mercoledì 30 ottobre 2019

Piano piano, Slow Wine, la guida di Slow Food, è arrivata al 10º anno. E, fedele alla linea, presenta prima produttori e territori, poi anche i vini.1967 storie contemporanee




Prima la Vita, poi le Vigne e solo dopo i Vini. Già dall’impostazione delle schede di ogni azienda vinicola selezionata si può arguire una certa differenza d’impostazione tra la guida Slow Wine edita da Slow Food e gli altri baedeker enologici usciti in autunno (Gambero Rosso, Veronelli, Go Wine, Doctor Wine, Ais, Bibenda…). Come scrivono i curatori Giancarlo Gariglio e Fabio Giavedoni nell’introduzione alla guida 2020, giunta alla 10ª edizione: “Prima l’agricoltura, prima il valore salvifico del vignaiolo, custode della fertilità del suolo, poi magari anche il sentore di ciliegia e fragola dentro il bicchiere”.
Edi Keber tra Giancarlo Gariglio e Fabio Giavedoni
Così anche gli inevitabili premi che ogni vedemecum distribuisce in occasione delle presentazioni, con Slow Wine hanno un sapore un po’ diverso dal solito. Il Premio alla carriera (che forse sarebbe meglio chiamare “alla vita” o “al lavoro”) per questa edizione va a Edi Keber, vitivinicoltore benemerito del Collio, che a Cormons, assieme al figlio titolare Kristian, pratica da anni “un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e della biodiversità”, si batte per la promozione non solo della “sua” zona ma anche di quella adiacente del Brda sloveno e produce con rigore un solo vino: il Collio Bianco, sintesi di friulano, malvasia e ribolla, che promette di evolversi nel vetro ancora per lunghi anni (57mila bottiglie, 19 € l’una).
Il Premio per la viticoltura sostenibile è andato a Il Paradiso di Manfredi, perché “tutto è armonia e attenzione per l’ecosistema e la natura nelle vigne giardino di Florio Guerrini, armonia e attenzione che si sentono poi nei rossi di questa cantina, vibrante di vita”. Segnalato perciò come Vino Slow (bottiglia di qualità organolettica eccellente, che condensa nel bicchiere caratteri legati a territorio, storia e ambiente) il suo Brunello di Montalcino 2013 (7mila bottiglie, 77 € l’una).
Il Premio al giovane vignaiolo è quest’anno uno e trino: va al gruppo SoloRoero, composto da tre giovani produttori delle aziende Valfaccenda di Canale, Cascina Fornace e Alberto Oggero di Santo Stefano Roero, per il loro spirito di collaborazione e per l’amore verso la loro terra. 
Loro vini notevoli: di Valfaccenda, il Nebbiolo Vindabeive  2018 (14 €) e il Vino Slow Roero 2017 (21 €); di Cascina Fornace, il Nebbiolo Viscà 2017 (17 €) e il Vino Slow Roero Arneis Desaja 2016 (17 €); di Alberto Oggero, il Roero 2016 (18 €) e il Vino Slow Roero Arneis 2017 (13 €).
Roero
Valfaccenda
Arneis
Alberto Oggero
Al di là dei premi, la guida assegna anche una serie di “voti” o meglio di riconoscimenti qualitativi. Su un totale di 1967 cantine visitate e recensite sono state assegnate 212 Chiocciole per i produttori che meglio interpretano i valori organolettici territoriali e ambientali e 296 Vini Slow (vedi sopra), in aumento rispetto agli anni precedenti. I prezzi citati, che possono apparire in alcuni casi alti (ma sono “da enoteca”, cioè con l’aggiunta dell’Iva e un ricarico medio supposto del 40%) sono comunque equilibrati nella guida da ampie citazioni di Vini Quotidiani (sotto i 10 €, quest’anno sono 200 circa) e dalle Monete (riconoscimento alle aziende per il buon rapporto tra qualità e prezzo dei loro vini: quest’anno 95).
Poi, ancora, 190 Bottiglie ai produttori che esprimono un’ottima qualità media per le etichette prodotta, 193 Grandi Viniper i migliori (organoletticamente) e varie, utili indicazioni per quelle cantine che offrono anche ristorante e/o alloggio. Non mancano 128 Locali del bere slow (trattorie, enoteche, osterie con ottimi vini e cibo all’altezza).
In tutta questa marea di bottiglie di qualità, vogliamo anche noi dire la nostra. Ed ecco una supersuperselezione, arbitraria q.b.: 5 bottiglie scelte tra i 193 Grandi Vini e 5 tra i Vini Quotidiani.

5 grandi GRANDI VINI
Pecorino
Cantina Tollo
Abruzzo Pecorino 2018 (3mila bottiglie, 21 €), di Cantina Tollo di Tollo (Chieti). (Peccato che di questa grande cooperativa non venga neanche citato il Cerasuolo d’Abruzzo Hedòs, uno migliori rosati italiani).
La Prima Volta, Lambrusco di Sorbara Metodo classico Dosaggio Zero 2015 (5mila bottiglie, 26 €), di Cantina della Volta di Bomporto (Modena).
Sassorosso Valtellina Sup. Grumello 2016 (15mila bottiglie, 22 €), di Nino Negri di Chiuro (Sondrio).
Patriglione 2014 (30mila bottiglie, 48 €), di Cosimo Taurino di Guagnano (Lecce).
Cepparello 2016 (50mila bottiglie, 72 €), di Isole e Olena di Barberino Val d’Elsa (Firenze).



Aglianico
Marosa
5 grandi VINI QUOTIDIANI
Cirò Rosso Classico 2017 (400mila bottiglie, 8 €), di Librandi di Cirò Marina (Crotone)
Aglianico del Taburno Rosato Marosa 2018 (8mila bottiglie, 10 €), di Nifo Sarrapochiello di Ponte (Benevento).
Lacrima di Morro d’Alba Da Sempre 2018 (60mila bottiglie, 10 €), di Vicari di Morro d’Alba (Ancona).
Colli Tortonesi Barbera Campo La Ba’ 2017 (3mila bottiglie, 7 €), di Paolo Poggio di Brignano
Frascata (Alessandria).
Valle d’Aosta Gamay 2018 (13.500 bottiglie, 10 €), di Grosjean Vins di Quart (Aosta).


Info. Slow Wine 2020, 1120 pagine, 24 €, Slow Food Editore.

venerdì 4 ottobre 2019

Novecento Bottiglie Aperte a Milano. Eccone alcune fra le più interessanti. Ma non fidatevi e provate voi stessi...


