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lunedì 22 giugno 2026

Bianco o rosato? Rosso o aranciato? Ecco I magnifici 7 per l’estate, dalle Alpi all'Etna, dal Piemonte all'Alsazia

 

Vigne al tramonto.

Bianco, rosato, rosso: sono questi i colori classici del vino, con tutte le sfumature possibili. La più originale delle quali è probabilmente l’arancio. Con un’apparente stranezza. Anzi due. Che gli Orange Wines in realtà derivano da uve bianche. E che, a volte, sono più “bianchi” che...orange.

Ecco dunque alcune proposte per l’estate, ma anche per ben oltre. Qualcuno potrebbe stupirsi che vi siano inclusi anche un paio di rossi. Si tratta però di vini particolari e comunque, parlando in generale, i rossi non eccessivamente tannici sopportano bene una temperatura di servizio più bassa dei canonici 18°, anzi sono spesso più apprezzabili se bevuti freschi.

 

Un bianco...aranciato (ma non nel colore!)

Lidris Zal, radice gialla in friulano, si riferisce, ma solo simbolicamente, al rafano, la radice piccante tipica del Nord-Est. Infatti il vino non ne ha i sentori, mentre invece rimanda a toni fruttati, agrumati in particolare. È un bianco non flirtato, dunque leggermente velato nel suo bel colore dorato con riflessi ambrati (se fossero più accentuati si parlerebbe quindi di un orange). 

Il vino è fatto con la stessa tecnica di un aranciato, ma tenendo per così dire il piede sul freno. Le uve Friulano (50%), Ribolla gialla (30%) e Malvasia (20%) vengono vinificate lentamente con una macerazione delle bucce di una quarantina di giorni, a 14° e fermentazione spontanea grazie all’uso di lieviti indigeni. Poi viene imbottigliato per un affinamento di circa 6 mesi nel vetro. Niente botti o anfore dunque, perché Lidris Zal è stato pensato “come un macerato di primo approccio”, di facile comprensione e versatile nell’abbinamento. Lo producono i fratelli Cecchetto nella loro azienda Aganis, dei Colli orientali del Friuli.

Lidris Zal, Bianco non filtrato, Venezia Giulia Igt  2024, Aganis. Prezzo: 19 € (in enoteca)

All’occhio, giallo dorato con decisi riflessi ambrati; al naso, frutta matura, anche disidratata, come mango, albicocca, arancia, erbe officinali, spezie dolci. In bocca, sapido, profondo, con sentori tannici vellutati, finale lungo e “minerale”.

Abbinamenti. Spaghetti coi lupini, acciughe sott’olio e bottarga; Risotto alla pescatora; Bouillabaisse. Fra i secondi: Fritto misto di pesce; Baccalà mantecato; formaggi erborinati; piatti asiatici, come Pollo Kung Pao e Ramen speziato.

Info. Aganis, via Cocul 2, Treppo Grande (Udine), tel. 0422.855885, www.aganis.wine 

 

Bollicine in rosa

L’Incrocio Manzoni Rosa 1.50 è un vitigno raro ottenuto dall’unione fra Trebbiano romagnolo e Traminer aromatico (1,50 segnala la parcella agricola o la posizione progressiva registrata a suo tempo in un apposito quaderno). Luigi Manzoni è stato uno storico genetista della Scuola enologica di Conegliano Veneto; creò questo, come altri incroci viticoli, negli anni Venti del Novecento. 

Le bucce delle uve sono proprio rosate e da esse il vino prende il colore dopo una macerazione di circa otto ore. I vigneti sono coltivati secondo l’altrettanto raro sistema di coltivazione detto a Bellussera, con alti pali di sostegno a raggera, collegati da fili di ferro con quattro viti per ognuno, che si espandono verso l’alto. Storicamente, era stato adottato per coltivare nell’ampio spazio al di sotto foraggio e ortaggi. La Bellussera da una decina anni è stato riportato in auge per alcuni vini prodotti dall’azienda trevigiana Ca’ di Rajo. 

Dopo la macerazione e la trasformazione in vino fermo si procede alla presa di spuma in autoclave per circa due mesi. Ne risulta uno spumante con un residuo zuccherino di 11 ÷ 14 grammi/litro e una

gradazione alcolica moderata, di 11°.

Manzoni Rosa Spumante Extra Dry, Ca’ di Rajo. Prezzo: 9,50 €.

Rosa tenue, ma brillante alla vista; all’olfatto delicato, aromatico con sentori di lampone, agrumi, rosa appassita e frutta matura; al palato, fresco, morbido con un accenno abboccato all’inizio, che si fa sapido sul finale, con il sorso più asciutto e un ritorno delle sensazioni agrumate.

