giovedì 29 ottobre 2026

La Baia del Sole e l'antica Luni. Qui la famiglia Federici sfodera Vermentini di gran pregio. Poi, il poderoso Terre d'Oriente e due bollicine classiche: terragne e marine

 


L’aria profuma di macchia mediterranea e di salsedine, ma anche di storia. Antica. Luni, (nell’estremo lembo del Levante ligure) respira la brezza marina, gode del sole mediterraneo e si rinfresca con i venticelli delle vicine Alpi Apuane. Oggi a quasi 3 km dal mare ma un tempo porto fiorente dove iniziò la storia della penetrazione romana nel territorio dei Liguri. 

Già noto centro etrusco (dal nome della dea Luna, divenuta simbolo cittadino) fu esaltata da Plinio (23-79 d.C.) come città nobile, per il ricco porto fortificato. Era divenuta colonia romana nel 177 a.C. 

Oltre ai copiosi reperti architettonici conservati nel Castello del Piagnaro  e nel Palazzo comunale di Pontremoli, al Museo archeologico di Luni, all’Abbazia di San Caprasio di Aulla nonché alle tracce lungo il bacino del Magra (statue Stele, resti romani dell’antica colonia), la Lunigiana è oggi nota per le sue coltivazioni viticole, incentrate sul Vermentino. Se le origini del vitigno sono iberiche, con successiva diffusione nella Francia continentale e quindi in Corsica, in Italia arrivò inizialmente proprio in Liguria, tra il Seicento e il Settecento, sia a Ponente sia a Levante, nelle colline lunigiane. Per estendersi quindi in Toscana e in Sardegna. 

Oggi, i vini Vermentino Doc o Docg si producono principalmente nell’isola dei Nuraghi (circa 22 milioni di bottiglie tra la Doc Sardegna e la Docg Gallura), in Toscana (Maremma e Bolgheri Doc, sui 3-4 milioni), sui Colli di Luni (Doc, 1,5-2 milioni) e in Riviera Ligure di Ponente (Doc, circa 700 mila bottiglie).

Le zone di coltivazione dei Colli di Luni arrivano fino a 700 metri slm, ma in prevalenza fra i 100 e i 200; rocce antiche, argilla ferrosa e arenaria o anche suoli calcarei e sabbiosi caratterizzano le aree collinari.

I produttori più reputati si chiamano Cantine Lunae, Lambruschi, Giacomelli e l’interessantissima Baia del Sole – Cantine Federici.

Azienda d’eccellenza riconosciuta grazie anche ai numerosi premi conquistati, come quelli per il Vermentino di punta, il Sarticola: Gran Medaglia d’0ro al Mondial des Vins Extrêmes 2026 di Chatillon; 5 Grappoli della guida Bibenda 2026, per citarne solo alcuni.

La tradizione contadina della famiglia Federici risale ai primi del Novecento, originaria proprio di Luni. Ma l’azienda vitivinicola contemporanea si consolida dal 1985 quando la terza generazione rappresentata da Giulio Federici, con la moglie Isa, valorizza un antico casolare rurale nella piana e si decide di coltivare principalmente vigneti autoctoni per produrre vini di gran qualità.  

Luca e Andrea con i genitori Giulio e Isa Federici

Oggi siamo alla quarta generazione, coi figli Andrea, che si occupa della parte agronomica e Luca, di quella enologica. Una piccola ma affiatata squadra che ha unito il rispetto della tradizione alla bioarchitettura: nel 2015 è stata infatti inaugurata la nuova cantina (1600 mq), progettata per ridurre l’impatto ambientale delle lavorazioni e armonizzarsi con il paesaggio circostante. 

Il Vermentino è re fra le 250 mila bottiglie totali prodotte ogni anno. Nomi come Sarticola, Solaris e Oro d’Isée ne sono testimonianza: in questi vini l'uva è vinificata in purezza, senza tagli seppur minimi. Oppure entra come protagonista, ma accanto ad altri vitigni storici locali (come Trebbiano Malvasia, Albarola) nel Colli di Luni Bianco Doc o, con un 15% di Albarola, nel Muri Grandi, un Liguria di Levante Igt.

Uva Vermentino
Ma vi sono anche degli ottimi vini rossi, a cominciare dal Terre d’Oriente, Colli di Luni Riserva, base uve Sangiovese, la stessa che caratterizza l’Eutichiano, medesima Doc del fratello maggiore. Ancora. Fra gli spumanti (ebbene sì, ma senza Pinot e Charonnay), meritano particolare citazione i metodo classico. VN1, per esempio, è un Rosé dagli eleganti sentori di frutti rossi, cremoso e vibrante. 

Ma ecco una versa sorpresa: una bollicina double face. Si chiama Giulio F.56 ed è prodotto in due versioni. Una normale, terricola e una...sottomarina (F.56 Underwater). Accenniamo qui di seguito alla seconda. L’uva Vermentino è pressata sofficemente e il mosto fiore viene subito raffreddato a 10-12° e lasciato decantare. Rimane per 6 mesi sulle fecce fini in botti grandi. Poi rifermenta lentamente in bottiglia, affinandosi sui lieviti per 2 anni. In seguito le bottiglie vengono calate nelle acque marine della Cala degli Inglesi di Portofino, a -52 metri, risiedendovi per circa 1 anno. Che cosa è successo durante questo bagno prolungato? La differenza di pressione, la temperatura costante con scarsa presenza di luce, secondo gli esperti degustatori hanno fatto sviluppare un perlage finissimo, ed evolvere i caratteri terziari del vino: crosta di pane, agrumi  canditi e fichi secchi, idrocarburi e pietra focaia. Uno spumante pressocché unico dalla produzione limitata e prezzo adeguato, oltre i 100 € a bottiglia.

Ma vediamo di conoscere meglio alcuni fra i principali vini della Baia del Sole.

 

Sarticola, Colli di Luni Vermentino Doc 2025

Ottenuto da un unico vigneto, il Sarticola, posto a 330 m d’altitudine fra la macchia mediterranea. Microclima soleggiante con notevole escursione termica e ventilazione costante. Vermentino in purezza. 

Colore giallo paglierino con qualche riflesso dorato. Profumi ampi: cedro, sambuco, con sentori iodati,
erbacei e minerali. In bocca, pulito, sapido ed elegante; lunga persistenza aromatica.

Abbinamenti. Antipasti: Prosciutto crudo “dolce” con focaccia ligure; Torta d’erbi; Frittelle di rossetti. Primi: Testaroli o Trenette al pesto con fagiolini; Risotto ai crostacei. Secondi: Dentice con erbe aromatiche al cartoccio; Frittura di paranza; Tacchino arrosto.

Prezzo a bottiglia: sui 26 €.  

