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mercoledì 18 settembre 2019

Premi e guide / Trent'anni di osterie per Slow Food: 1656 recensite sulla guida 2020 e una che manca...I 50 vini più buoni d'Italia, secondo Gardini & Co.

Il palco del Piccolo Teatro Strehler a Milano durante la presentazione della guida Osterie d'Italia

Non ci sono più stagioni. Una volta, la stagione dei premi, cominciava in novembre e finiva in dicembre, ora inizia già a metà settembre. Lo stesso giorno, il 16, sono stati presentati la guida di Slow Food Osterie d’Italia 2020, con relativa assegnazione delle “chiocciole” e “bottiglie” come riconoscimenti, e “I 50 migliori vini d’Italia” 2019, secondo la giuria del Best Italian Wine Awards (Biwa), guidata da Luca Gardini e Andrea Grignaffini. Ambedue a Milano.
Piccolo Teatro Strehler gremito per la show sulla nuova guida di Slow Food, curata come sempre da Marco Bolasco ed Eugenio Signoroni, con una pletora di collaboratori da tutte le regioni. Sul palco si sono alternati il vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo e il sindaco Sala, osti “testimonial” e il fondatore Carlin Petrini, i due curatori e Michele Serra, che ha letto un lungo brano di Gianni Brera sulle osterie del tempo che fu, che sembrava, all’epoca, irripetibile. 
E invece…invece le osterie, grazie anche alla promozione della guida di Slow Food (alla 30ª edizione), bisogna riconoscerlo, dagli anni Ottanta del secolo scorso pian piano hanno saputo rinnovarsi, abbandonare eventuali vinacci e piatti poco curati, disfarsi dei tavoli di formica per tornare alla tradizione più autentica: quella del buon cibo e buon vino, garantiti da produttori seri del territorio, dispensati in un ambiente informale e conviviale, non di rado suggestivo. Come ha sottolineato Angelo
Angelo Bissolotti,
Osteria del treno di Milano
Bissolotti
, titolare dell’Osteria del treno di Milano, un anagramma di osteria è: è storia e un semianagramma di Osterie(a) d’Italia è ovviamente: è storia d’Italia…
Il volume, di 900 pagine, un po’ ristretto nel formato per renderlo più agevole, ha cambiato in gran parte la tradizionale impaginazione verticale a 2 colonne - un locale per ognuna - inserendone in ogni pagina 2 e integrando le informazioni con la segnalazione delle osterie più vicine alle stazioni ferroviarie e ai caselli delle autostrade, con nuove icone per evidenziare i posti con tavoli all’aperto, vini al calice e birre artigianali.
Su 1656 osterie recensite (184 in più rispetto alla guida precedente), 268 hanno ricevuto la “chiocciola” che insignisce le migliori (11 in meno, però, rispetto al 2019).  
Sei premi speciali sono stati assegnati a: Antica Trattoria Di Pietro, di Melito Irpino (Avellino), per la Miglior interpretazione della cucina regionale; Stefano Sorci, dell'Oste Dispensa, di Orbetello (Grosseto), come Miglior giovane; Locanda Pecora Nera di Albi (Catanzaro), per la Miglior dispensa; Trattoria Visconti di Ambivere (Bergamo), per la Miglior carta dei vini; Trattoria Popolare L'Avvolgibile di Adriano Baldassarre a Roma, come Miglior novità; e La Brinca di Ne (Genova) per il Miglior oste (la famiglia Circella).
Dulcis in fundo, ecco la segnalazione di 5 osterie 5, al vertice in Italia, a insindacabile parere di chi scrive. Le prime quattro si trovano nella guida, segnalate con la chiocciola dell’eccellenza, l’ultima, calabrese, non c’è…ma meriterebbe di esserci!
Piemonte
Violetta. Fra Canelli e Nizza. Via Valle San Giovanni 1, Calamandrana (Asti), tel. 0141.769011. Prezzi: 35-40 € senza vino. Piatti mitici: tajarin al sugo di funghi porcini, finanziera. 
Madonna della Neve. Tra basso Monferrato e alta Langa. Loc. Madonna della Neve 2, Cessole (Asti), tel. 0144.850402. Prezzi: 28-34 € senza vino. Piatti mitici: agnolotti del plin alla curdunà (sul tovagliolo, sconditi tanto sono buoni di per sé stessi).
Lombardia
Altavilla. In Valtellina, vicino a Teglio (patria dei pizzoccheri). Via ai Monti 46, Bianzone (Sondrio), tel. 0342.720355. Prezzi: 32-40 € senza vino. Piatti mitici: i pizzoccheri, come li fa Lucinda, mamma di Anna Bertola, patronne (senza aglio, ma con cipolla); controfiletto di cervo con pere e castagne.
Campania
Perbacco. 100 km a Sud di Salerno, Pisciotta Marina è nota per le buonissime alici di menaica. In collina, a 6 o 7 km dal mare. Contrada Marina Campagna 5, Pisciotta (Salerno), tel. 0974.973889. Piatti mitici: alici alla pisciottana, spaghetti alla Garum. 
Pasta con melanzane ripiene di Casina Pia.
Prezzi: 33-38 €, senza vino. 
Calabria
Casina Pia. Davanti alle Dolomiti del Sud, sulla vallata di Prestarona. Contrada Prestarona, Canolo (Reggio Calabria), cell. 348.0102366 (risponde il patron Francesco Riccio). Prezzi: sui 30 €, vino della casa compreso. Museo contadino privato e trattoria, anche all’aperto. Piatti mitici: Pasta di casa con sugo di melanzane ‘mbuttunate, antipasti tipici, grigliata di carne. 

