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venerdì 14 dicembre 2018

Asti secco e Acqui Rosé: due nuovi spumanti brut anticrisi. E attorno ai neonati, solide realtà: Barbera d'Asti e Nizza, Moscato e Brachetto. Fra le colline Patrimonio dell'umanità

Langa Astigiana e Monferrato fanno parte delle Colline dell'Unesco, assieme alle Langhe albesi e al Roero

Chi descrive ancor oggi il mondo del vino piemontese come un po’ chiuso in se stesso, poco dedito all’innovazione (a parte qualche barrique qua e là) e appoggiato su vecchi allori, si dovrà ricredere. Prendiamo la zona dell’Astigiano (e Alessandrino), la più importante, insieme a quella di Alba. In un paio d’anni, i vignaioli, le cantine e i loro consorzi hanno tirato fuori dal cilindro, anzi dalla botte, tre tipologie nuove di vino. Con l’annata 2016 ha fatto la sua comparsa il Nizza Docg (che in verità già esisteva come sottozona della denominazione Barbera d’Asti). Nel 2017 è stata la volta dell’Asti spumante secco, che si affianca alle tipologie tradizionali dell’Asti dolce e del Moscato d’Asti (fermo, o meglio appena fremente quando lo si versa). Con la vendemmia 2018 anche quelli del Brachetto d’Acqui hanno tirato fuori un nuovo vino, che affianca i Brachetto dolci delle versioni spumante, fermo e passito. Non hanno osato, forse per timore di confondere le acque, chiamarlo Brachetto secco; hanno preferito farne uno spumante rosé, denominandolo Acqui Rosé brut, pur sempre Docg. Ma la base è quella, l’uva Brachetto. Una serie di degustazioni in loco, tra fine novembre e i primi di dicembre ha messo in luce i risultati e le potenzialità dei nuovi Moscati secchi, Acqui brut, ma anche delle vecchie, care Barbera d’Asti, nelle due tipologie, normale e superiore.

ASTI È una Docg basata interamente sull’uva Moscato bianco, coltivata in una zona che si estende su 52 comuni, anche delle confinanti provincie di Alessandria e Cuneo (10mila ettari di vigneto),   ma divisa in tre denominazioni. La prima è quella dell’Asti tout court, spumante dolce tipico delle feste e frizzante compagno dei classici panettone, pandoro e di un’altra infinità di dolci non troppo concentrati o caratterizzati da liquori. Si produce per lo più col metodo Martinotti (o Charmat) cioè nelle grandi autoclavi, dove prende la spuma nel corso della (breve) seconda fermentazione. Qualche produttore ha voluto riprendere l’antico Asti spumante metodo champenois, inventato da Carlo Gancia nell’800, facendo appunto un Asti dolce col metodo classico della lunga rifermentazione in bottiglia: fra i pochi, Gancia, col suo 24 mesi e Cascina Fonda, col suo Driveri (5 anni sui lieviti). Fra i tantissimi Asti sul mercato, eccone alcuni che mi sembrano d’eccellenza (indicati i soli produttori, se il vino non ha un suo nome specifico): La Selvatica, dell’Azienda Caudrina (foto a sinistra), Vignaioli di S. Stefano, Giulio Cocchi Spumanti, Roberto Sarotto.
C’è poi il Moscato d’Asti, medesime uve non spumantizzate, un delizioso vino dolce di bassa gradazione, con una punta di pétillant appena versato nel bicchiere. Fra i produttori migliori segnalerei Bera (Su Reimond), Braida (Vigna senza nome), Cascina Castlèt, Coppo (Moncalvina), Gianni Doglia (Casa di Bianca), Anna Ghione (Piccole gioie), Scarpa (Taccododici, foto a destra), Olim Bauda (Centive).