 



Oro d’Isée, Colli di Luni Vermentino Doc 2025

Nonno Iseo (in realtà un trisavolo) raccoglieva nelle vigne i grappoli migliori, “dorati”,  per ricavarne una piccola ma eccelsa partita di vino che teneva nascosta e tirava fuori solo in particolari ricorrenze. Gli attuali proprietari hanno deciso di far rivivere l’antica usanza e ogni anno scelgono i grappoli migliori da due distinti vigneti di Vermentino. Li vinificano, facendoli macerare a freddo per 18 ore sulle bucce e ne utilizzano solo il mosto fiore, raffreddandolo a 10°. Fermentazione a temperatura controllata, sui 16° per due settimane, maturazione lenta per tre mesi sulle fecce fini e ulteriore affinamento in acciaio.

Colore giallo paglierino con nuances dorate. Note di lime, lavanda e biancospino all’olfatto; in bocca fresco, abbastanza sapido, persistente, con echi minerali.

Abbinamenti: Antipasti: tartare di branzino; bruschetta con ricotta e bottarga di tonno. Primi: Tagliolini al pesto di rucola; Linguine alle vongole (in bianco); Gnocchetti con calamaretti e pomodorini. Secondi: Muscoli alla marinara; Polpo in insalata con patate lesse; Totanetti in umido.

Prezzo a bottiglia: sui 20 €. 

 

Solaris, Colli di Luni Vermentino Doc 2025

Nome evocativo, che richiama ovviamente il latino sol-solis e concretamente rinvia alle colline che circondano la piana di Luni, dette “colline del sole” per l’eccellente esposizione dei vigneti alla nostra stella. Sono 12 le vigne da cui nasce il vino, poste fra 50 e i 300 m di altitudine: microclima, terreno e brezze marine donano note di grande personalità all’uva e quindi al vino. 

100% Vermentino, le viti di età ventennale sono impiantate su terreni ciottolosi e ricchi di scheletro: bassa produzione per ha. Pignola selezione delle uve, utilizzo del solo mosto fiore, raffreddato a 10-12°
grazie alla decantazione naturale. La fermentazione dura un paio di settimane a temperatura controllata di circa 16°. Il vino sosta poi fino a tre mesi sulle fecce fini e si affina quindi in acciaio per altri 2-3 mesi.

Colore giallo paglierino; fragrante all’olfatto, si avvertono fiori di sambuco, mela, sfumature di maggiorana e timo; in bocca, snello, fresco, di buona sapidità, appagante.

Abbinamenti: Antipasti: Insalata di mare; Carpaccio di ricciola marinata al mandarino. Primi:  Tagliolini agli scampi; Spaghetti allo scoglio. Secondi: Coda di rospo al forno; Coppa di maiale in padella al rosmarino.

Prezzo a bottiglia: sui 15 €. 

 

Giulio F.56 2022, Spumante metodo Classico Extrabrut 2022

Il nome: è un omaggio al rifondatore dell’Azienda vinicola Giulio Federici (F.) e quindi al suo anno di nascita (1956). 100% uve Vermentino, coltivate su terreni argillosi, sabbiosi e ciottolosi. Raccolta manuale in cassette da non più di 20 kg per mantenere i grappoli integri. Pressatura soffice e poi decantazione del mosto fiore, dopo averlo raffreddato a circa 12°. Prima fermentazione a 16° circa, controllata, per un paio di settimane. Sosta sulle fecce fini per 6 mesi in botti grandi, per arricchire la struttura del vino. Presa di spuma in primavera mediante il tirage (aggiunta di lieviti selezionati e poco zucchero), poi seconda fermentazione in bottiglie coricate per acquisire anidride carbonica per le

bollicine. Ogni bottiglia ha riposato perciò due anni sui lieviti prima della sboccatura e la conseguente messa in commercio.

Colore: giallo paglierino carico, luminoso, con perlage fine e persistente; al naso, fiori gialli, agrumi come pompelmo e arancia, erbe aromatiche, leggera crosta di pane. In bocca secco, con note minerali, anche sapido con leggere note salmastre; finale lungo con note di mandorla e nocciola.

Abbinamenti. Antipasti: Carpaccio di gamberi con scorze di cedro; Fritto di pesce e verdure impastellate. Primi: Risotto allo zafferano con cozze, calamari e vongole veraci; Ravioli di branzino al burro “nocciola”, pinoli e salvia. Secondi: Orata con olive, patate e pinoli; Catalana di aragosta con pomodorini.

Prezzo a bottiglia: sui 32 €.

 

Terre d’Oriente, Colli di Luni Rosso Riserva Doc 2018

Terre d’Oriente è un nome dalla duplice valenza: da un lato è dedicato a Oriè, un personaggio legato alle radici contadine della famiglia Federici; dall’altro è evocativo della posizione geografica dei Colli di Luni, della sua vocazione vitivinicola anche come punto d’incontro tra Toscana e Liguria.

I vitigni, coltivati a 50 m d’altitudine nelle zone di Luni e Castelnuovo Magra, sono il Sangiovese (70%), il Merlot (20%) e il Canaiolo (10%), su terreni argillosi e ricchi di scheletro (ghiaia, sassi, frammenti di roccia). Raccolta settembrina manuale con selezione delle uve; fermentazione e macerazione a temperatura controllata per due o tre settimane; poi maturazione in barrique per circa 17

mesi e ulteriore affinamento in bottiglia per due anni, prima della messa in commercio.

Il colore è un bel rosso rubino con riflessi granato. All’olfatto si avvertono erbe officinali, viola appassita, ciliegie e amarene, pepe. In bocca, morbido, fresco, avvolgente; tannini levigati, e soffi balsamici.

Abbinamenti.  Antipasti:  Crostini con pâté di fegatini; Mondeghili; Tagliere di salumi stagionati. Primi: Pappardelle al sugo di lepre; Ravioli di stoccafisso al sugo; Lasagne al forno; Secondi: Pollo al curry; Coniglio alla cacciatora; Falsomagro (arrosto di vitellone alla siciliana con vari ripieni).

Prezzo a bottiglia: 27-30 €. 

 


Info. La Baia del Sole, Cantine e Az. Agr. Federici, via Forlino 3, Luni (La Spezia), tel. 0187.661821, www.cantinefederici.com

 

lunedì 22 giugno 2026

Bianco o rosato? Rosso o aranciato? Ecco I magnifici 7 per l’estate, dalle Alpi all'Etna, dal Piemonte all'Alsazia

 

Vigne al tramonto.

Bianco, rosato, rosso: sono questi i colori classici del vino, con tutte le sfumature possibili. La più originale delle quali è probabilmente l’arancio. Con un’apparente stranezza. Anzi due. Che gli Orange Wines in realtà derivano da uve bianche. E che, a volte, sono più “bianchi” che...orange.

