giovedì 20 giugno 2019

Che bottiglie al Parigi (di Milano). Ecco cinque produttori che hanno partecipato all'Arena del vino. Buone nuove da Laurent-Perrier, Le Pupille, Tavignano, Siddùra e...Marolo

Il logo dell'Arena del vino
A Parigi (città) tutt’alpiù c’è l’Arena di Lutezia. Ma al Parigi, Grand Hotel Palazzo (di Milano), c’è quella del buon bere, l’Arena del vino. O meglio c’è stata, lunedì 17, giorno che, a dispetto della data, ha portato bene ai produttori che hanno visto accalcarsi in un ampio salone centinaia di appassionati, esperti, sommelier e ristoratori. Qualche Champagne, qualche distillato e molti vini italiani ai banchetti degli espositori, secondo la formula 3 in 1: ogni produttore presentava 3 bottiglie diverse, da potere assaggiare liberamente nel proprio bicchiere. E così si conversava sul vino, si scoprivano le novità, si degustavano le nuove annate: tutto in nome di una sartorialità, di un “fatto a mano” con gran cura e quindi di una ricerca della qualità, che sostanzialmente ha avuto conferma nella gran maggioranza dei vini assaggiati. Una cinquantina le aziende presenti, selezionate dalla società promotrice dell’evento, la Arena Wines & Consulting, con la parte del leone rappresentata dalla “delegazione” toscana, seguita da quelle piemontesi, venete, siciliane e lombarde.
Ecco alcune delle novità più interessanti.

L'Ultra Brut
Laurent-Perrier. Fondata nel 1812 da André Michel Pierlot e passata alla sua morte al cantiniere Eugent Laurent e poi alla sua vedova Mathilde Perrier, la Maison di Champagne di Tours-sur-Marne ne assunse  quindi i cognomi nella ragione sociale. Solo nel 1939 subentrò una nuova proprietà con Marie-Louise de Nonancourt prima e col figlio Bernard, poi. Questi aveva partecipato alla Resistenza francese a fianco del famoso Abbé Pierre (poi deputato, fondatore di Emmaus - organizzazione di sostegno dei poveri e dei rifugiati -, che come sindaco di Digione instaurò il cocktail Kir - Bourgogne aligoté e Crème de cassis - come “vino d’onore” del Comune).
Grand Siècle n. 24
Fu Bernard de Nonancourt a ricreare lo stile contemporaneo di Laurent Perrier, che nella Maison amano riassumere in tre parole: freschezza, finezza ed eleganza. Parecchi sono i motivi d’interesse della gamma degli Champagne L-P. Per esempio, accanto alla classica cuvée di base brut, c’è dal 1981 una cuvée denominata Ultra Brut, priva dello zucchero che di solito si trova nella liqueur d’éxpedition utilizzata per il rabbocco finale dello Champagne, subito dopo il degorgement (sboccatura). La dizione Ultra Brut, che ormai non si vede quasi più in giro, ma corrisponde in pratica alla Brut Nature (o pas dosé), campeggia sull’etichetta dell’eccellente Blanc de blancs (100% Chardonnay). La tradizione della cantina di Tours-sur-Marne è di basarsi sulla quella medesima di tutto lo Champagne per fare i vini: pochi millesimati e solo in annate veramente speciali, tutto il resto cuvée, mixando quindi vini di terreni e annate diverse per ottenere il meglio possibile anno dopo anno. Ma alla L-P la media dei millesimati per decennio è molto più rada di quella del totale degli Champagne. Per cui il millesimato che sta per uscire in commercio è il Brut 2008, vendemmia ritenuta eccezionale, che ha trascorso 9 anni sui lieviti, perfetto assemblaggio di 11 vini da zone tutte Grand cru, ricco e di una freschezza inusitata, con bei sentori agrumati e una gradevolissima vena minerale. Da crostacei e pesci nobili. 
L’altro Champagne d’eccezione della Maison è la sua cuvée de prestige, come amano chiamare queste tipologie i francesi. Quella di L-P si chiama Grand Siècle n. 24 (per distinguerla dalle precedenti cuvée, tutte numerate per il lavoro di cantina, ma che finora non esponevano in etichetta la numerazione). Il principio è quello di mettere insieme i migliori vini di riserva di tre annate ritenute eccellenti, una sorta di supermillesimo insomma. Nel caso della n. 24 sono statti utilizzate le annate 2007, 2006 e 2004, da 11 dei 17 Grand cru di Chardonnay e Pinot nero. Bollicine finissime, sentori di nocciola ma anche di miele, poi note tostate al naso; finezza, eleganza e persistenza in bocca con finale setoso e lievemente agrumato. Effettivamente un fuoriclasse, facile e complesso allo stesso tempo. Eccellente quasi su qualsiasi piatto che abbia qualcosa da dire al palato (135-150 € la bottiglia).

Fattoria Le Pupille. Elisabetta Geppetti è produttrice ben nota per i suoi pregevoli Morellino di Scansano e per aver dato vita a uno dei più famosi vini della Maremma, il Saffredi, un uvaggio di cabernet, merlot e petit verdot. Ora esce sul mercato con una novità assoluta, semplicemente ma orgogliosamente chiamata come la stessa cantina: Le Pupille
Le Pupille Syrah
L’hanno voluta Elisabetta stessa e la figlia Clara Gentili, che la affianca da otto anni nella conduzione, assieme all’enologo consulente Luca D’Attoma. È un Syrah in purezza, che deriva dalle uve di due appezzamenti, la Vigna del Palo e la Vigna di Pian di Fiora, rispettivamente di 1,5 e 0,5 ettari. Per le uve della prima, la vinificazione è stata fatta in tonneau aperti da 500 litri, con follature leggere e per 50 giorni complessivi tra fermentazione alcolica e macerazione ulteriore. Per l’altra, si è provveduto a vinificare in orci di argilla chiantigiana, sempre da 500 litri, con fermentazione spontanea, sia pur controllata e macerazione successiva per circa otto mesi. Poi si è proceduto all’assemblaggio con maturazione in botti da 300 litri per 10 mesi e all’imbottigliamento con ulteriore affinamento per 22 mesi. Prima annata il 2015, ma solo 3mila bottiglie. Chi l’ha assaggiato parla di profumi di frutti di bosco, spezie e tabacco, di giusta acidità in bocca, di complessità ed eleganza.
Molto interessante anche il bianco Poggio Argentato 2017, da uve sauvignon in prevalenza, poi traminer, petit manseng e sémillon, completamente fuori dagli schemi di tipicità regionale, ma sapido, sinuoso, con spunti fruttati, in particolare di agrumi ed erbe aromatiche (12-13 €).
Info: Fattoria Le Pupille, Piagge del Maiano 92 A, Grosseto, tel. 0564.409517, www.fattorialepupille.it

Il Misco Riserva
Tenuta di TavignanoCingoli, nelle Marche, è uno dei due soli comuni della provincia di Macerata che rientra nella menzione “Classico” del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Qui ha sede la tenuta, 30 ettari vitati con le uve caratteristiche del territorio: oltre al Verdicchio, il Pecorino, la Passerina, il Montepulciano, il Sangiovese e il Lacrima di Morro d’Alba. La tenuta è proprietà da una ventina d’anni di Stefano Aymerich, di antica famiglia catalana e poi sarda, che la conduce ultimamente con il supporto della nipote Ondine de la Feld. La zona è ideale per la viticoltura, grazie al clima influenzato dai venti marini ma anche dalle correnti fresche del monte San Vicino che provocano le giuste escursioni termiche tra giorno e notte, adatte a ottenere vini profumati e longevi. 
Molto interessanti il Rosso Piceno Libenter (da sangiovese, montepulciano e cabernet) e il Lacrima di  Morro d’Alba Barbarossa (100% dall’omonimo vitigno), dai caratteristici sentori di visciole, viola e garrigue. Ma in questa terra la parte del leone la fa il Verdicchio dei Castelli di Jesi, in particolare il Misco (come era chiamato dai latini il vicino fiume Musone) nelle due versioni Classico Superiore 2017 (15 €) e Riserva 2015 (20 €). Ambedue si affinano solo in acciaio e successivamente in bottiglia, presentando bei sentori floreali e sfumature minerali. In particolare il Superiore matura per 6 mesi in vasca e 6 in bottiglia; la Riserva trascorre un anno sulle fecce fini e si affina un altro anno in bottiglia: dispensa profumi d’erbe aromatiche e mandorla, pesca e fiori di ginestra, con una particolare vena minerale. Ottima sui piatti di pesce e azzeccata anche su quelli speziati della cucina orientale.  
Info.Tenuta di Tavignano, loc. Tavignano, Cingoli (MC), tel. 0733.617303, www.tenutaditavignano.it