I 50 migliori vini d’Italia secondo Biwa
Sassicaia
Luca Gardini (miglior sommelier del mondo una decina d’anni fa) e il critico e giornalista Andrea Grignaffini, coaudivati da una giuria internazionale, ogni anno da otto anni, premiano le migliori bottiglie bevute nel periodo di riferimento. Per il 2019 il podio presenta la sorpresa di… una non 1° classificato infatti è il Sassicaia 2016 della Tenuta San Guido, esattamente come nel 2018 (annata a parte). 2° un Barolo, il Monvigliero 2015di Burlotto e 3° un bianco aromatico da dolci e formaggi erborinati, il Gewürztraminer Terminum 2016 della Cantina altoatesina Tramin. Qualche curosità, spigolando qua e là. Il primo spumante classico è il Franciacorta Ca’ del Bosco Annamaria Clementi Riserva 2009 (11°). Il secondo altoatesino è l’Appius, un bianco d’eccezione, prodotto in un numero limitatissimo di bottiglie, dalla Cantina Produttori San Michele Appiano (13°). Il primo Brunello di Montalcino, il 2013 di Casanova di Neri(7°). Il primo Vino Nobile di Montepulciano, Le Caggiole 2016 di Poliziano (8°); il primo Amarone, il Classico 2011 di Quintarelli (16°); il primo Valtellina Superiore, il Rocce rosse Sassella Riserva 2009 di Ar.Pe.pe (26°).
Timorasso Fausto
sorpresa. 
E l’ultimo della classifica, cioè il 50°? È un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il Vigna Il Cantico della figura, Riserva Classico 2016 di Andrea Felici.
Fra i sette premi speciali (potevano mai mancare?), segnalo almeno il Timorasso dei Colli Tortonesi Vigne Marina Coppi - Fausto del 2015, per il vino bianco da uve autoctone (“grande aderenza territoriale e varietale”) e il Terra Aspra, Matera Primitivo 2013 della Tenuta Marino,
premiato come Vino Pop, “verace e di carattere, fedele al territorio di produzione e di prezzo contenuto”.
Info. Osterie d'Italia 2020, 900 pagine, 22 €, Slow Food editore (disponibile la App da ottobre). BIWA, biwawards.it .

venerdì 5 ottobre 2018

I migliori vini dell’Emilia-Romagna alla corte di Re Enzo. Un weekend bolognese all’insegna di Albana e Pignoletto, Fortana e Malvasia. E la storia di tre Lambruschi d’eccezione, Friedmann e Molinari