La vendemmia in Montenapoleone? Bottiglie stappate in un “superstudio”? Milano è così e se non ha vigne per vendemmiare (a parte quelle antica e nuovissima di Leonardo nella Casa degli Atellani), fa arrivare i prodotti delle vendemmie altrui nei suoi distretti più chic, da quello di Montenapo, appunto, all’altro, un po’ più periferico, di via Tortona.
Qui saranno in degustazione oltre 900 etichette con 200 aziende partecipanti. Non mancherà ovviamente la zona food. Bottiglie Aperte 2019, giunta all’ottava edizione, si tiene domenica 6 e lunedì 7 ottobre al Superstudio Più di via Tortona 27. Sarà uno degli eventi di punta della Milano Wine Week, kermesse vitivinicola ricca a sua volta di degustazioni, masterclass, aperitivi e seminari (6-13 ottobre, https://milanowineweek.com ). Il pubblico di Bottiglie aperte sarà formato perlopiù da operatori del settore (il cosiddetto Horeca, cioè hotel, ristoranti e bar), che avranno ingresso gratuito (previa registrazione sul sito), mentre gli appassionati dovranno pagare un ticket di 40 euro.
Per il secondo anno, ci sarà la presenza dell’Associazione Donne del vino, con un’area dedicata, nella quale, fra l’altro, lunedì 7 alle 11 si terrà la masterclass “Astrologia del vino: dimmi che varietà sei, ti dirò che Donna del vino sono”. Alle 15, sempre di lunedì, altra masterclass, organizzata da Bubble’s Italia, il brand inventato dallo scrittore e viaggiatore Andrea Zanfi: “Bubble’s – le bollicine italiane”. VeronaFiere con l’Enoteca 5StarWines the Book di Vinitaly, presenterà una selezione di 53 etichette, scelte tra quelle che hanno ottenuto un punteggio superiore a 92/100 nella sua guida.
Timorasso
La Zerba Volpi
Si allarga la rappresentanza delle regioni, con alcune cantine di Basilicata e Umbria. Fra le tante case vinicole presenti, perlopiù poco note, se ne segnalano alcune particolarmente interessanti. Dalla CalabriaSpadafora 1915 con i suoi Dop Terre di Cosenza (Telesio, Rosaspina Rosato…). Dalla CampaniaPietrefitte con i vini del Sannio e Marisa Cuomo con i famosi vini della Costa d’Amalfi, Furore e “l’estremo” Fior d’uva.
Dall’Emilia RomagnaMonte delle Vigne con bottiglie dal nome evocativo come Callas e Nabucco. Dal FriuliPighin con i vini del Collio e delle Grave.
Amarone Mater
C. Valpolicella Negrar
Dalla Lombardia, Quaquarini con i bio dell’Oltrepò, dal Rosso Magister al Buttafuoco Vigna Pregana. Dalle MarcheVelenosi con il Falerio, i vari Passerina, Pecorino e il Montepulciano d’Abruzzo. Dal Piemonte, le Cantine Volpi con i due vini della Cascina La Zerba di Volpedo, Barbera e Timorasso dei Colli Tortonesi 2017, pluripremiati e medagliati quest’anno in varie manifestazioni. E poi, ancora, Michele Chiarlo (Nizza La  Court, Barolo Cerequio), Scarpa (Barbaresco Tettineive, Barbera La Bogliona), Tenuta Santa Caterina (Grignolino Arlandino, Barbera Setècapita)… 
Dalla SiciliaBaglio di Pianetto (Petit Verdot Carduni, Viognier). Dalla ToscanaCarpineto (Vino Nobile di Montepulciano, supertuscan Dogajolo). 
Dal VenetoCantina Valpolicella Negrar (Valpolicella Ripasso, Amarone Espressioni).
E dalla Svizzera, il produttore di buoni vini ticinesi Valsangiacomo si presenta coraggiosamente con il Bitter Franzini, di origini milanesi, poi passato oltreconfine e ora rilanciato con successo inaspettato, nella Confederazione elvetica. Alla (ri)conquista dell’Italia.
Info. Bottiglie Aperte, 6 e 7 ottobre al Superstudio Più, via Tortona 27, Milano, www.bottiglieaperte.it   Orari:10.30-19. Ingresso per operatori gratuito; wine lovers, 40 € al giorno (65 € per i due giorni). Sommelier e associati del mondo del vino, 30 €). Biglietteria on line attiva.

mercoledì 2 ottobre 2019

Ma quanto è simpatico questo festival! E com'è buono il baccalà...Da questo mese e fino a marzo 2020 gli chef del Triveneto si sfidano. A colpi di stocco

Le isole Lofoten, in Norvegia, patrie dello stoccafisso

È forse la più simpatica manifestazione gastronomica fra quelle che si svolgono periodicamente in Italia. Perché unisce tradizione (fortissima) a innovazione (obbligatoria). Il Festival triveneto del Baccalà è ormai alla 10ª edizione e vien voglia di girarsi tutti i ristoranti che partecipano alla disfida – da Padova a Venezia, da Treviso a Belluno, da Verona a Udine, quasi sempre in borghi di provincia, per assaggiare i nuovi piatti basati sul bacalà, come si dice da queste parti. A scanso di equivoci da parte
Distesa di stoccafissi
ad asciugare all'aria
dei non-triveneti è bene precisare che nelle lande nordorientali della Bel Paese per baccalà s’intende lo stoccafisso, cioè il merluzzo conservato per essicazione all’aria aperta e non lo stesso pesce conservato per salagione.
Già mette allegria il solo apprendere i nomi degli enti organizzatori del festival: Dogale Confraternita del Baccalà Mantecato (mi raccomando, tutte maiuscole!), Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina, Vulnerabile Confraternita dello Stofiss dei Frati…Che meraviglia!
Il piatto vincitore 2018/19, di Renato Rizzardi:
"100% stoccafisso, tortelli allo stoccafisso in
brodetto e trippa di baccalà" 
Ma come funziona la kermesse? È una sfida itinerante che al momento coinvolge 23 ristoranti di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, i cui chef proporranno in un determinato giorno tra il 14 ottobre 2019 e il 30 marzo 2020 ai clienti e a una rappresentanza del comitato organizzatore, tre piatti (antipasto, primo e secondo) a base di stoccafisso, ma innovativi. I clienti votano il piatto preferito, mentre i delegati raccolgono le schede e le inviano alla segreteria del festival che, sulla base dei voti, indicherà la ricetta scelta a maggioranza durante la serata. Tutti i piatti così selezionati il 6 aprile 2020 verranno vagliati sulla carta da una giuria tecnica, composta da soli chef, che ne selezionerà dieci. Il 20 aprile le dieci ricette verranno realizzate dagli autori al ristorante Baccalàdivino di Mestre, ove un’ulteriore giuria porterà a cinque il numero dei piatti che parteciperanno al galà finale, in programma il 16 maggio 2020 all’Isola di San Servolo a Venezia. 
Ultimo giudizio da parte di una nuova giuria tecnica di sette membri, coordinata dallo chef Franco Favaretto, patron del Baccalàdivino  (basato su cinque parametri: presentazione del piatto, valorizzazione del prodotto, tecnica, degustazione, innovazione e creatività, una roba serissima) e infine proclamazione del piatto e del cuoco vincitori. Naturalmente finalisti e vincitore manterranno le loro creazioni nel loro menu per parecchi mesi, se non per anni. 
Il premio finale alla miglior ricetta 2019/2020 è costituito dal cosiddetto Trofeo Tagliapietra, dal nome dell’azienda sponsor del festival, azienda benemerita, bisogna dire, e discreta: benché lavori e commerci prodotti ittici, merluzzo e stoccafisso, non “impone” per nulla ai cuochi concorrenti di utilizzarli; e ci mancherebbe, potrebbe dire qualcuno, ma di questi tempi si tratta di virtù piuttosto rare. Oltre al premio (una scultura d’autore, foto sotto) al vincitore verrà offerto un viaggio di conoscenza in Norvegia per scoprire le Isole Lofoten, patrie dello stockfish o tørrfisk, per dirlo alla norvegese.
Info. Tutto il programma con le serate nei vari ristoranti, prezzi (calmierati) e date si trovano sul sito www.festivaldelbaccala.it 

venerdì 20 settembre 2019

Zuppa di pesce col Diamant pas dosé, Asado in salsa chimichurri con Cuvette brut: ecco i vincitori dello Sparkling Menu. Fra un riso e latte di Bartolini e una patata di Elli...