Ultimo ma non ultimo, il nuovo Asti secco, spumante non così semplice da produrre perché il vino da uve Moscato, portato a completa fermentazione - eliminando quindi gli zuccheri naturali - tende a lasciare un retrogusto amaro, che si è riusciti ad annullare con una tecnica messa a punto dal laboratorio del Consorzio di tutela. È inutile comunque girarci intorno, l’Asti secco (già tacciato di concorrenza sleale dai consorzi del Prosecco per via dell’assonanza) è la risposta a una crisi dell’Asti spumante dolce in termini di vendite (che sembra essersi arrestata dall’anno scorso), che ha lasciato masse di uve inutilizzate. Però è anche un’opportunità: ovviamente per i produttori, ma anche per i consumatori, che possono provare
qualcosa di nuovo e inedito nel campo delle bollicine: pur essendo di sapore asciutto, questo Asti ha intensi sentori floreali ed erbacei (dalla lavanda alla salvia) e fruttati (dalla mela alla banana) con un inconfondibile richiamo all’uva, che ne rendono la beva molto piacevole sia all’aperitivo sia con piatti non complessi, dai formaggi freschi ai salumi, dai pesci non troppo salsati alle carni bianche. Per ora la produzione è molto limitata, si parla di qualche centinaio di migliaia di bottiglie, contro i 55milioni dell’Asti e i 33milioni del Moscato, ma ci sono tutte le potenzialità per una buona affermazione sul mercato. Fra gli Asti secchi assaggiati, ecco alcuni dei migliori prodotti(indicati i soli produttori, se il vino non ha un suo nome specifico): Acquesi (foto a sinistra), Bastieri, Umberto di Cascina Fonda, DuchessaLia delle Cantine Capetta, Up di Fontanafredda.

BRACHETTO D’ACQUI Vino rosso dolce Docg, prodotto nelle tipologie spumante e fermo (tappo raso), ma anche, in misura molto minore, frizzante e passito (appassimento in pianta). Si può dire che appartenga alla stessa famiglia anche il nuovissimo spumante rosato, che si avvale però di un’altra denominazione, quella dell’Acqui Docg Rosé.
Vini con l’uva Brachetto se ne fanno da sempre: in un tempo neanche troppo lontano era un rosso fermo, più o meno secco, in qualche modo simile a certe tipologie di Sherry o di Porto. Negli anni Cinquanta Arturo Bersano decise di spumantizzarlo, sfruttandone le doti aromatiche e facendone un vino dolce. Da allora, un successo crescente, anche se il territorio non è enorme, 1200 ettari di vigneto su 26 comuni fra Alessandria (la provincia di Acqui) e Asti; rese per ettaro basse (in teoria 80 q.li, ma si arriva anche a 40), produzione annua di circa 4,5 milioni di bottiglie. 

Rosso rubino luminoso, il Brachetto dolce al naso ha bouquet floreale (rosa) e fruttato (fragole), ha un perlage fine e persistente nella versione spumante (metodo Martinotti). Anche la versione ferma ha caratteristiche organolettiche analoghe, mentre quella passita aggiunge sentori di frutta cotta, confettura di ciliegie, note di mandorla. Abbinamenti: dolci in genere. In particolare: torta di fragole, pesca Melba con gelato alla crema e salsa di lamponi, bavarese alle fragole, bunet.
Produttori d’eccellenza (indicati i soli produttori, se il vino non ha un suo nome specifico): Araldica, Braida, Pian delle Canne di Alice Bel Colle (foto a fianco), Susbel di Dario Ivaldi, Passrì Pineto (passito) di Marenco. 

Acqui Spumante Rosé brut. Per la verità il disciplinare contempla anche versioni non secche, come il dry, ma è chiaro che si punta sul brut (o l’extradry) per il nuovissimo spumante da uve Brachetto 100%, primo rosato in Italia a essere riconosciuto con la Docg. Prima anche l’annata, il 2018, che vede una produzione di queste bollicine col metodo Martinotti (in autoclave, dopo poche ore di contatto delle bucce col mosto per estrarre il colore) in un numero di bottiglie ancora ridotto (circa 50mila) rispetto alle ambizioni. Che sono di proporre un piacevole spumante da aperitivo, da bere al bar come al ristorante, in accompagnamento a cibi saporosi e non troppo strutturati, per un consumo il più possibile easy e giovane.
Il colore è un rosa delicato, simile ai rosé provenzali; il sapore è secco, ma anche setoso, di una certa eleganza, floreale (rosa, violetta), con un lontano richiamo all’uva, a volte con sentori di lampone. Qualche abbinamento particolare: frutti di mare, salmone affumicato, pesce fritto, trancio di tonno al sesamo.
Ed ecco i produttori preferiti, fra i non molti che ho potuto provare: Acquesi, Bersano, Tre Secoli.