Ci sarà anche Luca Gardini, già campione del mondo dei sommelier, a Enologica 2018, il salone del vino e del prodotto tipico dell’Emilia Romagna (sotto a sinistra il logo), che si tiene a Palazzo Re Enzo, nel centro di Bologna, dal 6 all’8 ottobre. Gardini 37 anni, romagnolo di Cervia, si occuperà delle master class sui vini regionali e, in particolare, alle 14.30 di sabato 6, di Romagna Sangiovese, terra di territori e poi, lunedì 8 alle 14, di Emilia Romagna senza limiti di tempo, sulla longevità dei vini della regione. 
Nella sua Top 50 2018 sui vini italiani, cioè la settima edizione del TWS-BIWA di un paio di settimane fa, Gardini (nella foto a destra) e la giuria internazionale che presiede, sono stati abbastanza prodighi di riconoscimenti verso i vini emiliano-romagnoli: due premi speciali, al Romagna Sangiovese Dado 2016 di Enio Ottaviani, come Alfiere del territorio e al  Lambrusco di Sorbara il Trovador 2017 Cantine di Soliera, come Vino promessa;  5° posto nella classifica top 50 al Vin Santo di Vigoleno 2008, di Alberto Lusignani e 22° al Sangiovese Vigna 1922 annata 2015, di Torre San Martino. Per la cronaca i primi tre riconoscimenti sono andati, nell’ordine, al Sassicaia 2013, della Tenuta San Guido, al Barbaresco Asili Vecchie viti 2012, di Roagna e al Brunello di Montalcino Tenuta nuova 2013, di Casanova di Neri.
Enologica 2018 comunque non vuole essere solo una sfilata di vini rappresentativi. Secondo il presidente dell’Enoteca Regionale Pierluigi Sciolette si tratta di promuovere fin da subito la cultura del vivere salutare: “Vogliamo realizzare per primi in Italia la certificazione di sostenibilità territoriale, sociale, economica e ambientale per i vigneti, con un analogo progetto sul turismo del vino”. Tutto questo promuovendo un territorio che ha come spina dorsale la via Emilia su cui
Uva Pignoletto
insistono i territori protagonisti delle Doc regionali: la Romagna con Albana e Sangiovese, il Bolognese con il Pignoletto, il Ferrarese con la Fortana, il Modenese, il Reggiano e il Parmense con il Lambrusco, il Parmense con la Malvasia e il Piacentino con il Gutturnio.
Il lato pop del salone è garantito dallo chef Daniele Reponi, che realizzerà i Panini d’autore utilizzando solo prodotti Dop e Igp regionali; mentre Gardini, Adua Villa e Marco Colognese si occuperanno dell’incontro fra i vini emiliano-romagnoli e i piatti di nove chef, puntando più sulla creatività che sulla tradizione. 
Lunedì 8, conferimento del Premio Carta Canta, che in sostanza incentiva non solo i ristoratori ma anche i proprietari di bar, enoteche, hotel e agriturismi a proporre un assortimento qualificato di vini regionali.
Uno sguardo al programma. Gli incontri sono gratuiti e prevedono la degustazione con accompagnamento di due finger food preparati da uno chef ogni volta diverso; meglio prenotarsi scrivendo a: segreteria@enotecaemiliaromagna.it.
Sabato 6 alle12.30: Dai Colli alle sabbie: Pignoletto e Fortana, relatore Pier Bergonzi. Alle 16.3
Uva Fortana
0: Le mille bolle della regione, relatore Andrea Gori. 
Domenica 7 alle 12.30: Gutturnio e Ortrugo: Colli Piacentini in biancorosso, relatrice Adua Villa. Alle 14.30: Albana: secco o dolce?, relatore Daniele Cernilli. Alle 16.30: Emilia-Romagna non solo terra di grandi rossi, relatore Andrea Grignaffini.
Lunedì 8 alle 16: Bursôn e Centesimino, piccoli autoctoni crescono, relatore Othmar Kiem. Alle 18: Lambrusco, effervescente Emilia, relatrice Christy Canterbury.
* Enologica, Palazzo Re Enzo, piazza del Nettuno 1/C, Bologna, tel. 0577.367700, cell. 347.5125365 (durante la manifestazione), www.enologica.org. Orari. Sabato 6 e domenica 7: 11.30-20; lunedì 8: 11.30-19. Ingresso: 20 € (compreso calice per degustazioni e masterclass).