Chef premiati e chef famosi. Da sinistra, Mauricio Acosta, con Daniela e Gagan Nirh (del Bora da Besa di Lugano); dietro, Enrico Bartolini; dietro, con la barba, Mauro Elli; la famiglia Bianchi-Pizziol: papà Alessandro,
sua figlia Roberta e il marito Paolo; a destra, i due fratelli Minchio. 

Sposare cibo e vino. Sembra facile, se si ha a disposizione una gamma di vini diversi per tipologie e provenienza. Un po’ meno lo sarebbe se il messaggio fosse quello di creare piatti da abbinare rigorosamente a spumanti classici. Questa è la sfida che ogni due anni, dal 2002, la Cantina Villa lancia ai cuochi italiani. Però Villa, azienda vinicola di Monticelli Brusati, in Franciacorta, guidata da Roberta Bianchi Paolo Pizziol, dispone di una gamma tale di bollicine (dall’extra brut al pas dosé, dal brut al demi-sec, tutti metodo classico e da vigneti di proprietà) da rendere un po’ più semplice il compito. Ma solo un po’, se è vero, come è vero, che il concorso dello Sparkling Menu si sviluppa nell’arco di due anni, con selezioni in mezza Italia per giungere infine a individuare la crème de la crème, il patto migliore accostato allo spumante più giusto.
E quest’anno, in occasione della 13ª edizione – la giuria era presieduta dal giornalista Alberto Schieppati – la punta di diamante è stata rappresentata non da uno, ma da due vincitori ex-aequo: Paolo e Massimiliano Minchio del Villa Goetzen di Dolo (Venezia) e dall’uruguayano Mauricio Acosta del Bora da Besa di Lugano (Svizzera).
I Minchio hanno vinto con un loro piatto classicissimo, creato da loro padre alcune decine d’anni fa, che va ininterrottamente per la maggiore al Villa Goetzen: la Zuppa di pesce del “paron” Paolo (foto sopra a sinistra), un brodo denso, con pezzetti di varie specie, gustosissimo, un “brodetto” perfettamente eseguito, da far invidia all’intera costa adriatica ove questo piatto (più o meno buono) è offerto da diversi locali. Che cosa abbinarci? I Minchio hanno scelto il Pas dosé 2013 Diamant, da uve Chardonnay (85%) e Pinot nero (15%), rifermentato in bottiglia per 5 anni e sboccato ovviamente senza aggiunta di “dosaggio zuccherino”, quindi molto secco. Ci voleva un vino di grande struttura, fragrante e complesso per reggere il confronto con la sapidità variegata della zuppa di pesce. 
Mauricio Acosta ha vinto invece preparando un piatto tipico sudamericano (dei paesi di lingua spagnola) e cioè l’Asado de ternera con chimichurri (foto sopra a destra): in pratica una carne di manzo arrostita con il famoso chimichurri, salsa verde caratterizzata da olio, prezzemolo, origano, alloro, aglio, aceto, pimento (pepe garofanato). La carne si scioglieva in bocca ed era gustosa di per sé, anche senza l’apporto aromatico del chimichurri. Qui lo chef ha voluto accostare il Cuvette brut 2012, stesso uvaggio del Diamant, affinato parzialmente in barrique e maturato in bottiglia per 66 mesi. Uno spumante intenso ma più morbido del precedente e più adatto a un piatto di carne. Come lo sarebbe stato del resto anche il Rosé brut Bokè 2014, scelto invece dallo chef pluristellato Enrico Bartolini per il suo audace, ma perfettamente riuscito Riso e latte, civet di sottobosco (leggi: lepre) ed emulsione di melograno (foto qui sopra a sinistra). Già, perché quest’anno alla cena finale hanno partecipato anche due chef d’eccezione, appunto Bartolini (titolare di più ristoranti, fra cui quello del Mudec di Milano) e Mauro Elli, una stella Michelin al suo Cantuccio di Altavilla (Como). Elli ha fatto pure lui  una scelta coraggiosa, proponendo un antipasto vegetariano, una Patata americana cremosa e croccante con verdure all’agro di lime (foto sotto, a destra), che è stato apprezzato anche da molti dei più accaniti carnivori. Qui s’imponeva una 
bollicina più delicata e l’Extra Blu, un 2013 Extra brut da uve Chardonnay al 90% (Pinot nero per il resto) ha funzionato molto bene, con i suoi profumi freschi, dal cedro ad una lieve mandorla, con un tocco più esuberante di zenzero. Spumante comunque complesso, anche se apparentemente easy, visto che matura parzialmente in barrique per 6 mesi per poi affinarsi sui lieviti per oltre 4 anni.
Il dolce va in fondo, com’è noto e l’Interpretazione di piccola pasticceria di Giovanni Cavalleri (Pasticceria Roberto di Erbusco), ha lasciato in bocca una dolcezza, che ha fatto matrimonio d’amore con il Briolette Rosé Demi-sec dalla cremosità e amabilità quasi romantiche.
Esagerato? Colpa delle bollicine…
InfoAzienda agricola Villa, Monticelli Brusati (Brescia), www.villafranciacorta.it.  
Ristoranti. Villa Goetzen, Dolo (Venezia), www.villagoetzen.it; Bora da Besa, Lugano (Svizzera), www.boradabesa.com; Enrico Bartolini (ristoranti al Mudec di Milano, Bergamo, Venezia, Monferrato…), enricobartolini.net/it. Il Cantuccio, Albavilla (Como), www.mauroelli.com.  Pasticceria Roberto, Erbusco (Brescia), www.pasticceriaroberto.com .  
Tutte le foto sono di Cintia Soto

mercoledì 18 settembre 2019

Premi e guide / Trent'anni di osterie per Slow Food: 1656 recensite sulla guida 2020 e una che manca...I 50 vini più buoni d'Italia, secondo Gardini & Co.

Il palco del Piccolo Teatro Strehler a Milano durante la presentazione della guida Osterie d'Italia