BARBERA D’ASTI L’hanno chiamata Barbera Revolution, il che, per una degustazione guidata alla presenza di un centinaio di giornalisti in maggioranza stranieri, era un clam invitante ma forse eccessivo. E infatti, nel corso della masterclass del 1° dicembre al Foto Boario di Nizza Monferrato, Filippo Mobrici, presidente del Consorzio di tutela Barbera d’Asti e vini del Monferrato, si è affrettato a precisare che si è trattata di un’evoluzione nel tempo, quella della Barbera d’Asti, partita nel 1970 e approdata…all’oggi. Il che è senz’altro più giusto. Vediamola brevemente. La Doc nel 1970, la Docg nel 2008 per le tipologie Asti e Superiore e la sottozona Nizza, poi divenuta autonoma Docg nel 2016. Sono date che segnano un’evoluzione qualitativa, con rese più basse del vino per ettaro, invecchiamenti più mirati e qualificati, studi puntuali sul vitigno, per centrare sempre più la collocazione sul mercato di un vino che viene da lontano, ma che doveva evolversi in versatilità, piacevolezza, precisione d’identità.
Ancora qualche dato (arrotondato). La superficie vitata della Barbera d’Asti è di oltre 4100 ha., su 169 comuni delle provincie di Asti e Alessandria. 21 milioni di bottiglie prodotte nel 2017 (con un incremento particolare della tipologia Superiore, + 16%, e del Nizza Docg, + 17%, pari a circa 370mila bottiglie. Da segnalare l'importante alloro conseguito da Michele Chiarlo con l'aggiudicazione del 1° posto nella lista dei Top 100 del mondo 2018, da parte di Wine Enthusiast al vino Cipressi Nizza Docg 2015). 
La differenza tra Barbera d’Asti normale e Superiore è semplice, ma importante per il risultato finale: la prima può essere venduta a partire dal 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia, la seconda, dal 1° gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia e deve aver fatto almeno sei mesi in botti di rovere. Poi vi sono dati più tecnici, che riguardano l’alcol minimo (12° e 12,5°, rispettivamente) e l’estratto non riduttore minimo, 24 g/l per la prima, 25 g/l per la Superiore. Ambedue le tipologie possono utilizzare fino al 10% di altri vitigni rossi (mentre il Nizza è basato al 100% sul Barbera).
Qualche cenno sulle sensazioni sensoriali. La Barbera d’Asti ha colore rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento; profumi intensamente vinosi, che si arricchiscono di note speziate nella versione Superiore, grazie al passaggio nel legno; sapore asciutto ma generoso, spesso rotondo, che acquisisce note più complesse e vellutate con l’invecchiamento, unite a un maggior vigore.
Il tasting del 1° dicembre ha riguardato 19 vini (tutti 100% Barbera), suddivisi in 4 serie di assaggi: 7 Barbera d’Asti Docg 2016 e 12 Barbera d’Asti Docg Superiore, sempre dell’annata 2016.
Tra le prime 7 (Ricossa; Garone Evasio; Viticoltori Associati di Vinchio & Vaglio Serra; La Solista, di Caudrina; Anno Domini, di Terre Astesane; Le Orme, di Michele Chiarlo; Camp du Rouss, di Coppo) le preferenze sono andate a La Solista di Caudrina (vinificato con macerazione a freddo di 24/36 ore, poi malolattica, affinata 4 mesi in bottiglia. 6mila bottiglie): intensamente fruttata (marasca, prugna), bella struttura, morbida, equilibrata ma anche vigorosa. E al Camp du Rouss di 
Coppo, una Barbera che forse poteva essere annoverata fra le Superiori, visto i 12 mesi trascorsi in barrique di rovere francese (70mila bottiglie). Molto strutturata e complessa nei profumi e al palato, ma di grande morbidezza e personalità.
Le altre 12 Barbera d’Asti, 2016, ma della tipologia Superiore: 175 Vendemmie, di Family Winery Berta Paolo; Cremosina, di Bersano; Rive Il Cascinone, di Araldica Castelvero; Alfiera, di Marchesi Alfieri; Ciresa, di Marenco; Epico, di Pico Maccario; RossoMora, di Tenuta Bricco San Giorgio; Le Rocchette, di Olim Bauda; Sichel, di Franco Roero; Bricco Paradiso, di Tenuta Il Falchetto; Genio, di Gianni Doglia; e Passum, di Cascina Castlèt.
Ecco i preferiti. Rive Tenuta Il Cascinone di Araldica Castelvero. Vinificata in acciaio, malolattica compresa, è stata affinata per un anno e più in tini di legno per 3/4  e per il resto in barrique, per poi restare 6 mesi in bottiglia. Prodotte 45mila bottiglie. Vino molto fresco, fruttato, che unisce ai consueti sentori di amarena e prugna, anche alcune note tostate e persino cioccolatose; in bocca, ricco, ancora fruttato ma con sfumature speziate, tannino fine ed equilibrata acidità.
Le Rocchette di Tenuta Olim Bauda. Vinificato in acciaio, fa 18 mesi in botti grandi e 6 mesi in bottiglia. Prodotto in 25mila bottiglie. Al profumo di prugna si aggiunge un lieve speziato e una spruzzata di cacao. In bocca: strutturato, potente ma equilibrato e morbido, finale lungo.
Passum di Cascina Castlèt. Dopo la vendemmia le uve in cassettine forate vengono fatte leggermente appassire nel fruttaio, ampio locale aerato. Vinificata con macerazione di 2/3 settimane, quindi maturazione per metà in grandi botti e per l’altra metà in barrique per circa 9 mesi. Affinamento in bottiglia per altri 6 mesi. 30mila bottiglie. Sempre i sentori di prugna al naso, integrati da quelli del ribes; in bocca, generoso, di buona morbidezza, caldo ed elegante, anche sapido. Bella l’etichetta serigrafata e cotta sul vetro, che simboleggia la lettera phi  (fi) greca o anche un mandala, simbolo del cosmo induista.
Tutti vini inconfondibili, nella tipologia Barbera d'Asti, che lasciano un'impronta indelebile nel ricordo organolettico di chi le assaggia, proprio come il nuovo logo del Consorzio: un'impronta digitale a forma di calice.