Il doppio Lambrusco di Sorbara e il Salamino di Santa Croce
Gino Friedmann, chi era costui si chiederebbe un ignaro Don Abbondio dei giorni nostri. Ignaro di faccende emiliane, di lambruschi e di nebbie emiliane. Ma Friedmann (1876-1964), modenese, ebreo e perseguitato durante il fascismo, fu un possidente di idee moderate ma favorevole alla cooperazione su principi mutualistici e liberali, presidente della  Cantina sociale di Nonantola e di una federazione nazionale ispirata ai suoi principi. Oggi il suo nome spicca su uno dei migliori lambruschi emiliani. Si tratta del Lambrusco di Sorbara, “Omaggio a Gino Friedmann”, prodotto da una grossa cooperativa, la Cantina di Carpi e di Sorbara, fra le più antiche d’Italia, con 1100 soci e una capacità produttiva di 450mila ettolitri di vini l’anno. 
L’Omaggio è una vera chicca nella vasta eppur seria produzione di questa cantina. È un Sorbara in purezza, che cresce su suoli sabbiosi, attenta selezione fra le migliori uve di tutti i conferitori.Viene prodotto in due versioni, ambedue frizzanti e con caratteristiche organolettiche analoghe. La prima versione si basa sul metodo Charmat (o Martinotti), per cui la seconda rifermentazione del vino si svolge  in grandi quantità nelle autoclavi. La bottiglia è bianca con tappo a fungo e gabbietta metallica. La seconda ha un look più “anticato”, tappo raso e spago, il che denota che la presa di spuma avviene in bottiglia, senza sboccatura finale. Il colore di ambedue i vini è rosso scarico, praticamente petalo di rosa, la spuma abbastanza fine, anche persistente; al naso, risultano floreali e leggermente fruttati. In bocca, asciutti, sapidi, accattivanti, con richiami di lievito. 
Prezzo nei sette Wineshop aziendali di Sorbara (MO), Carpi (MO), Concordia (MO), Castelfranco Emilia (MO), Rio Saliceto (RE),  Poggio Rusco (MN) e Bazzano (BO): 7,20 € la bottiglia l’Omaggio a Friedmann fermentato con metodo Charmat; 8,20 € l’Omaggio rifermentato in bottiglia (prezzo medio in enoteca, rispettivamente: 12 e 13 €).
Un altro vitigno legato al territorio modenese è il Salamino di Santa Croce: nome curioso che deriva da una supposta somiglianza dei suoi grappoli con i salamini, mentre la frazione Santa Croce di Carpi è quella originaria, da cui poi il vitigno si è diffuso in tutto il Modenese.  La Cantina di Carpi e Sorbara ha voluto dedicare ad Alfredo Molinari, fondatore della cantina di Carpi,  il suo  Lambrusco Salamino più curato e caratteristico. Le uve sono al 100% Salamino, la vinificazione prevede la criomacerazione sulle bucce, fermentazione a temperatura controllata, poi rifermentazione in autoclave per la presa di spuma. 
Qui il colore si fa rosso rubino tendente al granato, pur con riflessi violacei; il profumo è fruttato (mora, prugna), la spuma vivace. Sapore secco, intenso, sapido, anche corposo. 
Prezzo: 4,80 € la bottiglia (negli shop citati, in enoteca sui 9 €).
* Cantina di Carpi e di Sorbara, www.cantinadicarpiesorbara.it

sabato 9 aprile 2016

Chianti, Brunello o Vino Nobile? Tre piccoli produttori di gran classe, da scoprire anche al Vinitaly