Ecco dunque alcune proposte per l’estate, ma anche per ben oltre. Qualcuno potrebbe stupirsi che vi siano inclusi anche un paio di rossi. Si tratta però di vini particolari e comunque, parlando in generale, i rossi non eccessivamente tannici sopportano bene una temperatura di servizio più bassa dei canonici 18°, anzi sono spesso più apprezzabili se bevuti freschi.

 

Un bianco...aranciato (ma non nel colore!)

Lidris Zal, radice gialla in friulano, si riferisce, ma solo simbolicamente, al rafano, la radice piccante tipica del Nord-Est. Infatti il vino non ne ha i sentori, mentre invece rimanda a toni fruttati, agrumati in particolare. È un bianco non flirtato, dunque leggermente velato nel suo bel colore dorato con riflessi ambrati (se fossero più accentuati si parlerebbe quindi di un orange). 

Il vino è fatto con la stessa tecnica di un aranciato, ma tenendo per così dire il piede sul freno. Le uve Friulano (50%), Ribolla gialla (30%) e Malvasia (20%) vengono vinificate lentamente con una macerazione delle bucce di una quarantina di giorni, a 14° e fermentazione spontanea grazie all’uso di lieviti indigeni. Poi viene imbottigliato per un affinamento di circa 6 mesi nel vetro. Niente botti o anfore dunque, perché Lidris Zal è stato pensato “come un macerato di primo approccio”, di facile comprensione e versatile nell’abbinamento. Lo producono i fratelli Cecchetto nella loro azienda Aganis, dei Colli orientali del Friuli.

Lidris Zal, Bianco non filtrato, Venezia Giulia Igt  2024, Aganis. Prezzo: 19 € (in enoteca)

All’occhio, giallo dorato con decisi riflessi ambrati; al naso, frutta matura, anche disidratata, come mango, albicocca, arancia, erbe officinali, spezie dolci. In bocca, sapido, profondo, con sentori tannici vellutati, finale lungo e “minerale”.

Abbinamenti. Spaghetti coi lupini, acciughe sott’olio e bottarga; Risotto alla pescatora; Bouillabaisse. Fra i secondi: Fritto misto di pesce; Baccalà mantecato; formaggi erborinati; piatti asiatici, come Pollo Kung Pao e Ramen speziato.

Info. Aganis, via Cocul 2, Treppo Grande (Udine), tel. 0422.855885, www.aganis.wine 

 

Bollicine in rosa

L’Incrocio Manzoni Rosa 1.50 è un vitigno raro ottenuto dall’unione fra Trebbiano romagnolo e Traminer aromatico (1,50 segnala la parcella agricola o la posizione progressiva registrata a suo tempo in un apposito quaderno). Luigi Manzoni è stato uno storico genetista della Scuola enologica di Conegliano Veneto; creò questo, come altri incroci viticoli, negli anni Venti del Novecento. 

Le bucce delle uve sono proprio rosate e da esse il vino prende il colore dopo una macerazione di circa otto ore. I vigneti sono coltivati secondo l’altrettanto raro sistema di coltivazione detto a Bellussera, con alti pali di sostegno a raggera, collegati da fili di ferro con quattro viti per ognuno, che si espandono verso l’alto. Storicamente, era stato adottato per coltivare nell’ampio spazio al di sotto foraggio e ortaggi. La Bellussera da una decina anni è stato riportato in auge per alcuni vini prodotti dall’azienda trevigiana Ca’ di Rajo. 

Dopo la macerazione e la trasformazione in vino fermo si procede alla presa di spuma in autoclave per circa due mesi. Ne risulta uno spumante con un residuo zuccherino di 11 ÷ 14 grammi/litro e una

gradazione alcolica moderata, di 11°.

Manzoni Rosa Spumante Extra Dry, Ca’ di Rajo. Prezzo: 9,50 €.

Rosa tenue, ma brillante alla vista; all’olfatto delicato, aromatico con sentori di lampone, agrumi, rosa appassita e frutta matura; al palato, fresco, morbido con un accenno abboccato all’inizio, che si fa sapido sul finale, con il sorso più asciutto e un ritorno delle sensazioni agrumate.

Abbinamenti. Eccellente vino da aperitivo con stuzzichini, accompagna degnamente antipasti come gli involtini di melanzane con olive, mozzarella, basilico e salsa di pomodoro; o una tartare di avocado e barbabietole; o, ancora, un piatto di salumi di sapore “delicato”, come la Mortadella Bologna, il Prosciutto cotto o la Culatta. Fra i primi o piatti unici: Pizza farcita con formaggi freschi; Trofie con zucchine e gamberi; Linguine alle cozze e fiori di zucchina. Fra i secondi: Pesce spada con olive, capperi, passata di pomodoro leggera e origano; Orata al cartoccio; Insalata di polpo.

Info. Ca’ di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885, cadirajo.it 

 


Salmone brillante è la tonalità del Crémant d’Alsace Rosé del Domaine Reyser. Da uve 100% Pinot noir, coltivate biologicamente ed elaborato secondo il metodo champenois. E maturato sui lieviti per ben tre anni (i Crémant francesi possono sostare in bottiglia per la presa di spuma anche solo 9 mesi). La maison è stata fondata nel 1963 da Hubert e dal 2007 è guidata dal figlio Lionel - studi in biologia e ambiente. Quindici ettari di terreno sono coltivati in agricoltura biologica, un decimo dei quali sono situati sul Grand cru Steinklotz di Marlenheim. Un’azienda vitivinicola strettamente familiare e di gran qualità.

Crémant d’Alsace Aoc brut rosé, Domaine Hubert Reyser. Prezzo: 18-20 €.

Rosa salmone, con perlage fine; al naso, netti sentori di melograno e fragoline di bosco e, più tenui, di lime. In bocca, secco, croccante, fresco, sapido con un finale leggermente ma piacevolmente amarognolo. 

Abbinamenti. Buon aperitivo; particolarmente adatto ad antipasti di crudité marine, piatti di pesce non troppo salsati, crostacei crudi e cotti: fra gli altri, Blini con uova di salmone; Penne alla crema di scampi; Risotto alle cozze e gamberi. 

Info. Domaine Hubert Reyser, 26 rue de la Chapelle, Nordheim, Francia, tel. 0033 (0)695104622, www.domainereyser.com (distribuito in Italia da Ca’ di Rajo).

 


“Profondità espressiva e freschezza alpina”: ecco una sintesi azzeccata per il Lagrein Rosé dell’altoatesina cantina Hofstätter. I terreni viticoli della zona di Termeno (dove ha i suoi vitigni la tenuta) sono argillosi, ma anche ghiaiosi e sabbiosi ed è qui che vengono coltivare le uve Lagrein che, nel caso specifico, e in certe annate vengono mixate con piccole percentuali di Merlot. Dopo la vendemmia gli acini sono lasciati macerare a freddo sulle loro bucce per una giornata, onde estrarne le sostanze coloranti: daranno al vino il suo caratteristico colore rosato. 