Info. Consorzio per la tutela dell'Asti, www.astidocg.com. 
Consorzio tutela Brachetto d'Acqui, www.brachettodacqui.com. 
Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato, www.viniastimonferrato.it Associazione Produttori del Nizza, www.ilnizza.net

giovedì 6 luglio 2017

Nissa dla Paja, non la superba Nice della Costa Azzurra. Ma qui, intorno alla cittadina monferrina, è il vino a essere superbo. Semplicemente, orgogliosamente: Nizza

Bottiglie di Barbera d'Asti Superiore Nizza: con l'annata 2014 il vino non è più sottozona,
 ma diventa autonomo, come Nizza Docg

Poker d’assi di Nizza. A Nizza. No, non siamo al Casinò di Nizza-Nice, sulla Costa Azzurra, patria di Garibaldi, ma a Nizza, vicino alle dolci colline del Monferrato, nell’Astigiano. Qui, pochi giorni fa, l’Associazione Produttori del Nizza Docg, Barbera in purezza, ha presentato 15 vini dell’annata 2014 (uno, in verità, già del 2015) in un wine tasting azzeccato e “colto”, per la mole d’informazioni che l’hanno accompagnato. Poi, la sera, grande festa con i produttori nel giardino di Palazzo Crova (sede dell’enoteca regionale e del ristorante-vineria La Signora in Rosso), con quattro valenti chef del territorio, che hanno cucinato ognuno un suo piatto da abbinare ai Nizza. Così, Piero Bicchi de I Caffi di Acqui Terme ha presentato un Cheese cake di faraona con vellutata di verdure (voto: 7,5). Walter Ferretto de Il Cascinale nuovo di Isola d’Asti, la Lasagnetta verticale al Parmigiano e zucchine, ragù speziato di galletto, strepitosa (voto: 10); Mariuccia Roggero Ferrero, del San
Cena festosa a palazzo Crova per il Nizza 2014
Marco di Canelli, la Guancia di fassona cotta morbida, salsa al Nizza, polenta croccante di mais, molto buona (voto: 8,5). Dulcis in fundo, Massimiliano Musso, del Ca’ Vittoria di Tigliole, una audace Rivisitazione del Bunet (voto: 7,5).
Nata il 1° Luglio, è il nome della manifestazione, giunta alla seconda edizione. Con l’inizio dell’estate si vuole festeggiare la nascita del vino Nizza, ufficialmente in commercio con l’annata 2014, invecchiato almeno 18 mesi (dal 1° gennaio successivo alla vendemmia), di cui almeno sei in legno. Per il Nizza Riserva i tempi si dilatano sino a 30 mesi, di cui 12 in legno.
Ma che cos’è questo Nizza, di cui fino a poco tempo fa non esisteva che una sottozona, sconosciuta ai più?  È il cuore pulsante, si potrebbe dire, della più vasta zona della Barbera d’Asti Docg. Il vino nasce nel 2000 , appunto come sottozona della Barbera d’Asti Doc Superiore; nel 2008 alla Barbera d’Asti viene riconosciuta la Docg. Con la vendemmia 2014 nasce la Docg Nizza: solo il nome del territorio per qualificare una Barbera d’eccezione. Il relativo disciplinare, già più restrittivo nella sottozona rispetto alla Barbera d’Asti “normale”, lo diviene ancor più con la conquistata Docg autonoma. Ora l’uva utilizzata dev’essere barbera al 100% (era il 90%). La resa per ettaro rimane a 70 q.li (ma per il Barolo, per esempio, è a 80) e si abbassa a 63 per il Nizza Vigna  (se cioè si vuole citare uno specifico cru riconosciuto da cui nascono le uve). Il territorio del Nizza, infine, è ridotto: 17 comuni, intorno a quello di Nizza, mentre la Docg Barbera d’Asti, ne comprende 169.