Toscana, paesaggio del Chianti
Nel mare magnum del Vinitaly incrociano arditi anche i piccoli navigli, non solo le possenti corazzate.
Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano, rappresentano la Toscana famosa nel mondo per i suoi vini di tradizione.  Ma in queste zone ci sono grandi produttori (per fama e/o numero di bottiglie) e piccoli, magari ancora poco noti, ma di qualità sicura, che tendono spasmodicamente all’eccellenza. Senza indulgere troppo alla retorica del “piccolo è bello” o del veronelliano motto - o sbotto - : “Il peggior piccolo vignaiolo è sempre migliore del grande produttore”, ecco la vicenda e l’attualità di tre vignaioli, più e meno piccoli, ma di grandi territori, qualitativamente parlando. Uno per zona, ognuno con una storia autentica da raccontare, le sue buone, a volte anche eccellenti bottiglie, da proporre. Partendo da nord-ovest verso sud-est, dal Chianti Classico al terroir di Montepulciano.
La Sala. Francesco Rossi Ferrini già possedeva, tramite la sua famiglia, dal 1941, a San Casciano Val di Pesa (loc. Monteridolfi) Il Torriano, sede dell’omonimo agriturismo, dove si coltivano sangiovese e merlot su terreni argillosi di colore rossastro (a 250-300 m. s.l.m.), che danno luogo a vini strutturati e di colore intenso. Ma aveva messo gli occhi da tempo sulla tenuta La Sala, in loc. Sorripa, caratterizzata da pendii dolci, più bassi (da 130 a 200 m. s.l.m.) e terreni calcarei marnosi biancastri detti alberese. Finendo per acquistarla nel 2014. Anche i microclimi sono differenti, ma tutta questa diversità è benedetta. Mixandoli con sapienza, i vini in uvaggio si completano: il Torriano apporta struttura e colore, La Sala freschezza ed eleganza. Tuttavia nella considerazione di non pochi “esperti”, la zona di San Casciano viene ritenuta in qualche modo minore nella costruzione dei Chianti, perché per le sue caratteristiche difficilmente può dar luogo a vini muscolari (ipertrofici, li definisce l’enologo Stefano Di Biasi). Vini simili non li vogliono e del resto forse non li possono fare né Di Biasi né Rossi Ferrini, che hanno puntato piuttosto a prodotti identitari, di affermazione del territorio, un po’ meno strutturati quindi, puntando di più sulla tensione acida e la pulizia del fruttato.
I vini attualmente in produzione sono solo tre, per un totale di circa 22mila bottiglie, la crème: se ne fa di più, ma il resto viene venduto sfuso. Due i Chianti. Il Classico “base”, fermentato in acciaio e in parte in botti grandi: nel 2012 emergono le note della visciola, nel 2013 quelle agrumate, tutt’e due molto piacevoli e in evoluzione. Nella Riserva 2011 (1500 bottiglie, 85% sangiovese, 15%  cabernet sauvignon, con fermentazione malolattica in botte del primo, in barrique del secondo; e dopo il blend, maturazione al 50% nei due legni per 18 mesi, più 12 in bottiglia), si riconoscono ancora la visciola, lo zenzero candito, cannella, eucalipto e tannini ben amalgamati. Armonia e complessità. Molto buona.