SiddùraLuogosanto è un villaggio di origine medievale nei pressi di Olbia. Qui, fra piccoli insediamenti nuragici e boschi, arbusti di mirto e piante di ginestra nel 2008 Nathan Gottesdiener e Massimo Ruggero hanno deciso di sviluppare la loro impresa vinicola. Oggi, su circa 38 ha, allevano Cannonau e Cagnulari, Cabernet e Sangiovese. Ma soprattutto la grande uva della zona, il Vermentino. Docg, il Vermentino di Gallura è uno dei più grandi bianchi italiani, profuma di macchia mediterranea, è intenso, sapido e può invecchiare molto bene, evolvendosi positivamente nel tempo. È anche piuttosto versatile come dimostrano le differenti versioni che ne propone
Siddùra: tre, dai nomi poetici. Spèra, che in gallurese vuol dire “fascio di luce”, ne è la versione più
I tre Vermentini di Gallura di Siddura
fresca, profumata, buona per l’aperitivo come per i piatti di pesce non troppo strutturati (12,50 €). Maìa in gallurese significa magia ed è un Superiore, le cui vigne d’origine sono collocate nel terroir migliore. Qui i profumi si fanno più intensi, la sapidità aumenta e come pure la corposità. Bene con i saporiti antipasti sardi, con primi piatti di pesce e con la bottarga. (sui 20 €).  Bèru è anch’esso un Vermentino Superiore, il cui nome deriva addirittura dall’estrusco, significa nobile e farebbe parte dell’etimologia della parola vermentino (Beru-Veru…). Questo vino fermenta in piccoli fusti di rovere per una decina di giorni, poi si affina per otto mesi in barrique nuove. Il colore è dorato, i profumi richiamano il burro e la crosta di pane, la vaniglia ma anche il timo; in bocca è elegante e armonico, il legno non gli fa perdere freschezza, la sapidità è preservata, anche se il finale è vanigliato e richiama pure il miele d’acacia. Ottimo con la fregula e i risotti di mare, crostacei e pesci in salsa e formaggi non troppo stagionati (30 € circa).
Info. Società agricola Siddùra, loc. Siddùra, Luogosanto (OT), tel. 079.6573027, www.siddura.com

MaroloParafrasando l’antico adagio…Grappa in fundo. E che grappa, anzi, che grappe! Dal 1977 Paolo Marolo (poi col figlio Lorenzo) si è specializzato nel proporre distillati di vinacce rigorosissimi quanto interessanti e…gustosi. Intanto le grappe sono solo di monovitigno, distillate in apparecchi discontinui (non quelli a colonna tipici degli impianti industriali), a bagnomaria; poi l’invecchiamento (meglio sarebbe dire la maturazione) avviene in fusti d’acacia e in barrique francesi selezionati con cura. 
Il Martin Pescatore
emblema della Grappa
di Barolo di Marolo
Ormai la produzione si dipana su quasi tutto il fronte nazionale, per quanto riguarda le vinacce d’origine. Si va dai vitigni piemontesi (Nebbiolo da Barolo, Arneis, Moscato, Barbera, Barbaresco ecc) al Brunello di Montalcino, dai Pigato e Vermentino liguri al Gewürztraminer altoatesino, dall’Amarone veronese al Verdicchio marchigiano. Ma il fiore all’occhiello è probabilmente la Grappa di Barolo. Anche qui in parecchie versioni. C’è quella dello specifico cru Bussia e la San Sebastian, affinata a lungo in barrique. La Doppio fusto (che riposa in due fusti dalle essenze legnose diverse, prima di essere assemblata) e quelle che riportano gli anni di invecchiamento; ora in commercio: la 9, la 12, la 15 e la 20 anni, tutte a 50° di forza tranquilla e profumi intensi che a volte sfociano, proprio come nei vini rossi di pregio, in vaniglia, tabacco e cuoio (40-90 € a seconda dell’invecchiamento). La più prestigiosa è senza dubbio la Barolo 1991, 27 anni di maturazione dopo la distillazione. È una vera fuoriclasse che si affina lentamente con un procedimento complesso. Dapprima trascorre 12 anni in botti di rovere che hanno contenuto Marsala Florio (solo il 20% in botti in cui si sono affinati vini bianchi piemontesi); poi dal 13° al 27° anno il distillato passa, sosta e poi passa ancora in diverse botti che hanno contenuto Sherry, Porto, rum, Scotch Wisky single malt, Cognac e Bas Armagnac. Infine l’imbottigliamento. In bocca, un’esplosione sia pur equilibrata di sensazioni, dalla noce alla vaniglia, dal velluto all’uva passa. 1421 bottiglie. Prezzo: sui 170/180 € l’una.
Info. Fratelli Marolo, Distilleria Santa Teresa, corso Canale 105/1, Alba (CN), tel. 0173.33144, www.marolo.com
            

sabato 1 giugno 2019

Alto Adige e Campania, lontani e sempre più vicini, in nome della qualità. E della riscoperta dei vini autoctoni. Come il vesuviano Caprettone o il casertano Casavecchia