Non ci sono più stagioni. Una volta, la stagione dei premi, cominciava in novembre e finiva in dicembre, ora inizia già a metà settembre. Lo stesso giorno, il 16, sono stati presentati la guida di Slow Food Osterie d’Italia 2020, con relativa assegnazione delle “chiocciole” e “bottiglie” come riconoscimenti, e “I 50 migliori vini d’Italia” 2019, secondo la giuria del Best Italian Wine Awards (Biwa), guidata da Luca Gardini e Andrea Grignaffini. Ambedue a Milano.
Piccolo Teatro Strehler gremito per la show sulla nuova guida di Slow Food, curata come sempre da Marco Bolasco ed Eugenio Signoroni, con una pletora di collaboratori da tutte le regioni. Sul palco si sono alternati il vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo e il sindaco Sala, osti “testimonial” e il fondatore Carlin Petrini, i due curatori e Michele Serra, che ha letto un lungo brano di Gianni Brera sulle osterie del tempo che fu, che sembrava, all’epoca, irripetibile. 
E invece…invece le osterie, grazie anche alla promozione della guida di Slow Food (alla 30ª edizione), bisogna riconoscerlo, dagli anni Ottanta del secolo scorso pian piano hanno saputo rinnovarsi, abbandonare eventuali vinacci e piatti poco curati, disfarsi dei tavoli di formica per tornare alla tradizione più autentica: quella del buon cibo e buon vino, garantiti da produttori seri del territorio, dispensati in un ambiente informale e conviviale, non di rado suggestivo. Come ha sottolineato Angelo
Angelo Bissolotti,
Osteria del treno di Milano
Bissolotti
, titolare dell’Osteria del treno di Milano, un anagramma di osteria è: è storia e un semianagramma di Osterie(a) d’Italia è ovviamente: è storia d’Italia
Il volume, di 900 pagine, un po’ ristretto nel formato per renderlo più agevole, ha cambiato in gran parte la tradizionale impaginazione verticale a 2 colonne - un locale per ognuna - inserendone in ogni pagina 2 e integrando le informazioni con la segnalazione delle osterie più vicine alle stazioni ferroviarie e ai caselli delle autostrade, con nuove icone per evidenziare i posti con tavoli all’aperto, vini al calice e birre artigianali.
Su 1656 osterie recensite (184 in più rispetto alla guida precedente), 268 hanno ricevuto la “chiocciola” che insignisce le migliori (11 in meno, però, rispetto al 2019).  
Sei premi speciali sono stati assegnati a: Antica Trattoria Di Pietro, di Melito Irpino (Avellino), per la Miglior interpretazione della cucina regionale; Stefano Sorci, dell'Oste Dispensa, di Orbetello (Grosseto), come Miglior giovane; Locanda Pecora Nera di Albi (Catanzaro), per la Miglior dispensa; Trattoria Visconti di Ambivere (Bergamo), per la Miglior carta dei vini; Trattoria Popolare L'Avvolgibile di Adriano Baldassarre a Roma, come Miglior novità; e La Brinca di Ne (Genova) per il Miglior oste (la famiglia Circella).
Dulcis in fundo, ecco la segnalazione di 5 osterie 5, al vertice in Italia, a insindacabile parere di chi scrive. Le prime quattro si trovano nella guida, segnalate con la chiocciola dell’eccellenza, l’ultima, calabrese, non c’è…ma meriterebbe di esserci!
Piemonte
Violetta. Fra Canelli e Nizza. Via Valle San Giovanni 1, Calamandrana (Asti), tel. 0141.769011. Prezzi: 35-40 € senza vino. Piatti mitici: tajarin al sugo di funghi porcini, finanziera
Madonna della Neve. Tra basso Monferrato e alta Langa. Loc. Madonna della Neve 2, Cessole (Asti), tel. 0144.850402. Prezzi: 28-34 € senza vino. Piatti mitici: agnolotti del plin alla curdunà (sul tovagliolo, sconditi tanto sono buoni di per sé stessi).
Lombardia
Altavilla. In Valtellina, vicino a Teglio (patria dei pizzoccheri). Via ai Monti 46, Bianzone (Sondrio), tel. 0342.720355. Prezzi: 32-40 € senza vino. Piatti mitici: i pizzoccheri, come li fa Lucinda, mamma di Anna Bertola, patronne (senza aglio, ma con cipolla); controfiletto di cervo con pere e castagne.
Campania
Perbacco. 100 km a Sud di Salerno, Pisciotta Marina è nota per le buonissime alici di menaica. In collina, a 6 o 7 km dal mare. Contrada Marina Campagna 5, Pisciotta (Salerno), tel. 0974.973889. Piatti mitici: alici alla pisciottana, spaghetti alla Garum
Pasta con melanzane ripiene di Casina Pia.
Prezzi: 33-38 €, senza vino. 
Calabria
Casina Pia. Davanti alle Dolomiti del Sud, sulla vallata di Prestarona. Contrada Prestarona, Canolo (Reggio Calabria), cell. 348.0102366 (risponde il patron Francesco Riccio). Prezzi: sui 30 €, vino della casa compreso. Museo contadino privato e trattoria, anche all’aperto. Piatti mitici: Pasta di casa con sugo di melanzane ‘mbuttunate, antipasti tipici, grigliata di carne

I 50 migliori vini d’Italia secondo Biwa
Sassicaia
Luca Gardini (miglior sommelier del mondo una decina d’anni fa) e il critico e giornalista Andrea Grignaffini, coaudivati da una giuria internazionale, ogni anno da otto anni, premiano le migliori bottiglie bevute nel periodo di riferimento. Per il 2019 il podio presenta la sorpresa di… una non 1° classificato infatti è il Sassicaia 2016 della Tenuta San Guido, esattamente come nel 2018 (annata a parte). 2° un Barolo, il Monvigliero 2015di Burlotto e 3° un bianco aromatico da dolci e formaggi erborinati, il Gewürztraminer Terminum 2016 della Cantina altoatesina Tramin. Qualche curosità, spigolando qua e là. Il primo spumante classico è il Franciacorta Ca’ del Bosco Annamaria Clementi Riserva 2009 (11°). Il secondo altoatesino è l’Appius, un bianco d’eccezione, prodotto in un numero limitatissimo di bottiglie, dalla Cantina Produttori San Michele Appiano (13°). Il primo Brunello di Montalcinoil 2013 di Casanova di Neri(). Il primo Vino Nobile di MontepulcianoLe Caggiole 2016 di Poliziano (); il primo Amarone, il Classico 2011 di Quintarelli (16°); il primo Valtellina Superiore, il Rocce rosse Sassella Riserva 2009 di Ar.Pe.pe (26°).
Timorasso Fausto
sorpresa. 
E l’ultimo della classifica, cioè il 50°? È un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il Vigna Il Cantico della figuraRiserva Classico 2016 di Andrea Felici.
Fra i sette premi speciali (potevano mai mancare?), segnalo almeno il Timorasso dei Colli Tortonesi Vigne Marina Coppi - Fausto del 2015, per il vino bianco da uve autoctone (“grande aderenza territoriale e varietale”) e il Terra Aspra, Matera Primitivo 2013 della Tenuta Marino,
premiato come Vino Pop, “verace e di carattere, fedele al territorio di produzione e di prezzo contenuto”.
Info. Osterie d'Italia 2020, 900 pagine, 22 €, Slow Food editore (disponibile la App da ottobre). BIWA, biwawards.it .

venerdì 19 luglio 2019

Il mistero (svelato) del Müller Thurgau e un maso trentino che lo produce a oltre 800 metri d'altitudine. Il Michei di Michei di Martin Foradori Hofstätter

Il Maso Michei vicino al borgo di Ala, in Trentino.