Ciacci Piccolomini d’Aragona. La tenuta ha origini addirittura seicentesche, passa poi nel 1877 alla famiglia Ciacci, e quindi per matrimonio anche ai Piccolomini d’Aragona, nella prima metà del Novecento. Si trova vicino al borgo medievale di Castelnuovo dell’Abate e all’abbazia romanica di Sant’Antimo. Estinto il casato, la proprietà è acquistata nel 1985 da Giuseppe Bianchini, noto vignaiolo di Montalcino e, alla sua scomparsa, nel 2004, passa ai figli Paolo e Lucia. I vigneti sono nella zona sud-ovest di Montalcino, non lontano dal fiume Orcia, su terreni sassosi e galestro, a un’altitudine che varia da 240 a 360 m. A Montenero (Grosseto) c’è un’altra cantina, dove vengono vinificate le uve della Doc Montecucco Sangiovese. L’enologo è Paolo Vagaggini. A questo punto occorre dire che i vini di Ciacci Piccolomini e di La Sala sono stati presentati poche settimane fa a Milano, al Vun dell’Hotel Park Hyatt, sotto l’egida di Luca Gardini, noto e vulcanico sommelier. In particolare Gardini era presente alla degustazione di Ciacci Piccolomini, perciò ne riportiamo le impressioni.
Le bottiglie in produzione sono circa 250mila, ma una parte riguarda la Doc Montecucco, interessante, ma meno pregiata della più nota Montalcino. Che inizia con due vini della travagliata annata 2014, il Rosso e il cru Rosso Rossofonte. Già notevoli in assoluto, ancor più meritori, tenendo conto del millesimo. Lasciamo scatenare Gardini, che parla, per il Rosso normale, di “note di lampone giallo, di rosa, di florealità, pulizia, spezie pulite; acidità e tannino come punti di forza in bocca, sentori citrini e sapidi”, azzardando un abbinamento con zuppe di pesce. Il cru Rossofonte 2014, da una vigna più vecchia, è un’alternarsi di note acide e dolci, floreale, “polveroso”, quasi balsamico. In bocca, compatto, denso, tannino più croccante della versione normale (ammandorlato). Ben fatto, senza note vegetali (ma qualcuna chi scrive l’ha avvertita…). Brunello 2011: secondo Gardini, “annata dell’immediatezza”, dà il meglio di sé nei primi anni di maturazione. Pesca gialla “col pelo” (!), spezie dolci e piccanti: zenzero. Pulito e verticale. Brunello Vigna di Pianrosso Riserva S. Caterina d’oro 2010. Gran vino, perfetta sintesi del terroir e dell’annata, che ha portato piogge giuste ed escursioni termiche perfette. Pulito, elegante, note di visciola e freschezza donata dai sentori di alloro ed eucalipto; iodio.  Grande espressività. Come esempio di un’annata “vecchia”, ma soprattutto calda (ondate di calore, il peggio), si degusta il Brunello Vigna di Pianrosso 1999. Qui risaltano sia le note empireumatiche (caffè torrefatto), che il cacao, e poi olive in salamoia, salinità. L’annata calda omogeinizza il tannino in anticipo, sostiene Gardini, che non è fiancheggiato dall’acidità.