Vigneti di Casa Setaro su suoli vulcanici (a sinistra) nel Parco del Vesuvio
e della Cantina di Lisandro (a destra) di Castel Campagnano (Caserta).
Campania Felix. Ma lo è ancora? Per quanto riguarda il vino sì. Per Campania Felix s’intendeva quella antica, dell’epoca romana, a cominciare dal territorio di Capua, estendendosi in realtà dalle pendici del monte Massico a nord, fin quasi ai Campi Flegrei e ai territori vesuviani a sud: comprendeva, oltre a Capua, centri abitati come Literno, Cuma, Nola, Napoli, Sorrento, Salerno. E Pompei, dove, dopo secoli, dagli ultimi anni del Novecento è di nuovo coltivata la vite: Mastroberardino con le uve di Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso produce il Villa dei Misteri, Rosso pompeiano Igt (circa 2000 bottiglie in vendita sul sito www.mastroberardino.com a 100 € l’una). L’appellativo felix fu dato grazie alla fertilità dei terreni, dovuta in gran parte al fiume Volturno.
Oggi si può parlare di una Campania enoica felice grazie ai fermenti che la percorrono, ai nuovi produttori che si affacciano alla ribalta, alla crescita in qualità delle sue Doc, dal Greco di Tufo al Fiano d’Avellino, dal Taurasi ai vini del Cilento, dalla Costa d’Amalfi alla Falanghina del Sannio, dai Campi
La Vendemmia...sospesa da Scala Fenicia, a Capri
Flegrei al Falerno del Massico, dall’Ischia ai rari vini di Capri, dove si stanno facendo strada, dopo anni di assenza, un paio di produttori notevoli, Scala Fenicia e Masseria Frattasi. La prima produce uno squisito Capri Bianco in poche migliaia di bottiglie, in vendita, a seconda delle annate e delle rivendite, fra i 22 e i 26 € la bottiglia (per Capri e Ischia, vedere anche il post “Vacanze enoiche / I vini autoctoni di Ischia e quelli eroici di Capri, da Giardini Arimei a Scala Fenicia”, https://ilmoncalvini.blogspot.com/search/label/Capri).
Masseria Frattasi, che però ha la cantina a Montesarchio, nel Beneventano, produce un Capri rosso di buona fattura, venduto a un prezzo molto alto, anche se in effetti si tratta di poche centinaia di bottiglie: 180 € (sul loro sito Internet). E non è un caso che un altoatesino come Helmuth Köcher, il patron del Merano Wine Festival (MWF), abbia scelto a Milano per presentare le anticipazioni della 28ª edizione (dall’8 al 12 novembre) lo Spazio Campania di piazza Fontana. Le ragioni? Una collaborazione sempre più stretta con la regione, con l’obiettivo di ricercare anche vini nuovi, meno noti, da scoprire o riscoprire in zone vinicole che ormai non hanno più granché da invidiare a quelle più blasonate del Centro-Nord.
Köcher, che qualche anno fa si è inventato l’appellativo di The Wine Hunter, cacciatore di vino, facendone un marchio sul quale ha costruito le classifiche dei vini ospitati al MWF, ha presentato, oltre a una selezione di vini campani in degustazione, anche alcune delle novità della kermesse di Merano. Fra le quali una selezione internazionale di vini e produttori particolari, come lo Château Ksara col suo rosso Le Souverain 2013; l’argentino Altura Máxima 2016, di Colomé, Malbec in purezza, da vigneti che arrivano anche oltre i 3000 m. d’altitudine; il Pinot noir 2016 della neozelandese  Luna; ancora, il
Conferenza stampa allo Spazio Campania di Milano
sul Merano Wine Festival. Al centro Köcher
canadese Reserve Meritage 2016 della Tenuta Jackson-Triggs Estate Wines; il cileno Montes Alpha M 2016 di Montes; il Pinot noir 2016 di Penner-Ash Wine Cellars, “particolare e straordinario”, dell’Oregon statunitense. 
Ma in questa rassegna di eccellenze internazionali Köchner non si è limitato al vino: ha inserito anche un sake definito “peculiare”, il Nigori (significa: poco nuvoloso, cioè poco filtrato) Sake di Gekkeikan, della categoria Sake Futsu-shu dry, “dalla consistenza cremosa, morbido, con sentori che richiamano il riso fresco e aromatico”. In verità, i Sake futsu-shu sono quelli considerati “normali”, anche se ve ne sono di ottimi; i migliori sono chiamati Tokutei meishoshu, “per le occasioni speciali”, con tanto di certificazione del grado di macinatura e sulla purezza (con restrizioni sulla quantità di alcol distillato aggiungibile). È un mondo variegato e complesso quasi quanto quello del vino. Chi avesse voglia di conoscerlo meglio, a Milano può andare in un locale dedicato, il Sakeya, The house of sake, bar, bistrot e negozio in un ambiente scenografico che presenta una selezione di circa 180 etichette (fra cui 30 dalle diverse Prefetture, che hanno tradizioni differenti nella produzione), tutte acquistabili, miscelabili in cocktail o servite al calice, magari con un piatto di tre assaggi o pescando dalla carta i vari obenzai (antipastini). Ma ci sono anche piatti veri e propri, come le varie ricette alla brace dello chef Masaki Inoguchi e altre proposte golose, dal polpo in tre cotture allo yaki don con foie gras. Si beve e si mangia molto bene e in maniera diversa da molti altri locali cittadini, più o meno autenticamente giapponesi (conto sui 50-100 € il pranzo completo; via Cesare da Sesto 1, tel. 02.94387836, www.sakeya.it).
Ma si è divagato sul sake mentre il fermentato di riso giapponese non è che una chicca dell’offerta che vi sarà novembre a Merano e che è ancora in fase di costruzione. Le novità annunciate per ora, oltre a quelle della selezione internazionale, riguardano la pubblicazione sulla guida online The Wine Hunter Award (https://award.winehunter.it/della classifica dei 100 migliori vini italiani, (delle varie categorie: spumanti, bianchi, rosati, rossi e dolci), dei 5 migliori per ogni regione e delle aziende vinicole “fedeli” alla manifestazione quasi trentennale. Val la pena di ricordare che queste ultime possono partecipare al MWF dopo aver inviato i vini alle commissioni di assaggio, che si riuniscono più volte a partire da giugno. Sono ammessi solo le bottiglie cui siano stati riconosciuti l’Award rosso (corrispondente a un punteggio in centesimi tra 88 e 89,9), l’Award Gold (da 90 a 94,9) e, con una ulteriore selezione, l’Award Platinum (da 95 a 100 punti), non più di 34 fra cui 9 di annate “vecchie”.  Nel 2018 sono state valutate oltre 5mila etichette di cui 2500 premiate con l’Award Rosso, 450 con il Gold e appunto 34 con il Platinum.
Dall’Alto Adige di nuovo alla Campania Felix, che ha avuto modo di manifestarsi in maggio, ancora una volta a Milano, con la presentazione alla Winedrops Meeting Room di via Piatrasanta di vitigni rari e recuparati da parte di due piccole aziende vitivinicole del Casertano e del Napoletano, Cantina di Lisandro Casa Setaro.
Rosa Fusco e Almerigo Bosco hanno fondato nel 2006 la società Poderi Bosco, impiantando a Castel Campagnano (Caserta) 10 ettari (oggi 14) di vigneto affacciati su un’ansa del Volturno. Il logo della nuova cantina fu presto trovato, richiamando quello di don Lisandro, bisnonno di Rosa che nel 1907 in occasione del suo matrimonio ebbe in dote sei botti di vino, grazie alle quali aprì a Casolla una vineria dotata di una profonda cantina scavata nel tufo, tuttora esistente.
Nel vigneto vengono coltivati i vitigni Pallagrello bianco nero, il cui nome deriverebbe dalla forma perfettamente sferica degli acini (piccole palle, in dialetto pallarelle). Nell’Ottocento il Pallagrello era molto diffuso e stimato, persino dal re Ferdinando IV di Borbone, poi a inizio Novecento fu semidistrutto dalla fillossera, per essere in seguito utilizzato sono come uva da taglio. Finalmente verso la fine del secolo si è ricominciato a valorizzarlo. Si tratta di due vitigni strettamente imparentati, vigorosi ma poco produttivi, dagli acini piccoli e leggeri. Il bianco è alato, il nero invece è senza ali e spargolo.
I vini della Cantina di Lisandro
La Cantina di Lisandro produce il Lancella 2017, Pallagrello bianco al 100%, giallo brillante tendente all’oro, dai profumi poco floreali ma invece intensi di frutta gialla (pesca, pompelmo), fresco e sapido al palato, in chiusura nespola e leggera mandorla (sui 16 € la bottiglia). Il Nero di Rena 2015 (Pallagrello nero) nasce su suoli sabbiosi e una volta vinificato matura parte in tini d’acciaio parte in botti di legno e in anfore. Elegante, fruttato (more e ciliegie), succoso e sapido (circa 25 € la bottiglia). Blend autoctono, anzi proprio “casalingo” è il Terzarulo 2017 da Pallagrello nero e Casavecchia, che matura 6 mesi in acciaio e in parte in tonneau, dai sentori speziati, sapido e ricco (sui 15 € la bottiglia). 
Il vitigno Casavecchia, tipico del Casertano, ha una storia particolare. A quanto si dice fu riscoperto ’a casa vecchia, cioè in un rudere agli inizi del Novecento, ove fu rinvenuto un ceppo sopravvissuto alla fillossera e all’oidio. Potrebbe coincidere con l’uva del vino Trebulanum, dell’insediamento romano di Treglia, frazione di Pontelatone, citato da Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia. Quale che sia l’origine il Casavecchia ha un grappolo grosso e lungo, spargolo (cioè a chicchi radi), con acini dalla buccia scura. Ce ne vuole almeno l’85% (per il resto altre uve rosse approvate) per ottenere il vino Casavecchia di Pontelatone Doc. Il Rosso matura almeno 2 anni, di cui uno in botti di legno, la Riserva 3 anni, di cui la metà in legno. Alla Cantina di Lisandro ritengono però che un anno e oltre di legno siano eccessivi e pregiudichino la natura agreste del vino. Perciò preferiscono, svicolando dalla Doc e rifugiandosi sotto l’ombrello della Igp Terre del Volturno, affinare il loro Cimmarino Casavecchia 2017 solamente in acciaio con la microossigenazione e poi in bottiglia, per preservarne i profumi tipici, dalla violetta al sottobosco e una certa tannicità piacevolmente rustica (sui 17 € la bottiglia).
È all’interno del Parco nazionale del Vesuvio Casa Setaro, fondata nel 2005 da Massimo e Mariarosa Setaro a Trecase, paese della città metropolitana di Napoli e luogo di villeggiatura delle famiglie nobili partenopee nel Sette-Ottocento, di cui restano numerose “ville di delizie”. I locali aziendali sono ricavati nella roccia vulcanica e così usufruiscono di temperatura e umidità costanti per tutto l’anno. Circa 15 ettari di vigneto affacciati a meridione, sul mare di Capri, tra i 150 e i 400 metri d’altitudine. Qui si coltivano a piede franco (cioè non innestate su radici americane, la “trovata” che salvò i vitigni europei dalla fillossera) varietà autoctone come Aglianico, Falanghina, Piedirosso Caprettone, mai attaccati dal pernicioso insetto, che si trova male nell’affrontare i terreni lavici in cui affondano le radici, i quali, essendo ricchi di minerali e molto fertili e grazie anche al particolare microclima,
I vini di Casa Setaro. A dx lo spumante classico Pietrafumante
favoriscono vendemmie di qualità.
Il Caprettone è il vitigno meno conosciuto e forse più interessante. Prenderebbe il nome dalla forma del grappolo che ricorda la barbetta della capra. L’uva è bianca e per molto tempo è stata confusa con il più noto vitigno Coda di Volpe. Fino al 2014, quando dopo approfondite analisi ne è stata scientificamente riconosciuta la specificità. Si è ancora agli inizi della conoscenza e dello sfruttamento di questa uva bianca dalla foglia grande, grappolo spargolo con acini piccoli e regolari, vendemmiata nelle prime settimane di settembre con un grado zuccherino giusto e acidità ottimale, che garantiscono nerbo non disgiunto da un buon bagaglio aromatico. A Casa Setaro il Caprettone è utilizzato in purezza in tre vini. Nel Pietrafumante, fragrante e floreale spumante metodo classico (30 mesi sui lieviti), di buona struttura con un gradevole finale minerale (sui 25 € la bottiglia). Ancora, nell’AryeteVesuvio Caprettone Doc 2017 Alto(circa 16 € la bottiglia) fermentato e affinato per sei mesi in anfore e tonneau e poi per altri due in bottiglia: bel colore giallo tendente all’oro, note di ginestra e agrumi al naso, sapido e in perfetto equilibrio sul palato tra vena acida e morbidezza. Infine, nel Munazei Lacryma Christi del Vesuvio Doc (sui 16 € la bottiglia), fermentato per tre settimane a temperatura controllata, maturato e affinato in acciaio per 6 mesi e per altri due in bottiglia. Fruttato, con note balsamiche, in bocca è fresco, sapido, persistente, di sorso piuttosto lungo.
Jamme bell jà (a berci nu’ bicchièr)…

