ecologici che influenzano la viticoltura: i suoli come le interazioni

microclimatiche, per meglio comprendere l’identità di ogni singola vigna. 

I primi risultati, definiti “sorprendenti”, hanno aperto prospettive inedite, svelando dettagli e connessioni inesplorate e confermando il legame profondo fra terroir e carattere di un vino. L’essenza di un vino insomma non è il lavoro di cantina,  pur importante, ma il suolo e il microclima di ogni particella di vigna. “Un percorso affascinante”, sostengono i Foradori, “che darà una nuova forma al nostro futuro”.


Info. Tenuta J. Hofstätter, piazza Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.860161, www.hofstatter.com

giovedì 20 novembre 2025

L'Aminta del Tasso e la Signora Anita. Storia di vino e di etichetta della Famiglia Cecchi. A Montalcino

 

La nuova Tenuta Aminta della Famiglia Cecchi: si trova in località Castelnuovo dell'Abate, a Montalcino.


Perduto è tutto il tempo / che in amar non si spende                                                                                                     Dal coro “O bella età de l’oro”, dell’Aminta di Torquato Tasso, favola pastorale (1573).    


      

 

Torquato Tasso
Andrea Cecchi
Chissà se la Famiglia Cecchi si è voluta ispirare al poeta e drammaturgo sorrentino per il nome da assegnare alla sua nuova azienda agricola di Montalcino?  “È così”, dice Andrea Cecchi, presidente e ceo, “ma solo in seconda, anzi in terza istanza”.  E spiega che la prima motivazione del nome è un omaggio a sua madre Anita Sardelli (Anita/Aminta), scomparsa nel 2017,
figura fortemente ispiratrice di più generazioni. La seconda, è un’assonanza con il monte Amiata (cambio di lettera), che domina il paesaggio e influenza il microclima della tenuta. Il riferimento all’Aminta del Tasso infine non è solo
poetico, ma in qualche modo anche concreto. Nella lirica la fonte ove si bagna la ninfa Silvia, di cui è innamorato il pastore Aminta, ha un ruolo fondamentale: lì Silvia viene aggredita da un satiro e lì viene salvata da Aminta; epperò fugge senza ringraziarlo. In un alternarsi di presunta morte della ninfa e di tentativo di suicidio del pastore disperato, i due giovani si reincontrano infine salvi e l’amore trionfa.

Ebbene, nella Tenuta Aminta esiste una fonte termale naturale ai margini del vicino bosco. 

E l’amore, almeno per il buon vino, trionfa anche oggi? Vediamo.

 

La Luigi Cecchi & Figli è un’azienda vitivinicola fondata nel 1893, che oggi produce circa 8,5 milioni di bottiglie, contando su oltre 300 ettari vitati nei territori di Castellina in Chianti (Siena), in Maremma (Grosseto) e in Umbria (Montefalco). Chianti Classico e Nobile di Montepulciano, Morellino di Scansano e Vernaccia di San Gimignano, Sagrantino e Rosso di Montefalco i Doc e Docg più gettonati.

La nuova Tenuta Aminta di Montalcino invece, produce da pochissimi anni i due vini classici del territorio di Montalcino, Brunello Docg e Rosso Doc, solo in qualche migliaio di bottiglie, e l’intenzione non è certo quella di incrementarne il numero, se non marginalmente. Ma di concentrarsi su un’estrema qualità, che tenga però conto della tradizione come delle istanze più attuali, dalla vigna alla cantina.

Si tratta di 6 ettari di vigneto Sangiovese, su tre corpi, nella frazione di Castelnuovo dell’Abate, area sud-orientale di Montalcino: Pian Bassolino, Cantina e Caselle. Suoli compositi, basse rese per ettaro (70 qli), densità d’impianto di 4500 piante/ha sono i presupposti, insieme al sapiente mix di uve dai tre territori, per la scelta dei mosti più adatti alla produzione dei due vini ilciniani.

Ma vediamoli più da vicino, i “neonati”, partendo dal campo.

L’uva Sangiovese nel 2020, grazie anche a una primavera mite, buona soleggiatura fino a luglio e piogge sporadiche, si è presentata alla vendemmia in ottimo equilibrio tra acidità e zuccheri e grazie all’elevata escursione termica, nelle ultime settimane, con grande potenziale aromatico.

Il Brunello di Montalcino Docg 2020 Aminta (100% Sangiovese) è maturato due anni nel rovere (tonneau e botti da 20 hl), poi per altri due anni si è affinato in bottiglia. 

Il risultato nel bicchiere? Un bel colore rosso rubino carico, per iniziare. Profumi floreali appena accennati si dileguano in quelli più vividi di ciliegia e mora, con accenni di buccia d’arancia e note speziate. Sorso potente ma raffinato, fresco e complesso, tannini levigati, succulenza accentuata; finale persistente, con netti aromi speziati.

Abbinamenti: Pappardelle con sugo di lepre, Tortelli di patate con ragù di carne, Petto d’anatra in salsa di Brunello, Guancia fondente al cucchiaio con patate schiacciate.

Ne sono state prodotte 3120 bottiglie, più 250 magnum e 50 jeroboam (doppie magnum).

Prezzo: sui 55 € la bottiglia (in enoteca).

 

                                                                               



Il Rosso di Montalcino Doc 2023 Aminta (anch’esso 100% Sangiovese) è maturato 9 mesi in vasche di cemento e per altri 9 si è affinato in bottiglia. 

Appare di colore rubino brillante. Si avvertono al naso profumi di fragolina e ciliegia, violetta e chiodi di garofano. Fresco ed elegante in bocca, con una certa sapidità agrumata, tannini nobili e succosa mineralità.

Abbinamenti: Pici con salsiccia e funghi, Risotto con sugo di piccione, Bistecca alla fiorentina, Peposo, Brasato di manzo al vino rosso.

Ne sono state prodotte 3.117 bottiglie e 45 magnum.

Prezzo: 20 € (in enoteca).

Infine, una curiosità. Le belle etichette dei due vini sono state sviluppate ispirandosi a una serie di disegni di Anita Sardelli Cecchi (madre di Andrea Cecchi), scomparsa nel 2017, un anno prima dell'acquisto (e successiva ristrutturazione) dell'azienda vinicola, che poi avrebbe preso il nome di Aminta.


Info. Tenuta Aminta, Strada Provinciale di Sant'Antimo 55, loc. Castelnuovo dell'Abate, Montalcino (Siena) tel. 0577.54311, 340.6920885.