Grappoli di Müller Thurgau
Ha un che di esotico con quella tre “u” nel nome. S’intuisce la germanicità dell’etimo, eppure c’è qualcosa di gentile che ne traspare, quasi di femminile. E infatti il Müller Thurgau è vino garbato, che piace molto alle signore, ma altrettanto agli uomini privi di pregiudizi. Porta lo stesso nome del vitigno, considerato dagli esperti “semiaromatico”, perché ricco di terpeni, in particolare di limalolo, che dà luogo a sentori di coriandolo e pesca. Non manca il carattere floreale, che richiama i fiori di tiglio e sambuco e, per altri versi, la rosa, il garofano e la ginestra. Il fruttato è rappresentato dalla mela verde o Golden, pompelmo, ribes…Il gusto di solito è secco e soprattutto sapido, con richiamo ai sentori olfattivi e leggermente anche al moscato. Ecco perché è un vino apprezzato come aperitivo e su piatti non troppo impegnativi, in particolare nella bella stagione. 
Il professor Hermann Müller
Ma come nasce il suo nome? La risposta è abbastanza semplice, anche se la sua vera origine è…cambiata nel corso degli anni. Il vitigno è (o almeno è sembrato inizialmente) un incrocio ottenuto dall’impollinazione tra un Riesling e un Sylvaner. Lo creò nel 1882 il professor Hermann Müller, svizzero originario del cantone di Thurgau (Turgovia), nella stazione sperimentale tedesca di Geisenheim. Per decenni si è ritenuta fosse questa l’origine autentica, ma poi si cominciò a dubitare dell’apporto del secondo vitigno, pensando invece che si trattasse di uno Chasselas. Di recente si è creduto che in realtà si tratti di altra varietà, del Madeleine Royale, ipotesi ultimamente soppianta, pare definitivamente, da quella relativa ad un altro vitigno ancora, ancorché “simile” e cioè il Madeleine Angevine  della Loira.
Come che sia, il Müller Thurgau dà luogo a vini veramente interessanti solo se ne viene limitato lo spontaneo eccesso produttivo e se piantato a quote relativamente elevate. In Italia le zone migliori sono quelle trentine, in particolare la Val di Cembra e l’altopiano di Brentonico, tra i 500 e i 700 metri.
Le vigne di Müller Thurgau
a 800 metri d'altitudine
E non lontano dal Brentonico, al confine col Veneto, ma ancora in Trentino e più precisamente alla fine della Valle dei Ronchi, sorge il Maso Michei, una tenuta posta a 823 metri d’altitudine, sopra la cittadina di Ala. Acquisito alla fine del 2017 da Martin Foradori, patron della Cantina Hofstätter di Termeno (Alto Adige), è un esempio di quella che viene definita viticoltura eroica d’alta montagna. I grappoli d’uva infatti vengono raccolti a mano e trasportati lungo versanti che si elevano fra i 790 e gli 850 metri d’altitudine e spesso la potatura ha luogo tra filari ancora coperti di neve. I terreni sono magri e ghiaiosi, ma anch’essi contribuiscono a rafforzare le viti e l’uva, donandole carattere. I vini prodotti al momento sono un Sauvignon e due Müller Thurgau, il Michei ed il Michei di Michei. Le uve del primo Müller maturano su un terreno marnoso e leggero, vengono pigiate lievemente e il mosto fermenta  a temperatura controllata, dopo di che il vino viene imbottigliato. Nel bicchiere esprime una nota aromatica di bella evidenza, una certa struttura e sentori finali di moscato.
Il Müller Michei di Michei
Il Michei di Michei nasce sui medesimi terreni marnosi, soggetti a riscaldamento veloce, ma dopo la pressatura le bucce rimangono per qualche ora a contatto con il mosto prima della svinatura. Dopo la fermentazione a temperatura controllata, il vino matura in botte per 6 mesi sulle fecce fini, con rimescolamenti settimanali. Acquisisce così maggior complessità e serbevolezza. 
Alla vista è di colore giallo paglierino con qualche riflesso verdognolo. Al naso si colgono subito la mela verde, gli agrumi e più sottili sentori di tiglio e anche di noce moscata. In bocca è secco, aromatico, bello sapido, di soddisfazione. Ottimo all’aperitivo e su antipasti semplici, funziona molto bene sul pesce d’acqua dolce, dalla trota alla mugnaia ai filetti di persico, sui primi piatti a base di verdure e pesce, su molte frittate. Da provare anche con i frutti di mare, cozze alla marinara in particolare. Il Müller Thurgau Michei di Michei costa circa 20 € la bottiglia.
Info. Cantina Hofstätter, piazza Municipio 7, Termeno (BZ), tel. 0471.860161, www.hofstatter.com

lunedì 15 luglio 2019

"Calma, lusso e voluttà" al Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera. Dove non occorre soggiornare per provare i cocktail glamour di Rama Radzepi; o i piatti succulenti di Matteo Felter (ma sarebbe meglio!)