La fermentazione e maturazione successive hanno luogo in tini d’acciaio inox per circa cinque mesi; segue un breve affinamento del vino in bottiglia.

Lagrein Rosé Alto Adige Doc 2025, J. Hofstätter. Prezzo: 12,50 €.                   

Rosa intenso brillante tendente al lampone; al naso, sentori di ciliegia, frutti di bosco, di fiori ed erbe montane. Al palato, fresco e vibrante, bilanciato da sensazioni vellutate; di succosa persistenza.

Abbinamenti. Tartare di gamberi; Carpaccio di salmone, fra gli antipasti. Primi piatti: Risotto ai gamberi rossi e lamponi; Penne ai fiori di zucca e pepe rosa. Secondi: Trota salmonata al cartoccio; Coniglio in umido; Pollo tandoori; Scaloppine al vino rosato; Galletto al forno.

Info. J. Hofstätter, piazza del Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.850161, www.hofstatter.com

 

Mille anime sul versante orientale dell’Etna: il paese di Milo si trova sospeso a 750 metri fra il mare e il vulcano. Microclima ideale per la coltivazione delle viti, che allignano in terreni costituiti da un mix di materiale organico e di ceneri laviche: gli sbalzi termici fra giorno e notte possono spingersi fino a 20°, favorendo lo sviluppo di sapori e profumi nelle uve.

Cantine Iuppa coltiva le sue viti su sette ettari, con metodo biologico, dando la prevalenza a quelle di tradizione, come Carricante, Catarratto e i due Nerello, Cappuccio e Mascalese. Da quest’ultimo, in contrada Salice, nasce il rosato Ata. Subito dopo la vendemmia settembrina del Mascalese in purezza i grappoli interi vengono passati alla pressa soffice; il mosto si separa per decantazione statica a freddo e la fermentazione, dopo la separazione delle bucce che hanno conferito il colore tipico, ha luogo in tini d’acciaio alla temperatura controllata di circa 15°. Il vino matura lentamente, sempre in acciaio e si affina poi nel vetro. 

Ata, Etna rosato Doc 2024, Cantine Iuppa. Prezzo: 23,50 €.

Il colore è un bel rosa tenue – buccia d cipolla, che ricorda quello di molti provenzali. I profumi sono floreali (petali di rosa su tutti) uniti ai fruttati: lamponi, fragoline, ciliegie, con qualche sentore minerale. In bocca: fresco, elegante e sapido, anche agrumato e minerale.

Abbinamenti. Carpaccio di ricciola; ostriche e crudité marine; caponatina di melanzane fra gli antipasti. Primi: Busiate al pesto trapanese; Spaghetti cozze e vongole con pomodoro. Secondi: Cous cous di pesce; Gamberi alla griglia; Coniglio alle erbe.

Info. Cantine Iuppa, via Salice 27, Milo (Catania), tel. 095.7210583, cantineiuppa.it


 

Rossi in una sera d’estate

Troppi segreti per il gusto di chi scrive. Ma il vino, ciononostante, è gustoso. E allora? 

Vediamo. L’hanno chiamato Rosso Mosso Helena e Alois Clemens, figli di Alois Lageder dell’omonima cantina altoatesina, vocata da sempre all’agricoltura biologica-biodinamica. 

Bollicine fini e continue e accenni di tannini. Ma di quali vini è composta la cuvée? Di quali annate? Non si sa. Segreti di stato; pardon, di famiglia. E di cantina. Vitigni a bacca rossa, questo è certo, probabilmente con la presenza di Lagrein e/o Schiava, conferite da viticoltori di fiducia di bassa e media collina, per quello che viene definito in maniera sbarazzina come un “mix selvaggio”.

Si tratta comunque di un rosso brut spumantizzato con il metodo Charmat (o Martinotti che dir si voglia), pensato come un vino da bere ben fresco, da aperitivo e poi magari lungo un pasto di non eccessivo impegno. L’etichetta della bottiglia, accattivante, ha al centro una medusa fluttuante circondata da altre fantasiose figure marine, opera dell’artista finlandese Klaus Haapaniemi. 

Da assaporare a 8-10°.                                                                                                     

Rosso Mosso, Vino Spumante rosso Extra Dry, Alois Lageder. Prezzo: sui 15 €.

Alla vista, perlage fine, con fontanella non molto persistente; colore rubino scarico ma brillante. Al naso, bel bouquet fruttato da cui emergono appunti frutti di bosco, con un accenno vegetale, di rabarbaro. In bocca, sapido, succoso, molto equilibrato nella sua fresca vivacità: veramente piacevole.

Abbinamenti. Pensato come un vino da...apericena, dunque con focacce, pizzette e così via, si accompagna bene anche a salumi tirolesi, come lo Speck, o friulani, come i prosciutti di San Daniele e di Cormons (leggermente affumicato). Poi, verdure e carne alla griglia e piatti asiatici come gli Yakitori (spiedini giapponesi di pollo alla brace) e i Gyoza, anch’essi tipici del Sol Levante (ravioli ripieni di carne e verdure aromatizzate, cotti prima in padella e poi al vapore e serviti con una salsa orientale in cui intingerli).

Info. Tenuta Alois Lageder, Magré sulla Strada del Vino (Bolzano), tel. 0471.809500, aloislageder.eu (per la degustazione e acquisto, se in loco, ci si può rivolgere alla Vineria Paradeis, via Casòn Hirschprunn 1, Magrè, tel. 0471.809580).

 

Dosio, vigneti di alta collina a La Morra, nelle Langhe, produce quattro Baroli, un Barbaresco e poi Nebbiolo, Barbera Superiore, Dolcetto, per nominare solo alcuni rossi (ma sono da provare anche i bianchi Langhe Riesling  e Roero Arneis. Ne parliamo più approfonditamente? 

E invece no. Siamo in estate, quindi ci concentriamo su un rosso più comune, quello piemontese per antonomasia: la Barbera. Non la Superiore, ma una nuova, apparentemente più basic. Concepita per dare il meglio di sé con le calure, essendo gustabile anche a 14°, o addirittura a 12°.

Le sue uve sono coltivate sulla storica collina di Serradenari, 500 metri s.l.m.: significa acidità naturale, freschezza e dinamicità che si trasmettono nel vino ottenuto con fermentazione e maturazione in tini d’acciaio, senza ombra di legno, per meglio valorizzare le potenzialità del frutto. Accanto alla cantina e ai vigneti c’è un relais, sempre di proprietà, l’Antica Dimora Dosio, per sostare  e godere  del panorama langarolo e della sua atmosfera un po’ rarefatta. E da essa prende il nome, appunto:

La Dimora, Barbera d’Alba Doc 2025, Dosio. Prezzo: sui 15 € (in enoteca).  