INFO. Merano Wine Festival 2019: 8-12 nov; https://meranowinefestival.com  Scala Fenicia: www.scalafenicia.com  Masseria Frattasi: www.masseriafrattasi.it  Cantina di Lisandro:  www.cantinadilisandro.com  Casa Setaro: www.casasetaro.it (sito in costruzione).

martedì 14 maggio 2019

Sua Maestà il Barolo: ma è ancora un re? Tanti indizi dicono di sì. Dal successo dell'Asta alla kermesse di giugno "Io, Barolo" alla degustazione dei vini di Bolmida

I vini di Silvano Bolmida, produttore a Monforte d'Alba
Il re dei vini, il vino del re. Fu Giulia Colbert, moglie del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo a far assaggiare al re Carlo Alberto di Savoia quel vino più strutturato rispetto a quelli che si bevevano all’epoca (prima metà dell’Ottocento). Sua maestà glielo aveva chiesto, dopo aver avuto notizia che
Giulia Colbert Falletti
quel rosso  tradizionalmente dolce e un po’ frizzantino era stato trasformato in un vino da “invecchiamento”, secco e corposo. Piacque così tanto al sovrano, che i Falletti di Barolo gliene inviarono 325 botti, una per ogni giorno dell’anno (esclusi i 40 della Quaresima). Il resto è (quasi) storia contemporanea: dall’avvio di una produzione consistente ad opera di Camillo Benso conte di Cavour al passaggio della cantina della marchesa Falletti (alla sua morte) alla famiglia Abbona e alla nascita e sviluppo di nuove produzioni nei decenni successivi, fino al conferimento della Doc nel 1966 e della Docg nel 1980. E poi, il Barolo contemporaneo, sovente fatto maturare non in grandi botti di rovere per lunghi anni, ma utilizzando le più piccole barrique o pièce (rispettivamente da 225 e 500 litri), per un minore numero di anni. Oggi, il disciplinare della Docg parla di una maturazione minima di tre anni, di cui 18 mesi in botti di rovere, di 5 anni per la Riserva e una gradazione alcolica di almeno 13°. Ma il Barolo si affina molto bene anche nelle bottiglie di vetro, se conservate in maniera adeguata e alla giusta temperatura. 
Ancora qualche dato. I vigneti coltivati a uva nebbiolo per Barolo coprono 2200 ettari di una decina di paesi del Cuneese, da Castiglione Falletto a Barolo, da Serralunga d’Alba a Monforte, da La Morra a Novello, da Verduno a Roddi, per una produzione annua che si aggira sui 13/14 milioni di bottiglie.
È notizia fresca quella del successo dell’ultima Asta del Barolo benefica (nata 21 anni fa per volere del produttore Gianni Gagliardo), tenuta il 12 maggio al Castello di Barolo. Sono stati battuti 51 lotti per un totale di 120 bottiglie per lo più di vecchie annate e produttori di fama, come la Riserva Monfortino del 1990, del 1961 e del 1988. O le annate 1964 e 1967 di Bartolo Mascarello. Il lotto speciale Deditus n. 23, tutto composto da etichette del 1999 di vari produttori (fra i quali Chiarlo, Cordero di Montezemolo Gagliardo, Poderi Einaudi, Prunotto), è stato acquistato per 2000 €. I compratori? Estimatori giapponesi collegati dall’Enoteca bar Implicito di Tokyo, che si sono aggiudicati altri 25 lotti, compreso quello del produttore Franco Fiorina (la cui azienda non esiste più) formato da 3 bottiglie degli anni Settanta, aggiudicato per 500 €. Come mai questo successo del Barolo piemontese anche nel paese del Sol Levante? Secondo Shigeru Hayashi, presidente di Soloitalia: “Barolo è sinonimo di longevità. Da noi è apprezzato in virtù della serietà e competenza dei suoi produttori”. Gianni Gagliardo, promotore dell’Asta benefica e, certo, di parte, non ha paura di esporsi: “Per me, il Barolo è il miglior vino del mondo”.
Dal recentissimo passato all’immediato futuro.
Fra meno di tre settimane, sabato 1° giugno, si avrà un’altra verifica dello stato dell’arte, ovvero della qualità attuale di questo vino. A Io, Barolo 2019, nel centro storico di Roddi (a pochi km di Alba), con la degustazione itinerante organizzata dalla Strada del Barolo e grandi vini di Langa: dalle 17 alle 22.30 i produttori incontrano gli enoappassionati in una sorta di degustazione diffusa lungo le strade e le piazzette del concentrico medievale di Roddi. Si assaggeranno cru e annate differenti, fra cui la 2015, ultima in commercio e già valutata da molti nella categoria “eccellente”. A contorno, masterclass e laboratori, food & wine experience in cui si sperimenteranno gli abbinamenti più interessanti fra vini piemontesi e cibi. Dalle 15 alle 20 sarà anche possibile visitare lo splendido Castello di Roddi (XIV sec., voluto dai Falletti di Barolo) accompagnati da una guida (info e prezzi: www.castellodiroddi.it).
Le cantine presenti a Io, Barolo 2019 non saranno poche: 31. Giusto per citarne qualcuna, si va da ArnaldoRivera a Damilano, Gigi Rosso, Marchesi di Barolo, Fratelli Monchiero, Rocche Costamagna, Silvano Bolmida (info e acquisto biglietti sul sito: www.stradadelbarolo.it/8549/io-barolo-2019).
Da sinistra: Mauro Bertolli e Silvano
Bolmida alla Milano Tasting Room
E proprio Silvano Bolmida ha dato l’occasione di assaggiare i suoi Barolo (Bussia Vigna dei Fantini 2015 e Bussia Riserva 2012) a Milano, pochi giorni fa, nella nuova location Milano Tasting Room, uno spazio dedicato ai winelovers, abbinati a buoni piatti. Bussia (si pronuncia: bussìa) è un cru famoso da almeno un secolo che si trova nel comune di Monforte d’Alba, località che per tradizione dà luogo ai Barolo più ricchi di colore (di solito un rosso piuttosto scarico). È un territorio piuttosto vasto la Bussia, che “scende” da Monforte verso Castiglione Falletto e comprende due ampi sottocru chiamati Sottana e Soprana. Si racconta (ma non è un fatto storico accertato) che qui sia nato il primo Barolo creato da un misterioso colonnello (napoleonico?), da cui poi prese il nome una certa Vigna del Colonnello.
L’azienda agricola di Silvano Bolmida si trova nella parte sud-ovest della Bussia, a metà strada tra Monforte e Castiglione. Bolmida, dopo aver lavorato da giovane per 12 anni come enologo presso altri produttori, nel 2000 ha aperto la sua azienda vitivinicola, sulle orme del nonno e del padre Paolo, già viticoltori e conferitori di uve. Oggi conduce 7,4 ettari di vigneto, di cui 4 di proprietà e gli altri in affitto da suoi parenti, con piante che non di rado sfiorano i 60 anni di età. Con lui la moglie Paola. E da poco e sempre di più in futuro, i figli ventenni Alessandra e Francesco. Produce 35-40mila bottiglie per anno: 2 Barolo, un Nebbiolo Langhe, una Barbera d’Alba e, da qualche anno, anche un Langhe Sauvignon, unico bianco.
Pancake con asparagi e prosciutto
croccante per il Sauvignon
Silvano Bolmida è un personaggio ironico e colto nelle occasioni mondane quanto meticoloso e quasi pedante nel suo lavoro, preso dalle sue convinzioni da cui non deflette. Non fa agricoltura biologica, cui poco crede, ma in realtà ne applica alcuni principi; non diserba, anzi semina erbe apposite a far sì che si produca nel terreno un gas che elimina insetti e funghi nocivi; posa le bucce esauste sul terreno; ha disposto vicino ai filari alberi di frutta varie per ottenere fioriture diverse che, attraverso la piccola fauna, suscitino fermentazioni protettive nella terra. Un tappeto di erba medica e trifoglio – sostiene - dona all’uva e quindi al futuro vino un ventaglio di aromi maggiore di oltre il 100% dei normali. Al posto dello zolfo usa prodotti a base di alghe, erba medica, olii essenziali d’arancio….insomma non si finirebbe mai di ascoltarlo, per la passione che lo anima, unita alla competenza tecnica che indubbiamente dimostra. Ma incombano…vini e piatti. Sì perché alla Milano Tasting Room, un ambiente con gli stretti e lunghi tavoli tipici per le degustazioni, amano fare così: si assaggiano i vini alla presenza del produttore che ne parla e risponde alle domande più varie ma poi li si riprova, grazie alla valente chef Chiara Guenzi… sul cibo.
In concreto, nella serata del Barolo alla MTR, Bolmida è stato intervistato dall’esperto del vino Mauro Bertolli, che organizza questi incontri dal titolo Chiacchierando con il produttore (il prossimo si terrà giovedì 6 giugno alle 20,45, con gli interessantissimi vini siciliani di Palmento Costanzo; se ne è scritto qui (https://ilmoncalvini.blogspot.com/search/label/Palmento%20Costanzo%20Etna%20Rosso %20Contrada%20Santo%20Spirito) il 22/1/2019 nel post intitolato Con l’Ovum e con la lava si fanno i grandi vini. Palmento Costanzo, una storia emblematica sui versanti dell’Etna).
Primo vino presentato, il Langhe Sauvignon Doc 2017, prodotto solo da pochi anni e unico bianco in produzione. Già sorprende il racconto della parte agricola: si tratta di un innesto su ceppi di dolcetto che hanno così dato luogo a una vite profonda, produttiva in poco tempo. Il vino appare piuttosto strutturato di suo (non fa legno), titola 13 gradi alcolici e ha sapore pieno, con profumi vari in continua evoluzione nel bicchiere, fruttato con qualche sentore vegetale, ma piacevole. Persistente e generoso. Abbinamento gratificante con un Pancake salato, asparagi e prosciutto crudo croccante. (Prezzo: sui 13 € la bottiglia)
Brasato al Nebbiolo
con Barolo Bussia
È stata poi la volta del Barbera d’Alba Superiore Doc Conca del Grillo 2016 abbinato a un Maki (rotolini ripieni) di lonzino affumicato e misticanza. Subito un giudizio sul vino: molto buono, di facile beva, eppure dotato, per chi li voglia cogliere, di sentori complessi. Morbido, elegante, dalle note di sottobosco. Una meraviglia. Il vino ha sostato per un anno in barrique rigenerate, che il produttore acquista ovviamente usate, fa raschiare accuratamente ed utilizza per due anni, prima di rivenderle a sua volta. (Prezzo: circa 14 € la bottiglia).
Terzo vino, il Nebbiolo delle Langhe Doc Frales (dedicato ai figli Francesca e Alessandro, da cui l’acronimo) 2017, abbinato al Pacchero al ragù scomposto. Nasce come uvaggio di nebbiolo e barbera per poi trasformarsi negli anni in un Nebbiolo puro. Curiosamente è prodotto macerando una parte delle uve con l’anidride carbonica, poi mixate nello stesso tino con del mosto normale. Viene usato un antiossidante particolare per ridurre significativamente la solforosa. 4 mesi di legno e 4 di acciaio. Vino fresco, sapido, dai profumo ancora di mosto e di petali di rosa, ma anche di frutta rossa, con un fondo di piacevole mineralità. Perfetto l’abbinamento con i due paccheri ripieni  di ragù di maiale su un letto di salsa di pomodoro e lo sfizio di una foglia di basilico viola. (Prezzo:13/15 € la bottiglia).
E vai, infine, col Barolo. Anzi, coi “baroli”.
Barolo Docg Bussia Vigna dei Fantini 2015. Ricavato da uve nebbiolo di un vigneto di 22 anni, a 450 m s.l.m. Matura 14 mesi in barrique e altri 14 in botti di legno da 30 hl. Ricco, fine, complesso, con note
 di frutta fresca, timo, persino incenso, poi tabacco. Morbido, pieno e sapido, dolci i tannini. (Prezzo: 32-40 € la bottiglia).
Barolo Docg Bussia Riserva 2012. Vigneto di 57 anni d’età. Frutto di una lunghissima fermentazione (dal 15 ottobre 2012 al 10 febbraio 2013) e di 28 mesi sulle fecce fini senza travasi, poi della maturazione in botti di rovere da 800 lt di Slavonia (al terzo anno) e infine di un affinamento di altri due anni in bottiglia. Strutturato, elegante. Sentori balsamici, rosa e poi via via timo, tabacco e un po’ di cuoio.  Pieno, lungo, piacevolmente tannico. In una parola: sontuoso. (Prezzo: sui 50-60 € la bottiglia).
La cartina del Barolo: si produce in 11 comuni
della provincia di Cuneo
Due vini perfetti per il Brasato al Nebbiolo con polenta (macinata a pietra). Poca azzeccata invece l’idea di abbinare la Riserva con un dessert di nocciole, pur buono. 
Magnum in fundo, in mancanza di un vino dolce; anzi doppio magnum (3 litri) per un brindisi finale di gran classe con il Barolo Bussia del 2015.
Info. Azienda agricola Silvano Bolmida, loc. Bussia 30, Monforte d’Alba (Cuneo), tel. 0173.78392, cell. 348.5923636, www.silvanobolmida.it o anche: .com).
Milano Tasting Room, via Randaccio 8, Milano, tel. 02.47706746, cell. 348.2937804, www.milanotastingroom.com.