Gracciano della Seta. La famiglia Svetoni, autoctona di Montepulciano, possedeva la tenuta di Gracciano fin dai primi anni dell’Ottocento, compresa la villa con giardino all’italiana. 400 ettari e 22 poderi in regime di mezzadria, che producevano uva, vino e altri prodotti agricoli. Il Nobile delle cantine Svetoni vinse un premio alla Fiera di Torino già nel 1864 e sussistono tuttora nelle vecchie cantine della villa bottiglie di annate storiche. Per via ereditaria la proprietà è passata nel Novecento a Giorgio della Seta Ferrari Corbelli Greco e ai suoi tre figli Marco, Vannozza e Galdina. I vigneti sono stati rinnovati (oggi 20 ha su 70 totali), alla cantina storica che ospita le botti per la maturazione dei vini (grandi, da 25-50 hl, e tonneaux, da 500 litri) se ne è affiancata nel 2013 un’altra per la vinificazione. Mattoni all’esterno, tecnologie di ultima generazione all’interno, con i vinificatori in acciaio da 50 a 120 hl, con dispositivi per il rimontaggio e la follatura, pompe peristaltiche (pompe pulsanti a rulli), presse pneumatiche…
I vini di Montepulciano, come è noto, sono fatti con le uve prugnolo gentile (denominazione del sangiovese, in zona), eventualmente canaiolo nero, malvasia del Chianti e, fino al 10-20%, altri vitigni ammessi in provincia di Siena. I Della Seta utilizzano solo prugnolo e merlot, coltivati su suoli limosi-argillosi a 300-350 m. s.l.m, anche con vigneti risalenti al 1970, e rese fra i 30 e i 40 hl per ettaro. Distinguono quattro cru, Casale, Maramai, Rovisci, Torraia, ma non producono i vini da un solo appezzamento. Dal 2015 l’azienda è in conversione biologica e utilizza in gran parte prodotti a base di rame e zolfo per combattere i parassiti, evitando da tempo le concimazioni e intervenendo semmai con trasemine di leguminose. La zona ventilata favorisce la sanità delle uve. La raccolta è manuale e i grappoli vengono posati su carrelli vibranti con piano inclinabile che li porta nella diraspatrice. Le bottiglie prodotte sono circa 100mila in totale, divise fra un Rosso, due Nobile e un Rosato Toscana Igt. Il Rosso di Montepulciano (30mila bottiglie) nasce dai cru di Casale e Maramai, da 90% di prugnolo gentile e un 10% di merlot; fermenta e macera in acciaio con lieviti indigeni. Se ne producono circa 30mila bottiglie. Al naso ha il classico profumo di frutti rossi, in bocca risulta secco e un po’ tannico, ma setoso. Il Vino Nobile (40mila bottiglie) nasce nei cru di Rovisci, Maramai e Toraia, sempre da prugnolo gentile e 10% di merlot e subisce due tipi di maturazione: il 40% in tonneau da 3,5 e 5 hl, il 60% in grandi botti da 25 hl, per 18 mesi. Il vino risulta evidentemente più complesso del Rosso, ai sentori di ciliegia si aggiungono la prugna, anche la viola, un accenno di spezie; in bocca è sapido, i tannini sono ben integrati grazie anche alla spalla giustamente acida, risulta equilibrato ed elegante. 

Chianti Classico, Montalcino e Montepulciano.

La Riserva del Nobile (6-7mila bottiglie) si avvale delle uve dei cru Maramai e Rovisci. La produzione per ha si abbassa  da 40 a 30 hl, i mesi di maturazione diventano 24, metà nei tonneau e metà nelle botti grandi. Si aggiunge un affinamento di almeno sei mesi in bottiglia. Il vino si fa più intenso e complesso, si aggiungono sentori più marcati di spezie, cuoio, equilibrio e sapidità in bocca, eleganza e lunghezza del sorso. Infine, nel Rosato Igt Toscana (100% prugnolo gentile, 4mila bottiglie), ottenuto per criomacerazione sulle bucce per 4-5 ore, s’intuiscono sentori e note fruttate, dalla ciliegia al lampone e anche, sottili, di rosa, una freschezza e sapidità adeguate. Peccato che al campione degustato facesse velo un leggero, ma evidente sentore di tappo…


venerdì 25 settembre 2015

Polemiche / Vini 2015. Er mejo secondo Biwa e Golosaria. In disaccordo su (quasi) tutto