Alla vista, bel colore rosso rubino con riflessi violetti. All’olfatto, marasca, ciliegia, lampone e altri piccoli frutti di bosco. In bocca, secco, fresco, anche corposo, ma ben bilanciato dall’acidità naturale: scorrevole e gustoso, in due parole.

Abbinamenti. Antipasti: Vitel tonné; Salame cotto; Pancetta arrotolata; Lardo di Colonnata. Ravioli del plin con burro e salvia, risotto con le spugnole o i porcini fra i primi. Fra i secondi: Arrosto di vitello; Tagliata di manzo; poi formaggi di media stagionatura come Raschera e Fontina valdostana. Anche con una saporita pizza: alla diavola per esempio, o con salsiccia e friarielli, o con Mortadella al pistacchio e burrata.

Info. Dosio Vigneti, regione Serradenari 6, La Morra (Cuneo), tel. 0173.50677, dosiovigneti.com 





 


mercoledì 10 giugno 2026

Nesos o Hermia? Vini speciali fatti all'Isola d'Elba, con vasi vinari e tecniche antiche. Ma Arrighi di Porto Azzurro fa anche vini "normali". E pure buoni...Fino al 16 a Milano

 

Il produttore Arrighi nella sua cantina di Porto Azzurro, tra botti e anfore in terracotta di Impruneta.


Antonio Arrighi, chi era costui? Un signore che per alcuni decenni si è occupato dei due alberghi di famiglia all’isola d’Elba. Poi, fulminato sulla via di Damasco, o meglio sul viale Europa di Porto Azzurro, ha iniziato a interessarsi di vino, ha piantato vigneti su un piccolo terreno di famiglia (che poi è divenuto parte del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano), ha costruito una cantina e negli ultimi anni è diventato il più noto produttore dell’Elba, con yachtmen che approdano a Porto Azzurro (il comune sul mare dove ha le sue proprietà) e ordinano all’enoteca locale due cartoni di bottiglie pagandole prezzi mai visti sull’isola, con richieste dall’estero che si fanno pressanti e acquirenti che spesso non badano ai prezzi. 

Come mai? La cantina Arrighi sitrova in collina con gran vista mare, circondata da otto ettari di vigneti (foto qui sotto) che insistono su terrazzamenti posti a varie altitudini, fra i 50 e i 400 m. Vi si producono non più di 45mila bottiglie l’anno: ma le etichette che le hanno dato fama nazionale e internazionale sono due. Nesos, innanzitutto, un bianco da uve Ansonica che vengono immerse in mare, racchiuse in nasse, per

qualche giorno, poi appassite e vinificate in anfora, utilizzando le tecniche antiche dei produttori dell’isola greca di Chio. Poche decine di bottiglie l’anno la produzione, e prezzi che partono da 200 € la bottiglia. Ed Hermia, uve Viognier, fermentato e affinato nelle anfore di terracotta, che hanno reso il produttore un protagonista della cosiddetta archeoenologia. Tremila bottiglie e prezzo più umano: 19-40 € l’una, a seconda del punto vendita.

Peccato quindi che nel corso di una prova d'assaggio svoltasi alla presenza del produttore in due locali milanesi, non si siano potuti provare i suddetti vini, certo di nicchia, ma che hanno dato ad Arrighi una notorietà non immensa, ma sicuramente nazionale e internazionale. E per una piccola isola, non è poco.

I vini assaggiati, meritevoli di un consumo friendly ma non banale, sono stati tre, gli stessi che fino a martedì 16 giugno si possono ordinare a bicchiere seconda la formula della degustazione itinerante, da Sapori Solari (via Stoppani 11) e Polpetta DOC (via Eustachi 8). Nel primo si acquista il Ticket Degustazione pagando 15 € e avendo diritto a un calice di Elba Vermentino Doc Arembapampane e a un altro calice di Toscana Rosato Igt Isola in Rosa; si trasmigra poi da Polpetta DOC ove, mostrando il Ticket, si ha diritto ad altri due calici di Elba Rosso Doc Centopercento.

     


Arembapampane, è il nome originale che Antonio Arrighi è voluto dare al suo Vermentino (vitigno chiamato localmente Riminese): un’espressione tratta dal gergo marinaresco, anzi piratesco (arrembaggio), associata ai pampini, cioè alle foglie delle viti che in autunno si seccano, cadono e l’azione del vento le accumula sui bordi interni dei terrazzamenti. 100% Vermentino, l’uva si vendemmia generalmente la prima settimana di settembre, manualmente; il mosto poi fermenta e matura
circa 6 mesi in tini d’acciaio. Colore giallo paglierino brillante; naso ampio, fragrante, con note floreali di gelsomino, limone, erbe della macchia mediterranea e un accenno iodato. In bocca fresco, abbastanza sapido, con richiami minerali; anche persistente nelle note agrumate. Da abbinare a Crudité: ostriche, tartare di ricciola. Fra i primi: Risotto ai frutti di mare, Trenette al pesto; secondi: Insalata di polpo, Calamari alla griglia, Petto di pollo alle erbe. 

Prezzo a bottiglia: circa 11 €. 6.000 bottiglie.


Isola in Rosa. È un Toscana Igt, che non viene prodotto tutti gli anni. Il 2025 contempla il 100% di uve Syrah in purezza. Vendemmiato la prima settimana di settembre, viene poi vinificato in acciaio con breve contatto con le bucce per estrarne il bel colore cerasuolo. Al naso, note floreali e fruttate di piccoli frutti rossi, come lamponi, ribes, fragoline; e ciliegie. Si avvertono anche leggeri sentori speziati (pepe rosa). In bocca, fresco, saporito, di corpo leggero: ritornano i sentori fruttati.

Da abbinare al tipico Gurguglione elbano, sorta di ratatouille di varie verdure estive stufate in padella; alla Sburrita di baccalà (zuppa di merluzzo salato, bollito in acqua, aglio, nepitella e peperoncino), servita con fette di pane toscano grigliato. Bene anche su Cacciucco livornese, Fritto di acciughe e friggitelli, Pollo al curry, Coniglio alle erbe mediterranee. 

Prezzo a bottiglia: 10 € circa. 7.000 bottiglie.


Centopercento, Elba Rosso Doc 2024. Un nome una percentuale: si riferisce alla quantità di Sangioveto (o Sangiovese) con le cui uve è fatto il vino. Si vendemmia la seconda settimana di settembre; fermentazione a contatto con le bucce per corca una settimana, vinificazione e successiva maturazione in tini d’acciaio, con un ulteriore affinamento in bottiglia. Colore: rubino vivace; al naso: frutti rossi, su tutti la ciliegia e sentori di macchia mediterranea. In bocca, pimpante e rotondo, di buona struttura, in perfetto equilibrio tra freschezza e tannini; ritornano i sentori fruttati e si manifesta una sapidità pelagica.