Abbinamenti. Eccellente vino da aperitivo con stuzzichini, accompagna degnamente antipasti come gli involtini di melanzane con olive, mozzarella, basilico e salsa di pomodoro; o una tartare di avocado e barbabietole; o, ancora, un piatto di salumi di sapore “delicato”, come la Mortadella Bologna, il Prosciutto cotto o la Culatta. Fra i primi o piatti unici: Pizza farcita con formaggi freschi; Trofie con zucchine e gamberi; Linguine alle cozze e fiori di zucchina. Fra i secondi: Pesce spada con olive, capperi, passata di pomodoro leggera e origano; Orata al cartoccio; Insalata di polpo.

Info. Ca’ di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885, cadirajo.it 

 


Salmone brillante è la tonalità del Crémant d’Alsace Rosé del Domaine Reyser. Da uve 100% Pinot noir, coltivate biologicamente ed elaborato secondo il metodo champenois. E maturato sui lieviti per ben tre anni (i Crémant francesi possono sostare in bottiglia per la presa di spuma anche solo 9 mesi). La maison è stata fondata nel 1963 da Hubert e dal 2007 è guidata dal figlio Lionel - studi in biologia e ambiente. Quindici ettari di terreno sono coltivati in agricoltura biologica, un decimo dei quali sono situati sul Grand cru Steinklotz di Marlenheim. Un’azienda vitivinicola strettamente familiare e di gran qualità.

Crémant d’Alsace Aoc brut rosé, Domaine Hubert Reyser. Prezzo: 18-20 €.

Rosa salmone, con perlage fine; al naso, netti sentori di melograno e fragoline di bosco e, più tenui, di lime. In bocca, secco, croccante, fresco, sapido con un finale leggermente ma piacevolmente amarognolo. 

Abbinamenti. Buon aperitivo; particolarmente adatto ad antipasti di crudité marine, piatti di pesce non troppo salsati, crostacei crudi e cotti: fra gli altri, Blini con uova di salmone; Penne alla crema di scampi; Risotto alle cozze e gamberi. 

Info. Domaine Hubert Reyser, 26 rue de la Chapelle, Nordheim, Francia, tel. 0033 (0)695104622, www.domainereyser.com (distribuito in Italia da Ca’ di Rajo).

 


“Profondità espressiva e freschezza alpina”: ecco una sintesi azzeccata per il Lagrein Rosé dell’altoatesina cantina Hofstätter. I terreni viticoli della zona di Termeno (dove ha i suoi vitigni la tenuta) sono argillosi, ma anche ghiaiosi e sabbiosi ed è qui che vengono coltivare le uve Lagrein che, nel caso specifico, e in certe annate vengono mixate con piccole percentuali di Merlot. Dopo la vendemmia gli acini sono lasciati macerare a freddo sulle loro bucce per una giornata, onde estrarne le sostanze coloranti: daranno al vino il suo caratteristico colore rosato. 

La fermentazione e maturazione successive hanno luogo in tini d’acciaio inox per circa cinque mesi; segue un breve affinamento del vino in bottiglia.

Lagrein Rosé Alto Adige Doc 2025, J. Hofstätter. Prezzo: 12,50 €.                   

Rosa intenso brillante tendente al lampone; al naso, sentori di ciliegia, frutti di bosco, di fiori ed erbe montane. Al palato, fresco e vibrante, bilanciato da sensazioni vellutate; di succosa persistenza.

Abbinamenti. Tartare di gamberi; Carpaccio di salmone, fra gli antipasti. Primi piatti: Risotto ai gamberi rossi e lamponi; Penne ai fiori di zucca e pepe rosa. Secondi: Trota salmonata al cartoccio; Coniglio in umido; Pollo tandoori; Scaloppine al vino rosato; Galletto al forno.

Info. J. Hofstätter, piazza del Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.850161, www.hofstatter.com

 

Mille anime sul versante orientale dell’Etna: il paese di Milo si trova sospeso a 750 metri fra il mare e il vulcano. Microclima ideale per la coltivazione delle viti, che allignano in terreni costituiti da un mix di materiale organico e di ceneri laviche: gli sbalzi termici fra giorno e notte possono spingersi fino a 20°, favorendo lo sviluppo di sapori e profumi nelle uve.

Cantine Iuppa coltiva le sue viti su sette ettari, con metodo biologico, dando la prevalenza a quelle di tradizione, come Carricante, Catarratto e i due Nerello, Cappuccio e Mascalese. Da quest’ultimo, in contrada Salice, nasce il rosato Ata. Subito dopo la vendemmia settembrina del Mascalese in purezza i grappoli interi vengono passati alla pressa soffice; il mosto si separa per decantazione statica a freddo e la fermentazione, dopo la separazione delle bucce che hanno conferito il colore tipico, ha luogo in tini d’acciaio alla temperatura controllata di circa 15°. Il vino matura lentamente, sempre in acciaio e si affina poi nel vetro. 

Ata, Etna rosato Doc 2024, Cantine Iuppa. Prezzo: 23,50 €.