Il giardino del Grand Hotel e il Lago di Garda dalla finestra di una camera
Le bianche cocorite lanciano cinguettii melodiosi, che gli zoologi chiamano cicalecci nella loro prosa scientifica. L’elegante lobby del Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera ti accoglie così, con la gentilezza canterina dei cinque pappagallini albini rinchiusi, rinchiusi ma apparentemente felici in una grande gabbia a cupola. 
La lobby del Fasano. D'angolo
la gabbia delle cocorite
Residenza di caccia realizzata nel 1888 per la famiglia imperiale austriaca degli Asburgo-Lorena, da tre generazioni la struttura, divenuta nel tempo albergo di lusso, in stile neoclassico, è governata dalla famiglia Mayr, oggi dai fratelli Olliver e Patrick, che hanno avuto proprio questo mese la soddisfazione di vedere accolta la loro “creatura” nel prestigioso network dei Leading Hotels of the World.
Cocorita bianca
Certo, ha avuto le sue vicissitudini, il Fasano, soprattutto ai tempi dell’ultima guerra mondiale, quando fu requisito alternativamente da tedeschi e fascisti e dagli angloamericani. Ma già nel 1948 era di nuovo in funzione, con la sua terrazza, i suoi saloni e le ampie camere. 
L’allure gli veniva dal fatto di aver ospitato vari illustri personaggi, ovviamente su tutti Gabriele D’Annunzio, che a 500 metri all’hotel si fece costruire il Vittoriale degli Italiani, sua ultima dimora tra il 1921 e il 1938, gli anni della sua emarginazione dal regime fascista. Fra gli altri grandi ospiti, Paul Heyse, scrittore e poeta tedesco, premio Nobel per la letteratura nel 1910; il pittore Gustav Klimt, che sul lago dipinse alcune tele come Malcesine utilizzando il cannocchiale per vederle meglio da lontano i paesaggi. E poi attori e registi, da Mastroianni a Fellini, velisti, piloti di formula 1, principi e nobiltà varie. Ma anche comuni mortali, perché se l’albergo è di quelli di lusso, con una cura particolare dell’ospite, che non ha nulla a che vedere con lo standard delle catene internazionali, ma si potrebbe definire persino “famigliare”, i prezzi, ancorché elevati, sono alla portata di chi voglia concedersi un capriccio come un weekend in una bella camera (con contorno di spa e piscine all’aperto e al coperto), o semplicemente un cocktail, un pranzo o una cena indimenticabili nei vari bar e ristoranti della struttura. 
Tanto è vero, che questi ultimi sono frequentati anche da una clientela esterna, che ci viene anche solo per sorseggiare uno dei drink del 35enne barman serbo Rama Redzepi, distillatore di Sliwovitz fin da piccolo, nella casa di campagna dei nonni. Trasferitosi in Italia minorenne, Rama ha lavorato in vari 
Il barman Luca Manestrina
prepara in terrazza il cocktail...
ristoranti, poi ha viaggiato in Europa e, tornato da noi, è divenuto barman professionista Aibes. Al Grand Hotel dal 2016, ha rinnovato completamente la carta dei cocktail assieme alla sua giovane équipe. Per gustare i suoi drink, nella stagione fredda ci si reca nella Gin Lounge, bancone old style ma arredi new romantic: pezzo forte della noble art of mixing cocktails un drink apparentemente semplicissimo, il Gin Tonic. Solo che qui lo preparano facendo scegliere al cliente (previo volontario annusamento) il distillato preferito fra oltre 50. Dopo di che i bartender decidono quale acqua tonica  (fra una quindicina disponibili) abbinare, la più adatta alla tipologia di gin. 
Tutto questo però nella bella stagione si svolge all’aperto, sulla panoramica terrazza dal pavimento di parquet, riparata da un tendone con ventilatori incorporati, tavolini, piante e un raccolto bancone bianco. Non c’è neanche bisogno di alzarsi, se si è curiosi di osservare la preparazione, perché il Gin Tonic viene servito utilizzando un carrello, che serve anche per la proposta di alcuni degli altri cocktail più scenografici. Come il Conte Camillo, dedicato nel centenario della sua nascita (il 1919) appunto al nobile Camillo Negroni, che al Caffè Casoni di Firenze si faceva fare l’Americano (Vermouth rosso e Bitter) con una aggiunta di Gin. 
...Conte Camillo, rivisitazione
del Negroni.
Per questa rivisitazione Rama Redzepi ha sostituito il Gin con una Grappa: la Evo Fumo, un distillato di vinacce (leggermente affumicate) di Cabernet, Glera e Incrocio Manzoni, maturata per quasi 4 anni in barrique di ciliegio e rovere. Il vermouth utilizzato non è uno solo, ma un sapiente mix di 7 tipi differenti, 5 rossi (fra cui uno che contempla fra gli ingredienti persino l’aceto balsamico) e due bianchi (il francese Lillet e l’Americano bianco Cocchi). Viene chiamato Vermouth del Professore e “riposa” in una botticella, da cui viene spillato di volta in volta. Anche il Campari non è normale: subisce infatti un’infusione di camomilla per 48 ore. I tre elementi alcolici vengono quindi mescolati davanti al cliente nel gallone (il bicchierone-mixing glass con gambo, dei film americani di una volta), sul carrello, e filtrati in bicchieri “affumicati” al momento e predotati di ghiaccio, che occupa in diagonale metà del tumbler. Un piccolo spettacolo la preparazione, una goduria l’assaggio. 
Tra i vari Mr Carpano e Tiepolo rosa, Mezcalero e Zanardelli 190, vale la pena di occuparsi di un altro drink che viene da lontano, il Shirley Temple 2.0. Shirley Temple (1928-2014), per chi non lo ricordasse, è stata la famosa bambina prodigio, detta anche Riccioli d’oro, che spopolò nel cinema americano degli anni Trenta-Quaranta. A lei fu dedicato il cocktail omonimo, analcolico, che sarebbe stato creato a Waikiki, nelle Hawaii ed è costituito semplicemente da un mix di sciroppo di Granatina e Ginger ale. Qui all’Hotel Fasano rivendicano però di averlo preparato loro forse per primi alla celebre bimba in vacanza sul lago di Garda, mescolando Ginger ale e succo di melograno spremuto. Sia come sia, il barman Redzepi si è chiesto: “Ma una volta cresciuta, cosa avrebbe voluto bere Shirley?" E la risposta è stata una rivisitazione alcolica del cocktail a lei dedicato nella sua infanzia. Ed ecco la ricetta: 4 cl di Gin Big Gino, 3 cl di purea di pesca bianca, 3 cl di succo fresco di melagrana, 1,5 cl di sciroppo di sambuco e alcune gocce di Bitter al rabarbaro. Il tutto shakerato e colato in flûte. Un drink in equilibrio dinamico fra secchezza, dolcezza e amaritudine.
Un buon cocktail pre-dinner deve stimolare l’appetito. Ma dove mangiare? A mezzogiorno al ristorante Magnolia, uno spazio circolare nello splendido giardino vista-lago, ombreggiato appunto da due enormi magnolie. Comode sedie di ferro bianche, apparecchiatura che gioca sui colori bianco e verde, la Magnolia ha una sua apposita cucina allo stesso livello e a pochi metri. È diretta dal responsabile di tutta la ristorazione dell’hotel, lo chef Matteo Felter, un 46enne della vicina Salò, che ha fatto le esperienze giuste in Svizzera e in Italia prima di approdare 13 anni fa al Grand Hotel. Qui il menu o meglio la carta è molto decontractée, con una serie di insalate o antipasti di stampo italo-mediterraneo: si va dall’insalata di Feta e peperoni arrosto a quella con tonno, code di gambero e olive, al vitello in salsa tonnata con germogli di rucola. Niente voli pindarici insomma, ma ingredienti al top ed esecuzioni perfette. Ci sono addirittura il Club Sandwich, servito con le tradizionali patatine fritte, maionese e ketchup (fatti in casa) e il Cheesburger. 
Tartare di Black cod
Primi piatti classici italiani: dalle trofie al pesto ai fusilli alla carbonara, agli spaghetti alle vongole. Fra i secondi, niente di fantasioso, ma tutto inappuntabile e gustoso, sia che si scelgano le costolette d’agnello scottadito che il branzino alla mediterranea. Prezzi contenuti e vista sul lago, invece, impagabile…
La sera si può scegliere fra la Trattoria Il Pescatore, ovviamente tutto-pesce, e il ristorante da gourmet Il Fagiano (nella bella stagione trasferito in terrazza), impostato da Matteo Felter. La carta propone le suggestioni del lago e dell’entroterra, con alcune rivisitazioni che consistono nell’aggiungere magari un tocco di curry qui, un goccio di whisky Laphroig là, dei funghi giapponesi al baccalà in salsa verde, delle gocce di Yuzu (agrume nipponico) alle animelle…Si è assaggiato con soddisfazione totale del palato, una Tartare di black cod (o carbonaro dell'Alaska) affumicato con gazpacho, stracciatella e pane al basilico e il Filetto di trota in guazzetto di campo con i suoi gnocchi e caviale (quasi sublime).
Ma ci sono anche le lumache di vigna su fondo di porri e bacon o la scaloppa di foie gras su crema di mandarino e rosmarino con olive nere. Cinque i piatti per settore di solito, qualcuno in più fra i secondi. Non si può che parlare bene dei Ravioli ripieni di fagiano con tartufo nero della Valtenesi e del Risotto affumicato e cotto in acqua di Grana Padano con curry, polvere di aceto balsamico e mela verde trentina. Come pure degli Spaghetti integrali in infusione d’aglio, olio e prezzemolo piccante con agone di lago secco e caviale di arenka o dei Tagliolini al Bagoss con pomodoro e rosmarino.
Ravioli al fagiano e tartufo
nero della Valtenesi
Spiccano tra i secondi l’Anguilla a tutta birra con crema di peperoni e friarielli, il Fiocco di vitello su fondo di whisky torbato Laphroig 10 anni con salsa rubra e il coraggioso Rack (carré, costolette) di pecora marinato e cotto alla brace coi carciofi: delizioso e per nulla “duro” come si potrebbe temere: la carne, come suol dirsi, si scioglie in bocca. Fra i dolci, spiccano la Torta Diplomatica preparata al tavolo e il Cremoso di cioccolato, arachidi, mango e caramello, da accompagnare magari con l'amabile passito ischitano Giardini Arimei, intenso e avvolgente. A disposizione comunque anche i menu tematici Il mio lago, Le novità e L'entroterra.
Un digestivo al bar della terrazza? Certo, ma poi tutti a nanna, ché la giornata fra bagni in piscina e nel lago, bagni di sole e passeggiate nel parco ombreggiato da magnolie, palme, banani e sophore pendule, trattamenti alla Spa e pranzi, è trascorsa veloce.
Scorcio della camera 124, con la
vasca fra il letto e i servizi
Ci sono naturalmente le tre lussuose suite di oltre 100 mq, per veri ricchi o spendaccioni (sui 1000 € al giorno). Ma anche camere più “modeste”, dove dormire fra quattro guanciali. Come la n. 124 De Luxe, caratterizzata da una ampia vetrata e balcone sul parco e il lago, con la vasca da bagno a vista che divide la zona notte da quella dei servizi igienici e totale comfort. Costa da 420 a 550 € a notte, secondo stagione. O la 258 De Luxe, coi pavimenti in marmo di Botticino e rovere trentino, un piccolo giardino privato fronte lago e un salottino che divide la zona notte da quella dei servizi.
Calma, lusso e voluttà, diceva Baudelaire. Ecco, appunto.