sabato 11 maggio 2019

L'Oltrepò al Giro d'Italia: per farsi riconoscere e per ripartire sulle strade del vino di gran qualità

L'auto "Armonie d'Oltrepò", che porterà il nome e il logo dei vini dell'Oltrepò pavese in Italia con la Carovana del Giro
Travagliato Oltrepò. Da “cantina” dei milanesi, che si rifornivano di damigiane per tutto l’anno, e fornitore di uve da spumante per grandi case vinicole fuori zona, a protagonista di una rinascita della qualità, trainata in tempi più recenti da piccoli produttori di vaglia e da cantine sociali come Torrevilla. In mezzo, varie crisi, come quella di La Versa (ora in recupero, dopo il suo acquisto congiunto da parte di Terre d’Oltrepò e Cavit) e del Consorzio.
Il logo Armonie
d'Oltrepò per il
Pinot nero metodo
classico Docg
Riparte ora il Consorzio vini dell’Oltrepò pavese dopo aver cambiato presidente e direttore (non senza strascichi polemici e giudiziari tuttora in corso), irrobustendosi con nuove entità e produttori quali il Club del Buttafuoco storico, Cantine Giorgi e altri. E non si racchiude in sé stesso a leccarsi le ferite, ma lancia un’offensiva mediatico-pubblicitaria con la partecipazione al 102° Giro d’Italia, come sempre organizzato dalla Gazzetta dello Sport, che parte proprio oggi da Bologna per concludere la prima tappa a Fucecchio, patria di Indro Montanelli. 
Non ci saranno percorsi in zona oltrepadana ed è un peccato, perché certi saliscendi panoramici sembrano fatti apposta per esaltare la bellezza del territorio e le sue potenzialità. Tuttavia i vini dell’Oltrepò si faranno conoscere lungo le 21 tappe sotto l’etichetta di sponsor ufficiali della Carovana del Giro. Armonie d’Oltrepò è il claim studiato per incuriosire il popolo del Giro e anche il nome della bottiglia di spumante Pinot nero metodo classico Docg 36 mesi, che verrà offerto durante le varie manifestazioni. Per esempio, assieme ad altre etichette targate Oltrepò (quali Barbera, Bonarda, Buttafuoco, Riesling), sarà protagonista di una degustazione a La Capalbiola di Capalbio (a 20’ da Orbetello), località di arrivo e partenza della terza e quarta tappa), alle ore 13, con la partecipazione di Silvia Parietti e di Gino Cervi (giornalista, autore della nuova guida Oltrepò pavese – L’Appennino di Lombardiaedita dal Touring Club, 9,90 €). Titolo della kermesse culinaria: “Quando la Toscana incontra  l’Oltrepò. In Giro!”. E infatti, dopo la degustazione tecnica, “ristoro” con pane, olio e ribollita.  
Anche il 27 maggio, giorno successivo (di riposo) alla 15a, la tappa più lunga, Ivrea-Como (237 km), con salite impegnative, ci sarà al Museo del ciclismo del Ghisallo una degustazione guidata di sei vini dell’Oltrepò. Ma in realtà ad ogni tappa la giornata è costellata di iniziative di contorno alla gara, che poco si vedono in televisione, ma che sono molto partecipate lungo tutte le località toccate dalla kermesse ciclistica e in particolare in quelle d’arrivo.  È qui che la Carovana si scatena con giochi, balli, iniziative certo sponsorizzate o anche sfacciatamente pubblicitarie, ma che coinvolgono la gente in un turbinio spensierato di divertimento e partecipazione. 
La Carovana del Giro, insomma, è un gigantesco messaggio e “luogo” di intrattenimento, promozione e vetrina, una festa itinerante che coinvolge i cittadini, anche come potenziali consumatori, certo. Vi saranno, è stato calcolato, 110 soste in comuni di mezza Italia (oltre alle kermesse all’arrivo e partenza
Vigne d'Oltrepò
di ogni tappa); 1,5 milioni di gadget distribuiti, 200mila km di esposizione del brand Consorzio Oltrepò, 10milioni di persone “contatti live” (nel 2018); e non parliamo dei contatti on line…
Lo strumento principale di marketing è l’auto “Armonie d’Oltrepò”, una Nissan Navara con le fiancate che riproducono i paesaggi collinari e vitati della zona, il claim, le classiche flûte spumeggianti di bollicine che s’intrecciano, la cartina stilizzata della zona e i vari marchietti del Consorzio, del Buttafuoco Storico, dell’Ersaf, della Regione Lombardia. Insomma, Oltrepò alla conquista d’Italia. O perlomeno di una maggior notorietà nel tentativo di farsi riconoscere anche in  tutt’altri territori, magari con una loro tradizione vinicola, come una proposta alternativa, con le sue colline, i suoi sapori (salame di Varzi su tutti), i suoi ristoranti e i suoi vini: Buttafuoco e Barbera, Pinot nero e Bonarda, OP Metodo classico e Riesling, Malvasia e Moscato
Cin cin Oltrepò e auguri, lungo la strada, mai in discesa, della qualità.

mercoledì 27 marzo 2019

Dalle bollicine alle lune, Ferrari e le Tenute Lunelli. Come uno spumantista famoso riesce a produrre anche grandi vini rossi. Dal Trentino all'Umbria

Degustazione dei vini delle Tenute Lunelli al congresso di Identità Golose. Da sx a dx in senso circolare: Chardonnay Villa Margon, Teuto e Auritea Tenuta Podernovo, Lampante Montefalco Rosso  e Carapace Sagrantino (2010 e 2015).