Per mantenere alta la qualità del Nizza, i 47 vignaioli che al momento aderiscono all’Associazione produttori vengono convocati una volta l’anno per una degustazione alla cieca dei loro vini. I risultati individuali vengono poi inviati dal segretario comunale in busta chiusa a casa di ognuno. Che così ha la possibilità di provvedere eventualmente a migliorare il vino.
L’Associazione produttori del Nizza ha fatto un’analisi minuziosa della zona di produzione individuando quattro tipologie di terreni, e censendo gli andamenti climatici delle varie annate, che riporta in un suo opuscolo piuttosto chiaro ed esauriente. Basti dire che le colline del Nizza si elevano tra i 150 e i 350 metri, con elevate profondità del suolo utili alle radici. Solo nelle zone sabbiose, in annate scarse di pioggia, il fattore idrico può farsi problematico, pur attenuato dalla presenza del
Battuta di fassone e flan di asparagi
del ristorante Tra la terra e il Cielo
limo.
Da notare la recente istituzione della Strada del Nizza (fa parte della Strada del vino Astesana), che lungo 40 km tocca molti dei punti più interessanti del territorio, a cominciare da Nizza e proseguendo poi per Castel Boglione, San Marzano Oliveto, Moasca (raccomandabile una visita al Castello trecentesco, di cui rimangono due torri imponenti e alcune mura, con una mostra di opere di artisti famosi, a rotazione, provenienti dalla collezione Davide Lajolo; e il ristorante Tra la Terra e il Cielo, al suo interno, di generosa cucina territoriale, che non disdegna però qualche riuscita puntata marinara). Sempre nel territorio di Moasca, da non perdere una delle due Big benches, le grandi panchine-opera d’arte del noto designer Chris Bangle; la seconda si trova a Castelnuovo Calcinea, cui si giunge dopo una tappa ad Agliano Terme: anche qui, una torre antica, lo splendido panorama dell’Astesana e due sorgenti termali di acqua salso-magnesica: Fons Salutis e Fons San Rocco. Basta non esagerare con l’acqua (fa venir le rane allo stomaco, dice un vecchio adagio popolare). Dunque, torniamo al vino.
Una degustazione di quindici bottiglie, seguita in un secondo tempo dall’assaggio conviviale di altre 5 o 6, non è comparabile a quelle professionali eseguite dalle varie associazione di categoria o nei concorsi. Ma da questa esperienza ho scelto a mio pur sindacabile giudizio, quattro vini che si elevano sugli altri. Tutti del 2014, un’annata altalenante nell’andamento climatico, che ha portato, a detta degli esperti, a una maturazione delle viti non ottimale in agosto, corretta in parte a settembre da un tempo più stabile. Una ragione in più per rendere onore al merito di chi è riuscito a produrre vini non solo corretti, ma fuori dal comune.
Ecco i magnifici quattro.

PianoAlto, Nizza Docg 2014, prodotto da Bava. Colore rubino intenso, profumi floreali e anche di piccoli frutti (mirtilli, “bosco”); sapore ricco, complesso, pur fresco; qualche increspatura tannica, che si attenua e anzi si fonde mirabilmente quando il vino viene accostato a un piatto di carne salsata, come il roston, brasato di sanato e tartufo.
Circa 12mila bottiglie, sui 15 € l’una.
La barbera per questo vino proviene dalla vigna più vecchia della Cascina PianoAlto di Crena, ad Agliano. Il vino matura in fusti piemontesi da 15 hl, in legno nuovo, poi viene imbottigliato direttamente dalla botte senza subire processi di flitrazione.
Az. vitivinicola Bava, strada Monferrato 2, Cocconato d’Asti, www.bava.com