Matrimoni d’amore con: Prosciutto toscano e Finocchiona; Pappardelle al ragù o al sugo di beccaccia o di capriolo; Ribollita; fra i secondi: Coniglio alla cacciatora, Braciole di maiale alla brace, Grigliata di carne mista. Pecorino di Pienza semistagionato.

Prezzo: circa 9 € la bottiglia. 16.000 bottiglie.

 

Info. Arrighi, Viticoltori all’Isola d’Elba, viale Europa, loc. Pian del Monte, Porto Azzurro (Livorno), tel. 0565.95604; 335.6641793, www.arrighivigneolivi.it .

giovedì 28 maggio 2026

Ritorno al futuro: al Dry Martini di Barcellona 40 anni dopo. Uno dei migliori e più rinomati bar del mondo, che include in magazzino anche un ristorante...segreto.

 

Da sinistra, Javier de las Muelas, patron del Dry Martini, Terry e...suo marito

Nel 1988 Barcellona già aspettava. Aspettava il 1992, che era visto in Catalogna “non tanto come l’anno dell’apertura definitiva delle frontiere europee, ma come il fatidico appuntamento delle Olimpiadi” (autocitazione – e me ne scuso - dal pezzo “La notte infinita di Barcellona”, pubblicato sul numero di gennaio 1989 del mensile A tavola). 

L’articolo (foto a sinistra) parlava dei bar di Barcellona e segnatamente del Dry Martini. 38 anni dopo, varcarne per la seconda volta la soglia, risveglia ricordi e dà qualche brivido d’emozione. Il locale sembra lo stesso: divani e poltroncine in pelle verde o rossa, il lungo bancone di lucido legno massiccio, con gli sgabelli e la barra in ottone, lo specchio centrale subito dietro l’anziano registratore di cassa, con l’evidenza della scritta che riporta la “Original recipe Dry Martini: 1/2 London Dry Gin  1/2 French Vermouth 1 dash Orange Bitters   Squeeze lemon rind. Add a green olive”. 

Una formula ritenuta appunto quella “originale”: da notare, che era utilizzato il French, cioè un vermouth bianco e secco (mentre quello rosso e dolce era chiamato nel mondo Italian); che si aromatizzava con uno spruzzo di Orange bitter, oramai abbastanza in disuso; e che non era ancora arrivata la moda dei Martini secchissimi, con pochissimo Vermouth dry o addirittura nulla, secondo “ricette” fantasiose, come quella del Montgomery hemingwayano (1 parte di Vermouth secco, 15 parti di Gin). Per non dire dell’altra, che consiste nel far compiere alla bottiglia del Vermouth un giro intorno alla coppetta da cocktail già colma del gelido distillato e poi subito accantonarla senza versarne nemmeno una goccia.

Ma come lo fanno oggi al Dry Martini il Dry Martini cocktail? In tutti i modi. Si può ordinare il Dirty e il Breakfast, il Gibson e il Martínez, il Mercatini e il Vesper. Ma il loro Martini perfetto (foto a destra) è fatto così: nel fondo di una  coppetta gelata il barman deposita un'oliva verde sivigliana. Poi nel mixing glass  freddissimo su cubetti di ghiaccio versa una coppetta di Gin Bombay Sapphire e 2-3 spruzzi di Vermouth secco  (Martini Extra Dry o Noilly Prat). Mescola per 15 secondi; poi mescola più velocemente ancora per 2 secondi. Cola nella coppetta con l'oliva e profuma in superficie con uno sprizzo di buccia di limone.

Ma torniamo al tempio del Martini barcellonese, inteso come locale. Non è il più antico della città, dove quello più famoso in quanto ad età e conseguente gloria è il Boadas, aperto nel 1933 e tuttora in attività: dunque ultranovantenne.

Il Dry Martini invece ha “solo” 48 anni. Lo aprì nel 1978 Pedro Carbonell, barman di grande esperienza, anche pianista, sposato con la cantante d’opera Josefina Canales. Era basato sulla mescita del famoso cocktail, in differenti versioni: a vista quasi solo bottiglie di gin e di Vermouth secco. Una delle idee luminose che ebbe Pere (il nome di Pedro in catalano), fu quella di iniziare a numerare tutti i cocktail Martini preparati per i clienti. La faccenda è stata portata poi al suo culmine con l’attuale proprietario Javier de las Muelas che istituì un “ContaMartini luminoso”, che attualmente ha raggiunto e ormai superato il numero di 1.166.000 di cocktail serviti e certificati. 

Così ogni volta che un cliente ordina l’iconico drink riceve l’apposito attestato numerato.

Javier de las Muelas, altro gran personaggio, di una generazione successiva a quella di Carbonell, gli subentrò nel 1996. È una storia che va raccontata. De las Muelas, mentre Don Pere Carbonell sognava di creare un suo bar, riuscendo poi a realizzarlo, era uno studente della facoltà di Medicina, ma per suo interesse personale frequentava anche Architettura e nello stesso tempo il mondo underground “molto warholiano” della città. Vendeva fumetti, lavorava come promotore di concerti di musica rock e conduceva una piccola impresa di cartellonistica. E s’innamorava...dei bar. 

Siamo sul finire degli anni Settanta/primi Ottanta del Novecento. A Barcellona i bar si contavano a migliaia, non vi erano grandi catene, paninoteche e così via, e questi locali erano luoghi d’incontro anche giovanile. 

Il giovane Javier beve i suoi primi cocktail e impara a farli a...vista, da Boadas, il più antico e famoso. Così, due anni dopo l’apertura del Dry Martini, che subito frequenta e ammira molto,  decide di aprire con alcuni giovani colleghi un bar tutto suo: il Gimlet. Era il 31 dicembre del 1979. Il locale prese il nome di un noto cocktail, che affonda le sue origini nella marineria britannica del 19° secolo, quando sulle navi, per combattere lo scorbuto, iniziò a essere distribuito lime in dosi massicce, e il cui succo i marinai ingerivano più volentieri mescolandolo alla dose di Gin quotidiana. Il Gimlet era un locale piccolo, tanto che i cocktail venivano preparati con le spalle ai clienti, solo grazie a una rientranza del banco fra due colonne. Gli strumenti (shaker, mixer) erano di seconda mano, spesso non si aprivano dopo la shakeratura e bisognava metterli sotto l’acqua oppure dare un colpo molto forte e secco, che si sentiva in tutto il locale...Perciò, in questi casi, la musica, veniva alzata di volume per attenuare il rumore.

In quegli anni Javier de las Muelas frequentava spesso i suoi due bar favoriti, anche per carpire loro il savoir faire della noble art of mixing glass: Boadas e Dry Martini, considerando quest’ultimo “il Vaticano dei bar”. 