Info. Grand Hotel Fasano, via Zanardelli 190, Gardone Riviera (Brescia), tel. 0365.290220, www.ghf.it. Prezzi a notte camere doppie b&b (secondo stagione e vista): Comfort, 240-410 €;   Superior, 270-500 €; De Luxe, 420-550 €; Suite, 780-1050 €.
Bar La Terrazza. Prezzi: Cocktail, 14 €; Gin Tonic, 18 €.
Ristorante Magnolia. Aperto da maggio a settembre. Orari: 12.30-14.30. Prezzi: insalate, antipasti e snack, 9-19 €; primi, 11-15 €; secondi, 22-25 €. Tre specialità, 25 €.
Trattoria Il pescatore. Aperto da maggio a settembre. Orari: 19-21. Prezzi: antipasti 15-25; primi 18-25; secondi 20-27; dessert 7-9.
Ristorante Il Fagiano. Aperto da aprile a ottobre. Orari: 19.30-22 (prenotare). Prezzi: menu, 65-85 €; antipasti 21-26 €; primi 21-24 €; secondi 25-29 €; dessert 17-19 €.

giovedì 20 giugno 2019

Che bottiglie al Parigi (di Milano). Ecco cinque produttori che hanno partecipato all'Arena del vino. Buone nuove da Laurent-Perrier, Le Pupille, Tavignano, Siddùra e...Marolo

Il logo dell'Arena del vino
A Parigi (città) tutt’alpiù c’è l’Arena di Lutezia. Ma al Parigi, Grand Hotel Palazzo (di Milano), c’è quella del buon bere, l’Arena del vino. O meglio c’è stata, lunedì 17, giorno che, a dispetto della data, ha portato bene ai produttori che hanno visto accalcarsi in un ampio salone centinaia di appassionati, esperti, sommelier e ristoratori. Qualche Champagne, qualche distillato e molti vini italiani ai banchetti degli espositori, secondo la formula 3 in 1: ogni produttore presentava 3 bottiglie diverse, da potere assaggiare liberamente nel proprio bicchiere. E così si conversava sul vino, si scoprivano le novità, si degustavano le nuove annate: tutto in nome di una sartorialità, di un “fatto a mano” con gran cura e quindi di una ricerca della qualità, che sostanzialmente ha avuto conferma nella gran maggioranza dei vini assaggiati. Una cinquantina le aziende presenti, selezionate dalla società promotrice dell’evento, la Arena Wines & Consulting, con la parte del leone rappresentata dalla “delegazione” toscana, seguita da quelle piemontesi, venete, siciliane e lombarde.
Ecco alcune delle novità più interessanti.

L'Ultra Brut
Laurent-Perrier. Fondata nel 1812 da André Michel Pierlot e passata alla sua morte al cantiniere Eugent Laurent e poi alla sua vedova Mathilde Perrier, la Maison di Champagne di Tours-sur-Marne ne assunse  quindi i cognomi nella ragione sociale. Solo nel 1939 subentrò una nuova proprietà con Marie-Louise de Nonancourt prima e col figlio Bernard, poi. Questi aveva partecipato alla Resistenza francese a fianco del famoso Abbé Pierre (poi deputato, fondatore di Emmaus - organizzazione di sostegno dei poveri e dei rifugiati -, che come sindaco di Digione instaurò il cocktail Kir - Bourgogne aligoté e Crème de cassis - come “vino d’onore” del Comune).
Grand Siècle n. 24
Fu Bernard de Nonancourt a ricreare lo stile contemporaneo di Laurent Perrier, che nella Maison amano riassumere in tre parole: freschezza, finezza ed eleganza. Parecchi sono i motivi d’interesse della gamma degli Champagne L-P. Per esempio, accanto alla classica cuvée di base brut, c’è dal 1981 una cuvée denominata Ultra Brut, priva dello zucchero che di solito si trova nella liqueur d’éxpedition utilizzata per il rabbocco finale dello Champagne, subito dopo il degorgement (sboccatura). La dizione Ultra Brut, che ormai non si vede quasi più in giro, ma corrisponde in pratica alla Brut Nature (o pas dosé), campeggia sull’etichetta dell’eccellente Blanc de blancs (100% Chardonnay). La tradizione della cantina di Tours-sur-Marne è di basarsi sulla quella medesima di tutto lo Champagne per fare i vini: pochi millesimati e solo in annate veramente speciali, tutto il resto cuvée, mixando quindi vini di terreni e annate diverse per ottenere il meglio possibile anno dopo anno. Ma alla L-P la media dei millesimati per decennio è molto più rada di quella del totale degli Champagne. Per cui il millesimato che sta per uscire in commercio è il Brut 2008, vendemmia ritenuta eccezionale, che ha trascorso 9 anni sui lieviti, perfetto assemblaggio di 11 vini da zone tutte Grand cru, ricco e di una freschezza inusitata, con bei sentori agrumati e una gradevolissima vena minerale. Da crostacei e pesci nobili. 
L’altro Champagne d’eccezione della Maison è la sua cuvée de prestige, come amano chiamare queste tipologie i francesi. Quella di L-P si chiama Grand Siècle n. 24 (per distinguerla dalle precedenti cuvée, tutte numerate per il lavoro di cantina, ma che finora non esponevano in etichetta la numerazione). Il principio è quello di mettere insieme i migliori vini di riserva di tre annate ritenute eccellenti, una sorta di supermillesimo insomma. Nel caso della n. 24 sono statti utilizzate le annate 2007, 2006 e 2004, da 11 dei 17 Grand cru di Chardonnay e Pinot nero. Bollicine finissime, sentori di nocciola ma anche di miele, poi note tostate al naso; finezza, eleganza e persistenza in bocca con finale setoso e lievemente agrumato. Effettivamente un fuoriclasse, facile e complesso allo stesso tempo. Eccellente quasi su qualsiasi piatto che abbia qualcosa da dire al palato (135-150 € la bottiglia).

Fattoria Le Pupille. Elisabetta Geppetti è produttrice ben nota per i suoi pregevoli Morellino di Scansano e per aver dato vita a uno dei più famosi vini della Maremma, il Saffredi, un uvaggio di cabernet, merlot e petit verdot. Ora esce sul mercato con una novità assoluta, semplicemente ma orgogliosamente chiamata come la stessa cantina: Le Pupille
Le Pupille Syrah
L’hanno voluta Elisabetta stessa e la figlia Clara Gentili, che la affianca da otto anni nella conduzione, assieme all’enologo consulente Luca D’Attoma. È un Syrah in purezza, che deriva dalle uve di due appezzamenti, la Vigna del Palo e la Vigna di Pian di Fiora, rispettivamente di 1,5 e 0,5 ettari. Per le uve della prima, la vinificazione è stata fatta in tonneau aperti da 500 litri, con follature leggere e per 50 giorni complessivi tra fermentazione alcolica e macerazione ulteriore. Per l’altra, si è provveduto a vinificare in orci di argilla chiantigiana, sempre da 500 litri, con fermentazione spontanea, sia pur controllata e macerazione successiva per circa otto mesi. Poi si è proceduto all’assemblaggio con maturazione in botti da 300 litri per 10 mesi e all’imbottigliamento con ulteriore affinamento per 22 mesi. Prima annata il 2015, ma solo 3mila bottiglie. Chi l’ha assaggiato parla di profumi di frutti di bosco, spezie e tabacco, di giusta acidità in bocca, di complessità ed eleganza.
Molto interessante anche il bianco Poggio Argentato 2017, da uve sauvignon in prevalenza, poi traminer, petit manseng e sémillon, completamente fuori dagli schemi di tipicità regionale, ma sapido, sinuoso, con spunti fruttati, in particolare di agrumi ed erbe aromatiche (12-13 €).
Info: Fattoria Le Pupille, Piagge del Maiano 92 A, Grosseto, tel. 0564.409517, www.fattorialepupille.it