Che fatica. Ma spulcia e rispulcia, li ho trovati. Sono i “miei” vincitori dell’anno, i migliori produttori, le migliori bottiglie. Perché stancarsi a degustare decine di vini, installando giurie (o facendosele in casa), cercare sponsor, convocare conferenze-stampa? Per me è presto fatto, almeno in attesa che escano le varie guide del Gambero Rosso, dell’Espresso, dei sommelier (una dell’Ais, l’altra della Fis) ecc. ecc.  Mi è bastato mettere a confronto due classifiche et voila (v. pussee giò).
Alcuni nasano (Gardini
e Grignaffini, a destra)...
Prima di darvi il risultato, ecco com’è la faccenda. In questi giorni, quasi insieme, sono uscite due classifiche targate 2015 sui vini italiani: la Biwa (Best italian wine awards), inventata e promossa da Luca Gardini e Andrea Grignaffini, e la Top hundred di Golosaria (Marco Gatti e Paolo Massobrio). La prima mette in fila 50 aziende vinicole con un loro vino. La seconda, non li mette in fila, ma li elenca per regioni: le 100 migliori aziende con le loro bottiglie di punta.
Biwa si avvale per la giuria (che ha assaggiato quest’estate 300 vini per tre sere consecutive -però) anche di giornalisti come il vicedirettore della Gazzetta dello sport Pier Bergonzi (che ha fatto pubblicare la classifica sul suo giornale in anticipo sulla conferenza-stampa/premiazione); Daniele Cernilli, o Doctor Wine, come gli piace farsi chiamare; Antonio Paolini, simpatico battutista e, vabbe’, certo “esperto critico gastronomico e degustatore, firma di alcune fra le maggiori testate di settore che ha curato la realizzazione di numerose guide” (testuale e scusate il disturbo); Tim Atkin (Londra), Raoul Salama (con la a, di Parigi), Christy Canterbury (New York, ettepareva, giornalista, giudice  - oddio – formatrice e master of wine). Tutti soloni del vino, insomma.
…altri sfarfallano (Massobrio e Gatti)
Promotore, inventore, degustatore, sommellore, pardon sommelier, Luca Gardini, già qualche annetto fa, migliore sommelier del mondo ed ex-sommelier di Cracco.
Il Golosario, non si sa. Si presume abbiano assaggiato, degustato e giudicato forse in un po’ più di 3 giorni, Paolo Massobrio e Marco Gatti, fra una scrittura e l'altra delle loro molteplici guide, iniziative, saloni ecc. e, forse altri loro sodali (qui erano 100 i vini da scegliere su non si sa quanti assaggiati).
Direte: alla fine chissà quante cantine, quanti vini hanno in comune le due classifiche, dopotutto la classe non è acqua e in quanto a giudizio sui migliori vini non ci dovrebbe essere gran disaccordo. Macché. Biwa ritiene che Giuseppe Mascarello e figlio con Monprivato Barolo 2010 (Piemonte) sia il 1°, Giuseppe Rinaldi con Brunate Barolo 2011 il 2° e Duemani con Duemani Costa Toscana Igp Cabernet 2012 (Toscana) il 3°. E poi giù fino al 50° classificato.
Golosaria non si pronuncia ma enuncia i 100 senza discriminare, anche se poi pare (pissi pissi…) che ci sia anche un primo, la Cantina Ligabue con il Minego (Lombardia). Come l’ho saputo? Eh m’informo, giro, vedo ggente e anche siti internet (www.winenews.it, anzi: http://www.winenews.it/news/40027/il-minego-della-cantina-ligabue-in-valcamonica-il-vino-migliore-in-assoluto-della-top-hundred-2015-del-golosario-firmata-da-massobrio-e-gatti-con-tutte-le-etichette-che-saranno-in-assaggio-a-golosaria-2015-17-19-ottobre-milano)
Incrociando classifica dei 50 ed elenco dei 100, sapete quanti sono i vini in comune ai due gruppi? Nessuno! E le cantine? Tre. Come si spiega quest’ultima faccenda? Semplice. Anche se concordano sull’eccellenza di tre cantine, le due “giurie” l’attribuiscono però a vini diversi.
Ed ecco allora la “mia” superclassifica incrociata:
1°?) Santa Barbara (Marche): secondo Biwa per il Mossone Marche Rosso Igt 2012, secondo Golosaria per il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Riserva Stefano Antonucci 2012.
2°?) Tua Rita (Toscana): Secondo Biwa per il Redigaffi Toscana Rosso Igt 2012; secondo Golosaria per il Giusto di Notri 2010
3°?) Ettore Germano (Piemonte): secondo Biwa per l’Hérzu Langhe Doc Riesling 2013, secondo Golosaria per l’Alta Langa brut metodo classico.
La superclassifica delle tre aziende vinicole, comuni alle due classifiche, la determina Biwa, che colloca Santa Barbara al 20° posto, Tua Rita al 30° ed Ettore Germano al 50°. Mentre per Golosaria: “questo e quello, per me pari sono…”.
Per godersi tutte le classifiche: biwawards.it,    www.golosaria.it/default.asp?id=4237