Cipressi, Nizza Docg 2014, prodotto da Michele Chiarlo.  Colore porpora/rubino; profumi netti di frutti di bosco, che si evolvono in aromi speziati (chiodo di garofano), con accenni mielati e di tabacco. In bocca è pieno, quasi polputo, con bei tannini tendenzialmente dolci e un accenno minerale, che dona sapidità. Da abbinare a una pasta con ragù di pollame o coniglio; anche a vitello tonnato (in questo caso, un po’ più fresco, sui 15°).
Circa 25mila bottiglie, sui 14 €.
L’uva è quella del vigneto del podere La Court di Castelnuovo Calcea (noto anche per il suo Parco artistico Orme su La Court), il cui terreno è ricco di magnesio. Da queste vigne nasce anche il Nizza Vigna Veja, una versione più complessa ed elitaria del Nizza Cipressi.
Michele Chiarlo, strada Nizza-Canelli 99, Calamandrana, www.chiarlo.it



Nizza Docg 2014, prodotto da Olim Bauda. Colore rosso porpora; profumi di frutta rossa (dal lampone al ribes), lievi di ginepro e rosa. Sapore fresco, avvolgente, con tannini piuttosto soffici. Da accostare, in via elettiva, a un bello stinco di maiale con patate.
Circa 12mila bottiglie, sui 27 €.
Selezione manuale delle uve nella stessa tenuta in cui ha sede la cantina; fermentazione in tini d’acciaio, poi maturazione in botti di rovere da 25 hl, per 2,5 anni. Ulteriore affinamento in bottiglia.
Tenuta Olim Bauda, strada Prata 50, Incisa Scapaccino, www.tenutaolimbauda.it




Dedicato, Nizza Docg 2014, prodotto da Villa Giada – Andrea Faccio. Colore porpora/rubino; profumi intriganti di frutti rossi (mora, ciliegia sotto spirito), spezie, leggero sentore di caffè. Sapore fresco, corpo e struttura evidenti, tannini pure evidenti ma sottili, finale sapido. Coppa di maiale arrosto e bollito misto alla piemontese fra i piatti più raccomandabili per l'abbinamento.
Circa 5mila bottiglie, sui 26 €.
Dal vigneto della Cascina Dani di Agliano Terme una selezione di uve da viti ultrasettantenni, con rese abbassate a 50 q.li per ettaro. Vinificazione in acciaio e maturazione in piccole botti di rovere francese da 300 litri per circa 20 mesi, poi lungo affinamento in bottiglia.
Villa Giada –Andrea Faccio, regione Ceirole 10, Canelli, www.andreafaccio.it
      

sabato 27 febbraio 2016

Rossi di’inverno / Dalle Alpi alle Piramidi…etnee

Bacco d'inverno è triste…ma si consola con un bel calice di rosso
(quadro di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio)

In questo mezzo inverno, che ancora non sa di primavera, rimane la voglia di vini gagliardi, robusti. Ma forse anche di rossi un po’ fuori dagli schemi consueti dei Barolo/Brunello/Amarone, di cui in queste settimane si celebrano le anteprime di un’annata, il 2015, che sembra essere straordinaria. Grandi vini, per carità, anche meno austeri di un tempo, ma non sempre con un rapporto equilibrato fra qualità e prezzo, che rimane, quest’ultimo, piuttosto alto.
Ecco allora una panoramica di rossi di grande qualità o anche solo soddisfacente, ma dall’ottimo rapporto con il portafoglio. Certo, più il costo è elevato, più la qualità dev'essere all'altezza...

Autoctono e figlio di dei maggiori? Sì e no. Perché l’Albarossa, vitigno e vino piemontese, è ancora abbastanza sconosciuto ai più. I suoi genitori si chiamano Barbera e Nebbiolo. Cresciuto dapprima esile, oggi è una piccola ma bella realtà, si fregia della Doc e conta una trentina di produttori delle provincie di Alessandria, Asti e Cuneo. Il creatore del “nuovo” vitigno fu Giovanno Dalmasso, nel 1938, che incrociò un tipo particolare di Nebbiolo con la Barbera. Per decenni si trattò solo di un interessante esperimento quasi dimenticato, poi alcuni produttori, resisi conto delle potenzialità dell’Albarossa, iniziarono a vinificarlo seriamente. Fra essi spicca Michele Chiarlo di Calamandrana, (Asti), con la sua Albarossa Montald. Il vitigno è a maturazione tardiva e abbina l’alcolicità elevata a una giusta acidità e buona intensità di colore, il classico rubino con sfumature viola. Si avvertono prevalenti sensazioni fruttate, ma anche floreali, e speziate (tabacco). Bella struttura, velluto, armonia. Da abbinare a formaggi stagionati, carne alla griglia o al forno, arrosti. 
▣ Montald Albarossa Piemonte Doc 2012, Michele Chiarlo. www.michelechiarlo.it. 
Prezzo: 12-15 €.