Il Misco Riserva
Tenuta di TavignanoCingoli, nelle Marche, è uno dei due soli comuni della provincia di Macerata che rientra nella menzione “Classico” del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Qui ha sede la tenuta, 30 ettari vitati con le uve caratteristiche del territorio: oltre al Verdicchio, il Pecorino, la Passerina, il Montepulciano, il Sangiovese e il Lacrima di Morro d’Alba. La tenuta è proprietà da una ventina d’anni di Stefano Aymerich, di antica famiglia catalana e poi sarda, che la conduce ultimamente con il supporto della nipote Ondine de la Feld. La zona è ideale per la viticoltura, grazie al clima influenzato dai venti marini ma anche dalle correnti fresche del monte San Vicino che provocano le giuste escursioni termiche tra giorno e notte, adatte a ottenere vini profumati e longevi. 
Molto interessanti il Rosso Piceno Libenter (da sangiovese, montepulciano e cabernet) e il Lacrima di  Morro d’Alba Barbarossa (100% dall’omonimo vitigno), dai caratteristici sentori di visciole, viola e garrigue. Ma in questa terra la parte del leone la fa il Verdicchio dei Castelli di Jesi, in particolare il Misco (come era chiamato dai latini il vicino fiume Musone) nelle due versioni Classico Superiore 2017 (15 €) e Riserva 2015 (20 €). Ambedue si affinano solo in acciaio e successivamente in bottiglia, presentando bei sentori floreali e sfumature minerali. In particolare il Superiore matura per 6 mesi in vasca e 6 in bottiglia; la Riserva trascorre un anno sulle fecce fini e si affina un altro anno in bottiglia: dispensa profumi d’erbe aromatiche e mandorla, pesca e fiori di ginestra, con una particolare vena minerale. Ottima sui piatti di pesce e azzeccata anche su quelli speziati della cucina orientale.  
Info.Tenuta di Tavignano, loc. Tavignano, Cingoli (MC), tel. 0733.617303, www.tenutaditavignano.it

SiddùraLuogosanto è un villaggio di origine medievale nei pressi di Olbia. Qui, fra piccoli insediamenti nuragici e boschi, arbusti di mirto e piante di ginestra nel 2008 Nathan Gottesdiener e Massimo Ruggero hanno deciso di sviluppare la loro impresa vinicola. Oggi, su circa 38 ha, allevano Cannonau e Cagnulari, Cabernet e Sangiovese. Ma soprattutto la grande uva della zona, il Vermentino. Docg, il Vermentino di Gallura è uno dei più grandi bianchi italiani, profuma di macchia mediterranea, è intenso, sapido e può invecchiare molto bene, evolvendosi positivamente nel tempo. È anche piuttosto versatile come dimostrano le differenti versioni che ne propone
Siddùra: tre, dai nomi poetici. Spèra, che in gallurese vuol dire “fascio di luce”, ne è la versione più
I tre Vermentini di Gallura di Siddura
fresca, profumata, buona per l’aperitivo come per i piatti di pesce non troppo strutturati (12,50 €). Maìa in gallurese significa magia ed è un Superiore, le cui vigne d’origine sono collocate nel terroir migliore. Qui i profumi si fanno più intensi, la sapidità aumenta e come pure la corposità. Bene con i saporiti antipasti sardi, con primi piatti di pesce e con la bottarga. (sui 20 €).  Bèru è anch’esso un Vermentino Superiore, il cui nome deriva addirittura dall’estrusco, significa nobile e farebbe parte dell’etimologia della parola vermentino (Beru-Veru…). Questo vino fermenta in piccoli fusti di rovere per una decina di giorni, poi si affina per otto mesi in barrique nuove. Il colore è dorato, i profumi richiamano il burro e la crosta di pane, la vaniglia ma anche il timo; in bocca è elegante e armonico, il legno non gli fa perdere freschezza, la sapidità è preservata, anche se il finale è vanigliato e richiama pure il miele d’acacia. Ottimo con la fregula e i risotti di mare, crostacei e pesci in salsa e formaggi non troppo stagionati (30 € circa).
Info. Società agricola Siddùra, loc. Siddùra, Luogosanto (OT), tel. 079.6573027, www.siddura.com

MaroloParafrasando l’antico adagio…Grappa in fundo. E che grappa, anzi, che grappe! Dal 1977 Paolo Marolo (poi col figlio Lorenzo) si è specializzato nel proporre distillati di vinacce rigorosissimi quanto interessanti e…gustosi. Intanto le grappe sono solo di monovitigno, distillate in apparecchi discontinui (non quelli a colonna tipici degli impianti industriali), a bagnomaria; poi l’invecchiamento (meglio sarebbe dire la maturazione) avviene in fusti d’acacia e in barrique francesi selezionati con cura. 
Il Martin Pescatore
emblema della Grappa
di Barolo di Marolo
Ormai la produzione si dipana su quasi tutto il fronte nazionale, per quanto riguarda le vinacce d’origine. Si va dai vitigni piemontesi (Nebbiolo da Barolo, Arneis, Moscato, Barbera, Barbaresco ecc) al Brunello di Montalcino, dai Pigato e Vermentino liguri al Gewürztraminer altoatesino, dall’Amarone veronese al Verdicchio marchigiano. Ma il fiore all’occhiello è probabilmente la Grappa di Barolo. Anche qui in parecchie versioni. C’è quella dello specifico cru Bussia e la San Sebastian, affinata a lungo in barrique. La Doppio fusto (che riposa in due fusti dalle essenze legnose diverse, prima di essere assemblata) e quelle che riportano gli anni di invecchiamento; ora in commercio: la 9, la 12, la 15 e la 20 anni, tutte a 50° di forza tranquilla e profumi intensi che a volte sfociano, proprio come nei vini rossi di pregio, in vaniglia, tabacco e cuoio (40-90 € a seconda dell’invecchiamento). La più prestigiosa è senza dubbio la Barolo 1991, 27 anni di maturazione dopo la distillazione. È una vera fuoriclasse che si affina lentamente con un procedimento complesso. Dapprima trascorre 12 anni in botti di rovere che hanno contenuto Marsala Florio (solo il 20% in botti in cui si sono affinati vini bianchi piemontesi); poi dal 13° al 27° anno il distillato passa, sosta e poi passa ancora in diverse botti che hanno contenuto Sherry, Porto, rum, Scotch Wisky single malt, Cognac e Bas Armagnac. Infine l’imbottigliamento. In bocca, un’esplosione sia pur equilibrata di sensazioni, dalla noce alla vaniglia, dal velluto all’uva passa. 1421 bottiglie. Prezzo: sui 170/180 € l’una.
Info. Fratelli Marolo, Distilleria Santa Teresa, corso Canale 105/1, Alba (CN), tel. 0173.33144, www.marolo.com