Salgono verso l’alto, fini e imperiose, poi sbocciano in superficie le bollicine dello spumante classico: quando il vino è ben fatto è sempre, un piccolo spettacolo da godere con gli occhi. 
È diverso per i vini fermi. Bisogna conquistarsi gli estimatori con altre atout, non c’è il fine perlage a predisporre l’animo favorevolmente. Con i rossi entrano in ballo varie componenti fra cui, forse la principale, il tannino. Si avverte, non si avverte, è ruvido, liscio, dolce, amaro, seduto, promettente?
La famiglia Lunelli, dal 1952 produttrice dello spumante Ferrari, negli anni Ottanta si accorse che le bollicine, per quanto nobili, nobilitanti e…redditizie, le andavano un po’ strette, come si dice di un abito d’antan. Non bastava rinnovarsi, inventare nuovi prodotti, affinare all’estremo quelli più “antichi”. No, occorreva lanciarsi anche nel resto del mondo del vino, quello fermo, di qualità: bianco, ma soprattutto rosso.
Alessandro Lunelli e l'enologo Luca d'Attoma
Ed ecco nascere a poco a poco le Tenute Lunelli, caratterizzate dal logo della luna colta nelle sue tre fasi principali: montante, piena e calante. Chiaro il gioco semantico, ma al di sotto, magari inconsciamente, fa capolino il sottile gioco della malinconia che spesso suscita in noi la vista dell’astro lucente. Perché la complessità (quando c’è) di un vino rosso sovente suscita sentimenti più complessi della gioia che danno le bollicine, anche le più seriose. C’è il momento analitico (che non è mai solo tecncio), magari una perplessità iniziale che si dirada dopo qualche minuto di riposo del vino nel bicchiere, poi la soddisfazione quieta, se tutto va bene. Anche esaltazione, certo: ma in questo caso è più la componente alcolica a manifestarsi, che non l’intelligenza del sentimento.
E per ora sono tre le “lune”, cioè le tenute dei Lunelli: Margon in Trentino, Podernovo in Toscana e Castelbuono in Umbria.
Una bella occasione per assaggiare e confrontare alcuni vini delle tenute si è avuta all’ultimo congresso di Identità Golose, che si è tenuto a Milano fra il 23 e il 25 marzo.
A ragionare su sei vini in degustazione, Alessandro Lunelli, quarantenne figlio di Mauro, enologo della Ferrari/Lunelli fino a non molti anni fa. Lui, il figlio, nell’organigramma di una famiglia di fratelli e cugini, padri e zii votati al vino, è responsabile appunto delle tenute vinicole. Al suo fianco, il winemaker Luca D’Attoma, consulente di tante cantine note.

S’inizia con la Tenuta Margon, che prende il nome dalla Villa cinquecentesca di Ravina, a pochi km da Trento, intorno alla quale, a un’altitudine compresa fra i 350 e i 600 metri, si estendono le vigne di Chardonnay e Pinot nero, un terroir caratterizzato da forti escursioni termiche, garanzie di aromi e profumi. Qui nascono due bianchi e un rosso: Villa Margon, Pietragrande (Chardonnay con un 20% di Sauvignon)  e il Pinot nero Maso Montalto.
Villa Margon Chardonnay Trentino Doc 2016 Primo banco di prova degli enologi della Ferrari sui vini fermi, da ormai vent’anni è una sicurezza: se si vuole trovare un bianco di struttura e armonia, qui
si va sul sicuro. Le viti crescono su terreni in grossolana (sabbia e scheletro); la vendemmia 2016 è stata favorita da un inverno mite, seguito da un periodo più variabile e una piena estate stabile di bel tempo. La maturazione del vino è avvenuta parte in acciaio e parte in botti di legno di diverse dimensioni per quasi un anno, l’affinamento in bottiglia per ulteriori 10 mesi.
È una dimostrazione di ciò che intende Alessandro Lunelli quando insiste sul suo “mantra”: ricerca dell’armonia ad ogni costo nei vini; nessuna nota squillante, un insieme eufonico, pur variegato. Colore giallo piuttosto intenso. Profumo fragrante, con note prevalenti di pompelmo, un po’ di mela. In bocca, elegante e fruttato, citrino e ancora qualche richiamo al pompelmo. Prezzo: 14 €.

Tenuta Podernovo
Dalle Alpi al cuore della Toscana, il borgo di Terricciola nelle Colline Pisane. La tenuta è su un poggio vitato a 30 km dalla costa e a una cinquantina da Bolgheri. La cantina è stata realizzata nei primi anni 2000 senza alterare la morfologia locale; accanto a essa un complesso mirabile di edifici rustici del 18° secolo, restaurati e trasformati in appartamenti per le vacanze. I terreni su cui insistono le vigne di sole uve rosse sono sabbiosi e ricchi di depositi fossili (gusci di ostriche). Dal 2012 tutti i vini sono riconosciuti biologici. Si è puntato fin dall’inizio sul vitigno Sangiovese, integrato da Cabernet e Merlot, ma poi…si è finiti nel Cabernet in purezza. E non nel Cabernet Sauvignon, ma nel Franc! Così l’Aliotto è un uvaggio di Sangiovese con Cabernet, Merlot e altre uve locali, che fa un anno di barrique. Seguono Il Teuto e l’Auritea.
Teuto Costa Toscana Igt 2015  Annata reputata eccellente il ’15, con inverno poco piovoso, mesi estivi caldi di giorno e freschi di notte. Vendemmia a ottobre di buonissima qualità. Il Teuto è composto da un 65% di Sangiovese, 30% di Merlot e 5% di Cabernet Franc (“una spruzzatina di tannini”). Uve selezionate seguendo un programma di agricoltura di precisione. La maturazione dei vini avviene in modo diverso: il Sangiovese sta in tonneaux (500 litri) e botti grandi per 18 mesi, Merlot e Cabernet in barrique. Affinamento di sei mesi in bottiglia. Colore rosso rubino, aromi di ribes, gelsi neri, poi di ciliegia. In bocca, succoso, elegantemente tannico, fine, anche leggermente speziato. Prezzo: 16 €.
Auritea Costa Toscana Igt Cabernet Franc 2015  Da sole uve Cabernet Franc del vigneto Olmo, che si trova sul lato orientale della collina di Podernovo. I terreni di medio impasto sono limoso-argillosi, ricchi di conchiglie fossili. Il vino matura 18 mesi in barrique e almeno un anno in bottiglia. Un rosso intenso nella cui fattura è entrato a piene mani l’enologo D’Attoma, che ha individuato terreno e microclima più che adatti per lo sviluppo di un Franc di cui si potessero smussare con profitto la tannicità grazie all’uso sapiente del legno. E in effetti, l’Auritea risulta di un rubino profondo già allo sguardo; al naso, intenso con sentori che spaziano tra il ribes nero e il cacao, inframmezzati dal rosmarino e seguiti da un accenno balsamico. In bocca, con qualche sorpresa, tannini sì, ma morbidi; la struttura è elegante, la sapidità ben viva. Poche migliaia di bottiglie. Prezzo: 55 €.