Nord-est, ovvero Veneto, una delle regioni più prolifiche per quantità di vino e con una perla mondialmente riconosciuta, l’Amarone. Un suo parente stretto in grande spolvero negli ultimi anni, è il Valpolicella Ripasso. Quello de La Collina dei ciliegi di Grezzana (Verona), ) di colore rubino, già con riflessi granati, bei sentori di prugna e ciliegia e poi di spezie dolci, in bocca risulta sapido, secco con una sua eleganza, quasi vellutato. Ma come si fa il Ripasso? Procedendo a una seconda fermentazione sulle vinacce dell’Amarone e del Recioto. Il vino acquisisce così carattere e morbidezza. Le uve sono Corvina veronese, Corvinone e Rondinella. La maturazione si svolge per 9 mesi nel rovere, poi ancora 6 mesi in bottiglia. 
▣ Valpolicella Ripasso Superiore Doc 2013, Collina dei ciliegi. www.lacollinadeiciliegi.it. 
Prezzo: 22- 25 €.


Alauda è la colomba, pardon l’allodola (dal latino alauda, alaudae) tirata fuori dal cilindro dal “prestigiatore” Ruffino per conquistare il mercato d’alta gamma del vino. Ci può riuscire? Vediamo. Per ora solo poche bottiglie numerate (4.800) e un prezzo elevato (80 €). Per differenziarsi da vini di pregio che sono già in portafoglio, certo di gran qualità ma relativamente austeri quando la base è il Sangiovese (Chianti, Brunello, Vino Nobile), l’enologo Gabriele Tacconi e l’a.d. Sandro Sartor hanno escluso il pur nobile vitigno toscano. E puntato se non tutto, molto sul Cabernet: attenzione, Franc, non Sauvignon, e su cloni della Loira (piuttosto diversi da quelli bordolesi). Qui infatti il Franc si caratterizza per colore poco intenso, una certa carenza di acidità, le note erbacee e tannicità limitata. Ma nel vigneto Rapale delle tenuta di Poggio Casciano, dal particolare microclima, con un suolo povero e argilloso, la pianta raggiunge un ottimo equilibrio vegetoproduttivo, con buon contenuto di zuccheri e ancor più ridotta acidità, minori note vegetali a vantaggio della morbidezza dei tannini. La vendemmia manuale, per l’annata 2011, è iniziata il 5 settembre con il Merlot, l’altra uva che entra paritariamente (al 45 %) nel connubio. Una settimana dopo è stata la volta del Cabernet e quella successiva del Colorino, presente al 10% per dare più colore al vino e accrescerne la morbidezza. In cantina si è proceduto con pratiche come la follatura (reimmersione delle vinacce nel mosto in fermentazione) e rimontaggi per un mese circa; poi alla conversione malolattica (l’acido malico, aspro, si trasforma in acido lattico, più delicato).

L’Alauda trascorre due anni in piccole botti di rovere (delle foreste francesi di Allier e Tronçais) di primo e secondo passaggio e sei mesi di affinamento in bottiglia. Risultato: un vino di grande personalità, cremoso, morbido, suadente, con note fruttatate (prugna), balsamiche (ginepro) e un sentore curioso, che richiama certi formaggi erborinati (più lo Stilton che il Gorgonzola). Al di là di qualsiasi disamina tecnica, indubbiamente un grande vino, esclusivo, per ora, per numero di bottiglie e prezzo, ma alla portata di qualsiasi palato, per la piacevole complessità (e non è un ossimoro!) della beva.
▣  Alauda,  Toscana Igt 2011, Ruffino,  www.ruffino.com. Prezzo: 80 €.