Comunque nel tempo il Gimlet si assestò, andando incontro a un crescente successo anche giovanile, in particolare da quando, a un paio d’anni dall’apertura, trasmigrò in un locale più adeguato, i cui interni ben studiati s’ispirarono al motto coniato dal grande architetto Mies van der Rohe: “Meno è meglio”. Legno, pietra naturale, ottone, pareti stuccate...E cocktail ben fatti, studiati, sia della tradizione che innovativi.

Con il Gimlet, non molto tempo dopo, vennero altri locali, come il Nick Havanna, Casa Fernandez e il recupero della ”mitica” birreria Montesquiu, poi tasformata in bar de tapas e ristorante. 

E fu la volta del Dry Martini. Javier si trovò a condividere il primo Martini cocktail con Maria Lourdes Escuer, la sua futura sposa, a quel bancone. Qualche tempo dopo, e non prima di essersi fatto forza con  un paio di Martini, si azzardò a proporre al patron Pedro Carbonell che, semmai un giorno avesse voluto cedere il locale, lui era pronto, prontissimo a rilevarlo e a mantenerne intatti la struttura e la...gloria. Non disse né sì né no Carbonell, ma fu colpito favorevolmente da quella intraprendenza giovanile.  E un paio d’anni dopo fu lui stesso a riproporre il passaggio di mano a Javier. “O lo prendi tu”, gli disse in sostanza, “o altrimenti lo svuoto e vendo i locali a una banca”. Non aspettava altro de las Muelas. In poche settimane l’affare fu concluso. 

Un Frappé, base cocktail
Martini: il Madras contempla 5 
peperoncini indiani...
L’intima parola d’ordine del nuovo patron fu: “rinnovamento nella continuità”. In concreto voleva dire aprire il locale – luogo di ritrovo fino ad allora soprattutto di uomini, spesso attempati - alle signore e ai giovani, iniziando dalle piccole cose: come tenere sempre discoste le spesse tende che impedivano fino ad allora la vista dell’interno anche a porta aperta. A tutti, insomma e tendenzialmente anche a giovani tatuati, con piercing e capigliature stravaganti. E la colonna sonora passò dal jazz alla musica elettronica. 

Dapprincipio il nuovo patron trovò una sorda opposizione da parte dei dipendenti e soprattutto di molti vecchi e affezionati clienti, che temevano una trasformazione radicale. Ma dopo un po’, rassicurati sul fatto che il cambiamento non fosse di sostanza (mentre in parte lo era!)  tornarono a bere i loro Martini, mentre si avvicinavano finalmente anche giovani e ragazze, che chiedevano però anche altri drink, più attuali...

La creazione di nuovi drink o l’acquisizione in carta di nuovi cocktail internazionali, non fu che un passo avanti. Ma fu solo dopo l’apertura dello Spekeasy (ristorante “clandestino”, su cui torneremo più avanti), che la “materia” del bere fu presa di petto. In sostanza come scrive nel suo fondamentale e bellissimo libro, riccamente illustrato, The Bar - Homenaje al Dry Martini, de las Muelas, “Partendo dalla meravigliosa cockteleria classica riunii un gruppo entusiasta formato da barman, cuochi e pasticcieri per tradurre in pratica concetti mai esplorati nel mondo della cockteleria”. Nascono così i Frappés: base il cocktail Martini, ma aromatizzati, come ad esempio il Madras, con 5 peperoncini delle Indie; il Wasabi, con l’ormai nota crema verde, pungente e balsamica; il Ximz, con un tocco del famoso Sherry dolce e invecchiato Pedro Ximénez. I drink così preparati vengono messi in apposite bottiglie e congelati a -25°. Il cocktail verrà poi versato in coppe semplicemente agitando la bottiglia per il tempo necessario a ridurlo quasi alla consistenza di una granita.

Poi, i vari Dry&Tonics. E gli Spoon Martini, dolci e da ”bere” con il cucchiaio (!), in tre tipi:  gelatine, brulé e meringhe. Per non dire dei Fresh Fruit Martini, cocktail freschi, dolci, di gradazione alcolica moderata, che incorporano frutta frullata o centrifugata, come ananas, fragole, cocco, mango. E gli Excentrics, scenografici come bicchieri e presentazione, originali come sapore. Bastino per incuriosire i nomi: Carnyvore, Wild Wild Breakfast, Mermaid Song, The Pipe (quest'ultimo contempla Hibiki Harmony - whisky giapponese -, Martini Rubino Riserva speciale, Assenzio Pernod, Scotch Laphroaig 10 y, Liquore di cacao M. Brizard)...                                                                            

Un cocktail Excentric: The Pipe

Potevano mancare i Mojitos?  Alla classica ricetta cubana di rum, succo di lime, foglie di menta, zucchero e soda, vengono aggiunti altri elementi, dal succo di passion fruit al caffè, dal kumquat al sisho (erba aromatica dell’Asia orientale). O gli Spritz? Nove, di cui due senz’alcol (che censureremo): alcuni a base di vari tipi di Vermouth o Bitter Martini, completati con Cava, lo spumante metodo classico prodotto nel Penedès, regione catalana a sud ovest di Barcellona.

Molto vasta la scelta di Gin, Whisky scozzesi, irlandesi, giapponesi etc., fra i quali un bicchiere può costare 15,70 € come nel caso del Toki del Sol Levante  o anche 753,90 € per chi vuole degustare uno Scotch Macallan Reflexion. 

Ma come si accompagnano i drink al Dry Martini?  Fino a non molti anni fa si poteva scegliere solo fra tapas, bocadillos e platos veri e propri. Piatti e piattini eccellenti, però. Fra le tapas segnalo Gilda clásica, con acciughe del Cantabrico, peperoncino basco (moderato) e olio; la croqueta di porcini e fegato con composta di mela; e il Jamon (prosciutto) di Jabugo Pedro Domecq con pane e pomodori. 

Tra i platos: Filetto di manzo a cubetti con salsa all’aglio, peperoni del patron e patate novelle; Ceviche del mercato del pesce (la famosa Boqueria) con cremoso di cocco; Sashimi di tonno Balfegó con salsa teriyaky e maionese al latte. 

E tra i bocadillos (panini farciti): quello di calamari in tempura (fritto leggero) con maionese agli agrumi.

Dal 2002 è stata ufficializzata un’idea...clandestina, un ossimoro che però ha da oltre 20 anni un grande successo. Lo ha voluto chiamare Speakeasy, Javier, proprio come i bar-ristoranti clandestini dove, durante il Proibizionismo statunitense (1920-1933), si davano appuntamento bella gente e gangster, mescolati assieme, per bere alcolici prodotti illegalmente, spesso “mimetizzati” in forma di cocktail e dove anche si cenava, ballava, ci si divertiva spensieratamente. In essi (in genere mascherati da negozi di fiori, barberie, magazzini, latterie) si accedeva solo con parole d’ordine.