Tenuta Castelbuono. Dal ventilato e marino retroterra toscano al cosiddetto polmone verde d’Italia, l’Umbria. Verde sì, ma, appunto, senza mare, con un clima spesso continentale. Siamo a pochi km da Bevagna, cittadina che ha conservato quasi intatto il suo aspetto medievale, rimanendo al di fuori dello sviluppo industriale della regione. Questa specie di solitudine ne ha fatto un simbolo concreto di civitasa misura d’uomo. Basta dare uno sguardo alla piazza Silvestri, irregolare eppure maestosa, quasi sublime, per capire come l’armonia possa anche nascere da un caos apparente di stili, tempi e storie che si mescolano. In questo contesto, in un terroir caratterizzato da belle vigne su colline dall’andamento dolce, i Lunelli avevano il problema di costruire una cantina per i loro vini, che non risultasse un freddo manufatto fuori contesto. Volevano che fosse anche un’opera d’arte. Si rivolsero così al famoso artista Arnaldo Pomodoro, che ne concepì l’esterno come una cupola, a forma e sembianze del carapace delle tartarughe e che venne chiamata proprio Il Carapace. Costruita in rame e quasi mimetizzata tra il verde delle colline, è incisa da crepe che ricordano i solchi della terra. Secondo il celebre critico d’arte e artista Gillo Dorfles: “un tempio rotondo al dio Bacco”.  Qui si producono quattro vini rossi, il Montefalco Ziggurat (il nome richiama la scala elicoidale interna alla cantina, in ricordo delle torri templari a gradini della Mesopotamia), il Montefalco Riserva Lampante, il Sagrantino Carapace e il Sagrantino passito, tutti, dall'annata 2014, biologici.
Lampante Montefalco rosso Riserva Doc 2015 Da terreni limo-argillosi, che resistono bene alle frequenti siccità estive, come quella che ha  caratterizzato il luglio 2015. Tuttavia la sanità delle uve è rimasta quasi perfetta, con una qualità ritenuta ottima. Le uve che compongono la cuvée sono per il 70% Sangiovese, 15% Sagrantino e per il resto Cabernet e Merlot, selezionate nei vigneti Le Fonti e Saraceno e raccolte a mano fra settembre e ottobre. Per la fermentazione si è fatta una premacerazione a freddo (a 12°) per 20 ore, per proseguire la fermentazione con temperatura massima di 28°. Poi i vini sono stati immessi nel legno di tonneau e botti grandi per 18 mesi. Affinamento successivo in bottiglia per un anno almeno. Il colore rosso rubino tende ormai al granato; al naso, ciliegia sotto spirito e violetta, spezie e mineralità. In bocca, serico ed elegante, equilibrato, persistente. Prezzo: 17,50 €.

Carapace Montefalco Sagrantino Docg 2010 2015  L’uva più tannica d’Italia (con l’Aglianico), in purezza. Da cui un grande vino come il Sagrantino di Montefalco, che non a caso un tempo si gustava soprattutto nella versione passita, perché quella secca era quasi imbevibile. Ma poi, negli anni ’90 del secolo scorso, c’è stata la rivoluzione di Caprai e da allora i produttori capaci sono cresciuti in accortezza e abilità sia nel lavoro in campagna sia in cantina. Oggi il Sagrantino è un piccolo grande vino vanto dell’enologia italiana. Piccolo in dimensioni (neanche 2 milioni di bottiglie), ma grande in qualità. Alla Tenuta Castelbuono non potevano che intitolarlo al Carapace, la cantina-scultura ideata da Pomodoro. Raccolta manuale delle uve in ottobre da vigneti di proprietà a Bevagna e Montefalco (terreni limo-argillosi, resistenti alla siccità estiva), con selezione delle migliori viti secondo il Progetto Patriarchi, in collaborazione con l’Istituto di S. Michele all’Adige. Solo botti grandi per la maturazione del Sagrantino, che dura due anni. Poi ancora almeno un anno in bottiglia. L’annata 2010 è stata caratterizzata da una primavera piovosa, estate caldo senza pioggia e quindi maturazione lenta delle uve. Lunga vendemmia, di 45 giorni, che ha permesso una maturazione fenolica completa. Annata calda anche il 2015, soprattutto in luglio. Ma l’inverno era stato piuttosto piovoso e comunque durante lo sviluppo vegetativo c’erano state piogge regolari e non intense. Risultato: uve sane al momento della vendemmia e qualità finale ritenuta ottima.
In effetti i due vini sono relativamente simili: nel colore il 2010 presenta già un’unghia aranciate sul rosso rubino intenso, ovviamente assente nel 2015. Al naso, la mora e il mirtillo del 2015 si volgono nella più paciosa confettura degli stessi frutti nel 2010 e precedono sentori simili di rosa e di ciliegia in acquavite. Al palato il 2010 ha tannini morbidi, una bella potenza, lunghezza e persistenza; finale soave su note di erbe officinali.
Il 2015, a parte il colore che è di un bel rubino luminoso, al naso fa avvertire le stesse sensazioni, ma meno accentuate. È già abbastanza morbido e di gran carattere, elegante, ma con qualche tannino che attende di levigarsi col tempo. Prezzi: 2010, sui 26 €; 2015, sui 23 €.
L'interno del Carapace, la Cantina della Tenuta Castelbuono
Info. Tenute Lunelli, www.tenutelunelli.it. 

martedì 19 marzo 2019

Dalla Torre di Codevilla il panorama vinicolo è quasi magico: vini buoni, a volte eccellenti, a prezzi umani. Li fa Torrevilla, cooperativa leader in Oltrepò pavese


La Torre vinaria di Torrevilla, a Codevilla, vista dall'interno: 5 piani di vasche in cemento per stoccare il vino.
La torre del destino. Emblema di forza, certo, di solidità; ma anche di lealtà, di chi sa guardare  lontano, intravedere il futuro. Nomen omen, dicevano i Latini, nel nome c’è un presagio, forse un destino.
Nel 1970 la Cantina di Torrazza Coste (nata nel 1907) e la cantina di Codevilla, due cooperative dell’Oltrepò pavese occidentale, decidono di fondersi per dar vita a un polo vinicolo di rilievo. Nel 1987 le due entità assumono un’unica denominazione, quella di Torrevilla. La storia delle due cantine si fonde contemporaneamente con quella di un’altra torre, vera e propria, non metaforica: la Torre vinaria di Codevilla. È un’imponente costruzione di cinque piani in cemento armato (più un piano interrato), alta 25 metri fino alla cupola. Costruita tra il 1961 e il 1964 dall’enologo Emilio Sernagiotto di Casteggio e costata all’epoca 141 milioni di lire, era poi passata alla cooperativa vinicola. Si tratta di 5 piani di vasche di cemento, disposte in circolo l’una accanto all’altra, 16 per ogni piano. Il piano interrato e i primi due piani hanno una capacità ciascuno di 300 ettolitri, gli ultimi due, di 230 (la costruzione si rastrema verso l’alto). 
Vigne dell’Oltrepò pavese
Al di sopra, ancora un piano, senza vasche, completamente aperto sui lati, una sorta di terrazzo coperto cui si accede dopo 101 scalini, per essere premiati con una vista largamente panoramica. Da est a sud, le colline che vanno da Torrazza Coste a Retorbido, coperte dai vigneti dei soci della cantina. Al centro, la collina di Mondondone, sormontato da una chiesa del Quattrocento, un antico borgo (fondato nel 996), che fino al 1796 è stato capoluogo del feudo omonimo, cui appartenevano la stessa Torrazza Coste e Codevilla. Si tratta di un territorio particolarmente vocato per la produzione di uve Barbera, Cortese e Moscato. A sud si scorge Retorbido e la sagoma di un palazzo nobiliare settecentesco, turrito, in stile neoclassico, che sembra inglobi i resti di un ben più antico castello. A ovest, Voghera e, in lontananza, il Monte Rosa, mentre a nord-ovest si apre la Pianura Padana, in mezzo alla quale si staglia la sagoma del Duomo di Pavia.
La torre, che inizialmente e per un lungo periodo è stata utilizzata per vinificare uve rosse (soprattutto Barbera), sfruttando la forza di gravità per far scendere i vini di diversa maturazione dalla cima alla base, oggi viene usata solo per lo stoccaggio. La direzione della cooperativa sta meditando su come valorizzare al meglio il grande edificio. Luogo di degustazione? In parte lo è già, sulla terrazza basta portare qualche buona bottiglia di vino, due fette di salame (e dio sa se non ne fanno di buoni in Oltrepò, dal famoso Varzi a quello di Montemarzino – da gustare magari al ristorante Da Giuseppe, che lo produce in proprio), più la magia del panorama e l’effetto è garantito. Certo, se si volesse fare qualcosa di più, bisognerebbe attrezzare la struttura con un ascensore, una copertura di finestre, un riscaldamento per l’inverno, una cucina valida. Solo per il vino, non ci sono problemi.  
Il salame di Montemarzino
La cantina Torrevilla produce infatti circa 2,5 milioni di bottiglie ogni anno, utilizzando 600 ettari di superficie vitata e coltivata da 200 soci. Non è solo il territorio di Torrazza Coste e Codevilla ad essere coinvolto, ma anche altri comuni limitrofi, come Retorbido, Montebello della Battaglia, Borgo Priolo, Montesegale, Rocca Susella, Godiasco Salice Terme e Mornico Losana. Il numero elevato di bottiglie potrebbe far dubitare della qualità della produzione. Ma ci si sbaglierebbe. 
Infatti, per migliorare il livello, già buono, di un territorio che si estende in altitudine fra 100 e 500 metri, si è proceduto qualche anno fa a un lungo studio di classificazione dei vigneti, coordinato dal professor Leonardo Valenti dell’università di Milano, enologo consulente di Torrevilla, con la collaborazione di altri studiosi universitari e di Gabriele Picchi (direttore della cantina). L’indagine ha riguardato l’agronomia e l’enologia, la climatologia e la pedologia, nonché l’analisi chimica dei terreni e delle varie vigne in rapporto ai terreni, alla loro disposizione e così via. 
Lo studio ha permesso di individuare in maniera scientifica i terroir più adatti (“ottima vocazionalità”) per certi tipi di uve e non per altre, divise per classi varietali, dalle precoci (Pinot grigio, Pinot nero da vinificare in bianco, Chardonnay e altre per basi-spumante) alle medio-precoci (Pinot nero per vino rosso, Moscato, Riesling), dalle medie (Cortese e Uva rara), alle medio-tardive (Barbera) e alle tardive (Croatina e Cabernet Sauvignon). 
Individuati i luoghi migliori per ogni vitigno, i vertici aziendali, gli agronomi e gli enologi sono così in grado di effettuare i mix più convenienti per ogni vino, di destinare le uve verso il vino più giusto, di stimolare il reimpianto mirato di nuove vigne ove ce ne siano di poco interessanti.
La ricerca, che pure prosegue, ha già avuto un risvolto pratico, con la “costruzione” di un manuale per i viticoltori, in modo da influenzarne le scelte agronomiche nel vigneto ed averne una tracciatura completa.
Il professor Leonardo Valenti
Una riprova dei risultati di questi studi si ha partecipando ai vari tasting che periodicamente i tecnici di Torrevilla conducono in azienda, per esempio sui vini-base destinati, dopo la seconda fermentazione in bottiglia, a diventare spumanti metodo classico della Docg Oltrepò pavese.
Così, un assaggio comparato di sei vini-base Pinot nero della vendemmia 2018, effettuato nella prima settimana di marzo, avendo sottocchio i parametri dei diversi campioni (provenienti da vasche e quindi da vigne diverse), come l’alcool, lo zucchero in grammi/litro, l’acidità totale, il ph, l’acido malico presente, ha dato risultati molto interessanti. 
Nonostante siano passati pochi mesi dalla vendemmia già si può capire come indirizzare le basi di Pinot nero: due campioni sono risultati adatti per una sosta sui lieviti tra i 18 e 24 mesi, ma non superiore; altri due, ottimi per fare uno spumante rosato e gli ultimi due (di acidità più elevata) perfetti per una maturazione prolungata, anche di 60 mesi. Naturalmente, queste analisi sono basilari ma non sufficienti. Bisognerà in seguito decidere come comporre la cuvée, se si utilizza anche Chardonnay e seguire attentamente l’evoluzione. 
I risultati di tante attenzioni e cure quasi maniacali, si riversano alla fine nelle bottiglie. A Torrevilla ci sono tre linee, quella base, più economica, si chiama Torrevilla tout court. Comprende perlopiù i vari vini frizzanti, bianchi e rossi, tipici delll’Oltrepò, più due spumanti metodo Charmat, un Moscato e un Pinot. La linea Torrevilla Premium, dedicata agli “appassionati” è invece composta da soli quattro vini, ma di vaglia: un Pinot nero brut Classico Docg e tre Dop, la Bonarda Morasca frizzante (come da tradizione), il Cortese Garlà, fresco, piacevole ma anche intenso nei suoi tipici sentori di albicocca e pesca; e il Pinot nero Turchè, fermo, che fa sei mesi in vasche di cemento e altri sei in botti di rovere prima di essere imbottigliato. Vino fruttato con sentori erbacei che sfociano in uno speziato di vaniglia e, con l’invecchiamento, anche di cuoio, supportato da tannini dolci. Perfetto con carne alla griglia e in umido. 
La linea di Torrevilla La Genisia è un top di gamma che comprende quattro spumanti classici e tre
Cruasé Rosé
Charmat, come bollicine. E 15 vini tranquilli. Impossibile enumerarli tutti. Eccone alcuni, degustati, fra i migliori. I prezzi indicati sono quelli dei due punti-vendita al pubblico della cantina (Vedere Info in fondo).