Syrah e Nero d’Avola, due vitigni “siciliani” che per una parte della critica enologica sono nell’occhio del ciclone. Chi critica il primo per essere alloctono, chi il secondo per essere “troppo” autoctono, in definitiva snaturato: tutt’e due per essere prodotti con risultati organolettici troppo simili a quelli di qualche altro vitigno internazionale, come Merlot e Cabernet.
Facciamocene una ragione e badiamo, volando più un basso, principalmente alla piacevolezza.
Prezzo conveniente e bevibilità senza pensieri sono proprio il marchio di fabbrica di una grande cooperativa come la Settesoli di Menfi (Agrigento), che sfodera 25 milioni di bottiglie ogni anno, da vitigni autoctoni e internazionali, in generale vinificati in purezza. Fra le poche eccezioni, il Seligo Rosso 2014 (circa 60mila bottiglie), mix paritario di Nero d’Avola e Syrah, appunto: colore rubino scuro, profumi in cui risaltano la prugna, la ciliegia  e il ribes , sapore caldo e scorrevole con qualche nota salina, di piena soddisfazione. D’elezione con formaggi semistagionati, maialino in agrodolce.
▣  Seligo, Sicilia Rosso Doc 2014, Cantine Settesoli, www.settesoli.it . Prezzo: 6-7 €.

Grande Syrah in purezza sulle Madonie, a mille metri circa d’altitudine, vista sull'Etna, montagna e vulcano su cui qualche anno fa un'egittologa francese scoprì una serie di piramidi in pietra lavica. Dove? A Gangi (Palermo), paese di circa 7mila anime, ma noto per alcune qualifiche - Comune gioiello d’Italia, Borgo dei borghi, fra i “Plus beaux villages de la terres” - balzato a improvvisa notorietà qualche tempo fa, quando il sindaco mise in vendita case abbandonate nel territorio a 1 €.
Costa di più (20 €), il vino S ’14, Syrah Terre Siciliane Igp, della Tenuta San Giaime. Come risponde il proprietario Salvatore Cicco (imprenditore milanese nato a Gangi), a severa richiesta di giustificazione, sulla scelta di un vitigno “straniero” in purezza e sul prezzo relativamente alto? Con la leggenda e con la scienza.
Leggenda. Sarebbero stati i pellegrini provenienti dal Medio Oriente e diretti a Santiago di Compostela in Spagna, passando dalla Sicilia per raggiungere la Via Francigena, a transitare proprio dal territorio di San Giaime, a Gangi. Giaime risulta essere la traduzione dialettale dello spagnolo Jaime, variante di Santiago, che identificano il nostro Giacomo. Tra i doni dei pellegrini, per riconoscenza all’ospitalità dei locali, vi erano anche barbatelle del vitigno Syrah, originario della Persia. Verità. Da circa un secolo
Filetto di maiale alla mela
con il Syrah Tenuta San Giame
il padre dell’attuale titolare e prima il nonno, coltivavano in zona il vigneto. Nel 2006, dopo un periodo di abbandono, Salvatore Cicco, con il cognato cantiniere e il figlio Alessio, reimpiantano il Syrah nella proprietà di famiglia e con l’aiuto del consulente Gianfranco Cordero iniziano dopo alcuni anni a produrre poche bottiglie di Syrah di montagna in purezza. Il sovescio in vigna è l’unico “concime” utilizzato, eventualmente d’estate poco zolfo (max 45 mg/lt di solforosa, normalmente si può arrivare anche a 160). Raccolta manuale in cassette, fermentazione spontanea su lieviti indigeni, affinamento in serbatoi tronco-conici di cemento e in barrique per un totale di 9 mesi, più altri tre in bottiglia. Solo 4.500 bottiglie vendute in loco e in poche enoteche, fra cui la Serio di Cefalù e il negozio bio Santé di via De Amicis a Milano. Non proprio a caso: infatti San Giame è in via di riconversione biologica, sarà pienamente bio con la prossima vendemmia. Qualche bottiglia si può trovarla anche nelle cantine di alcuni ristoranti di nome, dal Trussardi alla Scala di Milano all'Hunt & Fish Club di New York, all'Antica Osteria del Ponte di Tokyo. I profumi sono fruttati, non solo di frutta  rossa, ma anche secca, come le mandorle, mentre in bocca è fresco, morbido e leggermente speziato, con giusta tannicità per poterlo abbinare a tavola con piatti come il macco di fave, spaghetti alla Nerano (con zucchine e Provolone del Monaco), salsiccia alla brace, filetto di maialino alla mela, piatto d’eccellenza del ristorante Enoteca Viola di Milano (www.violaenoteca.com), ove si può gustare l’S ‘14  e un’interessante selezione di altre buone bottiglie italiane e francesi, anche al bicchiere.
▣  S ‘14, Syrah Terre Siciliane Igp, Tenuta San Giaime, www.tenutasangiaime.it. Prezzo: 20 €.