Javier de las Muelas disponeva nel retro del bar di grandi magazzini, in cui venivano accatastate le casse di vini e liquori, con ampio spazio libero. 

E lì, fra le casse, arredò il suo speakeasy (foto qui a sinistra), dove si pranza tuttora come in un buon ristorante e si bevono vini e cocktail, ma senza più l’ansia dell’arrivo della polizia...Comunque, una parola d’ordine era ed è pur sempre necessaria. Anzi una “controparola”, come quando la sentinella in guerra la chiedeva all’avvicinarsi di un milite non conosciuto e questi di rimando gli domandava poi la controparola. 
Così, l’incaricato alla porta del magazzino-speakeasy al suono del campanello apriva e diceva: “Cardinal Martini”. E l’avventore aspirante clandestino - dopo aver annunciato solo il nome (non il cognome) rispondeva: “Papa!”. Erano infatti i mesi in cui si doveva tenere il Conclave durante il quale fu invece eletto Ratzinger – Benedetto XVI. Non si sa se la scelta della parola Martini fosse dovuta più alla personalità del cardinale (effettivamente ritenuto dai più papabile) o a quella del cocktail. In realtà – absit iniuria verbis - coincidono...

Non più di una ventina di invitati per volta, nei primi tempi. Racconta Javier: “Veniva e tuttora viene la gente più disparata e interessante: si parlava e parla di tutto, della vita, dei Beatles, di uomini e donne, di uova fritte con patate...”. Inaugurato ufficialmente nel 2002, come ristorante esclusivo, è da allora anche la sede di sperimentazioni di nuovi matrimoni fra cocktail e piatti.

Oggi, per entrare e pranzare o cenare qui si deve assolutamente prenotare tramite il sito ufficiale  https://speakeasybarcelona.com/reservas/  o anche inviando una email a: reservas@drymartiniorg.com     Al momento della prenotazione verrà fornita la password da pronunciare a richiesta prima di poter passare oltre gli accessi “segreti” della cucina e del magazzino vero e proprio. 

La salla dello Speakeasy
riflessa in uno specchio

Che cosa si mangia? Para picar include una serie di tapas, stuzzichini ecc che utilizzano acciughe del Cantabrico, guacamole,  Jamon iberico de bellota, tortille di gamberetti. (prezzi: 3,45- 32 €) 

Poi, Entrantes frios (22-32 €) e Entrantes calientes (19,50-26 €); quindi i piatti forti di Pescados (32-44 €) e Carne (32-75 €, quest’ultimo prezzo riferito a una Chateaubriand per 2 persone). 

Da notare la presenza di alcuni piatti italiani come il vitello tonnato, le penne all’amatriciana, il risotto al tartufo, i ravioli di funghi e gamberi, le tagliatelle in salsa napoletana...ben reinterpretati. E poi, riso in brodo di aragosta, granchio alla plancia, nuestro steak tartar Speakeasy, Beef ribs (costine di manzo) estilo New York. 

Si ordina alla carta o aderendo ad alcune proposte di menu come lo Speakeasy Pairing experience (110 € a persona), il Menu Maridaje Premium  (149 €) o il Menu mediodia (mezzogiorno) a 45 €.


Ma torniamo infine al principio e cioè i cocktail. La carta ne enumera una settantina, e per ognuno sono segnalati gli ingredienti principali.

Impossibile quindi parlare di tutti. Ma ecco qualche segnalazione. 

Tra i Vintage & Trendy Martinis troviamo Breakfast, Dirty e Dry Martini; il famoso Vesper di James Bond, fatto con Gin, Vodka (e non vermouth dry, come alcuni credono), e Lillet. E un Porn Star Martini (con Vodka, Passoa, Vaniglia, passion fruit e Champagne). Tra gli Excentrics,  il Fugu (con Pisco Demonio delle Ande, vino bianco dolce, succo di maracuja, sciroppo di lampone, yuzu [agrume asiatico]). 

Tra i Signature ho particolarmente gradito un cocktail creato una decina d’anni fa da Benito Martinez, storico barman del locale: l’Under the sun. Poi vi sono due pagine di cocktail classici, una di Martini alla frutta, Mojito e drink analcolici; seguono gli Spritz e un’ampia e meditata scelta di distillati.

Finiamo in bellezza e bontà con la ricetta dell’eccellente 

Under the sun

Ingredienti                                                                                                 

6 cl di Gin Bombay; 3 cl di succo di lime; 1,5 cl di Sciroppo di mandarino (Monin); 2 o 3 gocce di Droplets (bitter aromatici home made del bar; in mancanza, 1 goccia di Angostura e 1 di Bitter Orange).

Agitare nello shaker con ghiaccio a cubetti e colare in coppa guarnendo con una “stella” ricavata dal frutto della carambola (nella foto a fianco il cocktail accompagnato da Jamon iberico de bellota di Jabugo, di Domecq, con pane e pomodoro).

 

INFO.  Bar Dry Martini e ristorante Speakeasy, quartiere Eixample, carrer d’Aribau 162-166, Barcellona, tel. +34 932175072;  +34 932175080. www.drymartini.com . Prezzi del bar. Cocktail: 14 -24 € l’uno. Tapas: 2,90-25 €. Platos: 12,50 – 32 €. Bocadillos: 12,90 – 26 €.

Il libro che ogni appassionato di cocktail dovrebbe tenere sul suo comodino (o forse meglio, nel bar di casa): The Bar - Homenaje al Dry Martini, di Javier de las Muelas, 239 pagine, Editorial Planeta, Barcelona, www.planetalibros.com . Racconta la vita avventurosa del patron e la sua caparbietà e perizia nel raggiungere una meta, come l’acquisto del Dry Martini, senza mai accontentarsene.

 

Fra i vari bar Dry Martini nel mondo, filiati dal capostipite di Barcellona, ovviamente con la collaborazione di Javier de las Muelas, da otto anni ce n’è uno anche in Italia. Si trova presso la terrazza del 4* Superior Majestic Palace Hotel Sorrento (Napoli), affiancato agli analoghi locali di Londra, Madrid, Rio de Janeiro, San Louis de Potosi (Mexico). Ma, unico, non è dominato dal legno scuro e dal giallo dorato dell’ottone ma dal bianco del bancone e dal blu di divani, poltrone e sgabelli.
Come il mare di Sorrento. De las Muelas l’ha visitato e ne è rimasto molto soddisfatto. E se l’ha detto lui... 
Indirizzo: corso Marion Crawford 40, Sant’Agnello (a 2 km da Sorrento), tel. 081.8072050, www.majesticpalacesorrento.com .