La Genisia Cruasé Rosé Oltrepò pavese Docg Senza annata. Sboccatura 2018. Il marchio Cruasé appartiene al Consorzio di tutela dei vini dell’Oltrepò, fusione tra le parole cru (intesa come “selezione”) e rosé  e designa uno spumante classico rosato, da uve pinot nero per almeno l’85%. Questo Cruasé brut è invece un 100% Pinot nero, vinificato con pressatura soffice delle uve per ottenere un colore leggero. La maturazione in bottiglia dura almeno 24 mesi. Il colore rosa è tenue ma al tempo stesso brillante, il profumo delicato, il sapore intenso, armonico e di un certo corpo, di buona struttura e intensità. Da bere a tutto pasto, anche con carni bianche. Prezzo: 12 €.
Pinot nero Nature
Riserva 110

La Genisia Riserva 110 Pinot nero Nature Oltrepò pavese Docg 2013 È una riserva creata (come etichetta) in occasione dei 110 anni di nascita dell’azienda. Lo spumante si affina sui lieviti per almeno tre anni; al momento della sboccatura viene ricolmato con lo stesso vino, senza liqueur zuccherina. È perciò secco, fresco ma dotato di una sua morbidezza intrinseca; al naso si avvertono sentori di pompelmo, arancia, frutta secca, petis fours. Indicato per piatti di pesce salsati, fiori di zucca fritti, salmerino alla griglia. Prezzo: 17 €.
Riesling

La Genisia Riesling superiore Oltrepò pavese Dop 2017 Un mix di Riesling renano e Riesling italico, vinificato parzialmente con macerazione a freddo prima della fermentazione in acciaio. Sei mesi di affinamento sulle fecce nobili in vasche termocondizionate e poi imbottigliato.
Un vino interessante, piuttosto buono, ma che forse potrebbe esprimersi meglio se vinificato con Riesling Renano al 100% e lasciato a maturare più a lungo sui lieviti. Colore giallo paglierino, profumo delicatamente fruttato, sapore secco, diretto, anche persistente, piacevole. Consigliato su antipasti di salumi, primi e secondi di pesce. Prezzo: 6,10 €.
Bonarda Bio

La Genisia Bonarda BIO Oltrepò pavese Dop 2017 Vino fermo, da uve Croatina allevate con metodo biologico. Il mosto fermenta con le sue vinacce per 7-10 giorni e completa poi la fermentazione in acciaio a temperatura controllata. Quindi il vino viene centrifugato e conservato a bassa temperatura per preservarne i profumi. Dopo l’affinamento nelle vasche termocondizionate, viene imbottigliato.  Il colore è un bel rosso rubino con sfumature granata; il profumo è intenso, si avverte la violetta, l’amarena, poi frutta più matura, dall’albicocca alla prugna. In bocca fresco, ma di un certo corpo, intenso e moderatamente tannico. Vino principe per gli insaccati, in primis il salame di Varzi, si abbina molto bene alla coppa di maiale al forno e agli stracotti di carne. Anche formaggi stagionati. Prezzo: 6,40 €.
Pinot nero Noir
Riserva 110

La Genisia Riserva 110 Pinot nero Noir Oltrepò pavese Dop 2016 Dopo la vendemmia manuale in cassette, la pigiatura e lo svinamento, il vino matura nelle piccole botti di rovere da 228 litri (barrique) per almeno un anno. Il colore rubino presenta ancora alcuni riflessi violacei, mentre i profumi lasciano percepire i sentori di piccoli frutti rossi e le note speziate. In bocca si avvertono tannini dolci, morbidezza, eleganza, una chiusura appena “tostata”. Per piatti di carne in umido o alla griglia, formaggi maturi, lonza di maiale, filetto di cervo al vino rosso. Prezzo: 17 €.

INFO. Torrevilla, via Emilia 4, Torrazza Coste (Pavia), tel. 0383.77003. Qui ha sede anche la Bottega del vino di Torrazza Coste, medesimo tel. Orari: 8.30-12.30, 14.30-18.30 (dom. chiuso). Sempre in questa sede c’è anche il Museo del vino Traversa-Torrevilla con reperti e attrezzature d’epoca.
Bottega del vino di Codevilla (Pv), via Villa 2 (di fianco alla Torre), tel. 0383.373001. Orari: mar.-ven. 8.30-12.30, 15-19; sab. 8.30-12.30; dom. 9-13, 15.15-18. www.torrevilla.it.
Osteria del campanile
Dove mangiare e gustare i vini dell’Oltrepò. A Torrazza Coste, Osteria del campanile, via Cadelazzi 3, tel. 0383.77393, www.osteriadelcampanile.it. Alcuni piatti: tartare di fassona, malfatti con ragù di anitra, ravioli ripieni di Varzese, rollata di faraona e verza stufata. Prezzo medio: 30 €.
A Montemarzino, Da Giuseppe, via IV novembre 7, tel. 0131.878135, www.ristorantedagiuseppe.it. Alcuni piatti: salame di propria produzione, agnolotti con sugo di stufato, brasato alla Croatina, funghi in mille modi. Prezzo: menu degustazione (vini compresi) 50 €.