Il colore è un bel rosa tenue – buccia d cipolla, che ricorda quello di molti provenzali. I profumi sono floreali (petali di rosa su tutti) uniti ai fruttati: lamponi, fragoline, ciliegie, con qualche sentore minerale. In bocca: fresco, elegante e sapido, anche agrumato e minerale.

Abbinamenti. Carpaccio di ricciola; ostriche e crudité marine; caponatina di melanzane fra gli antipasti. Primi: Busiate al pesto trapanese; Spaghetti cozze e vongole con pomodoro. Secondi: Cous cous di pesce; Gamberi alla griglia; Coniglio alle erbe.

Info. Cantine Iuppa, via Salice 27, Milo (Catania), tel. 095.7210583, cantineiuppa.it


 

Rossi in una sera d’estate

Troppi segreti per il gusto di chi scrive. Ma il vino, ciononostante, è gustoso. E allora? 

Vediamo. L’hanno chiamato Rosso Mosso Helena e Alois Clemens, figli di Alois Lageder dell’omonima cantina altoatesina, vocata da sempre all’agricoltura biologica-biodinamica. 

Bollicine fini e continue e accenni di tannini. Ma di quali vini è composta la cuvée? Di quali annate? Non si sa. Segreti di stato; pardon, di famiglia. E di cantina. Vitigni a bacca rossa, questo è certo, probabilmente con la presenza di Lagrein e/o Schiava, conferite da viticoltori di fiducia di bassa e media collina, per quello che viene definito in maniera sbarazzina come un “mix selvaggio”.

Si tratta comunque di un rosso brut spumantizzato con il metodo Charmat (o Martinotti che dir si voglia), pensato come un vino da bere ben fresco, da aperitivo e poi magari lungo un pasto di non eccessivo impegno. L’etichetta della bottiglia, accattivante, ha al centro una medusa fluttuante circondata da altre fantasiose figure marine, opera dell’artista finlandese Klaus Haapaniemi. 

Da assaporare a 8-10°.                                                                                                     

Rosso Mosso, Vino Spumante rosso Extra Dry, Alois Lageder. Prezzo: sui 15 €.

Alla vista, perlage fine, con fontanella non molto persistente; colore rubino scarico ma brillante. Al naso, bel bouquet fruttato da cui emergono appunti frutti di bosco, con un accenno vegetale, di rabarbaro. In bocca, sapido, succoso, molto equilibrato nella sua fresca vivacità: veramente piacevole.

Abbinamenti. Pensato come un vino da...apericena, dunque con focacce, pizzette e così via, si accompagna bene anche a salumi tirolesi, come lo Speck, o friulani, come i prosciutti di San Daniele e di Cormons (leggermente affumicato). Poi, verdure e carne alla griglia e piatti asiatici come gli Yakitori (spiedini giapponesi di pollo alla brace) e i Gyoza, anch’essi tipici del Sol Levante (ravioli ripieni di carne e verdure aromatizzate, cotti prima in padella e poi al vapore e serviti con una salsa orientale in cui intingerli).

Info. Tenuta Alois Lageder, Magré sulla Strada del Vino (Bolzano), tel. 0471.809500, aloislageder.eu (per la degustazione e acquisto, se in loco, ci si può rivolgere alla Vineria Paradeis, via Casòn Hirschprunn 1, Magrè, tel. 0471.809580).

 

Dosio, vigneti di alta collina a La Morra, nelle Langhe, produce quattro Baroli, un Barbaresco e poi Nebbiolo, Barbera Superiore, Dolcetto, per nominare solo alcuni rossi (ma sono da provare anche i bianchi Langhe Riesling  e Roero Arneis. Ne parliamo più approfonditamente? 

E invece no. Siamo in estate, quindi ci concentriamo su un rosso più comune, quello piemontese per antonomasia: la Barbera. Non la Superiore, ma una nuova, apparentemente più basic. Concepita per dare il meglio di sé con le calure, essendo gustabile anche a 14°, o addirittura a 12°.

Le sue uve sono coltivate sulla storica collina di Serradenari, 500 metri s.l.m.: significa acidità naturale, freschezza e dinamicità che si trasmettono nel vino ottenuto con fermentazione e maturazione in tini d’acciaio, senza ombra di legno, per meglio valorizzare le potenzialità del frutto. Accanto alla cantina e ai vigneti c’è un relais, sempre di proprietà, l’Antica Dimora Dosio, per sostare  e godere  del panorama langarolo e della sua atmosfera un po’ rarefatta. E da essa prende il nome, appunto:

La Dimora, Barbera d’Alba Doc 2025, Dosio. Prezzo: sui 15 € (in enoteca).  

Alla vista, bel colore rosso rubino con riflessi violetti. All’olfatto, marasca, ciliegia, lampone e altri piccoli frutti di bosco. In bocca, secco, fresco, anche corposo, ma ben bilanciato dall’acidità naturale: scorrevole e gustoso, in due parole.

Abbinamenti. Antipasti: Vitel tonné; Salame cotto; Pancetta arrotolata; Lardo di Colonnata. Ravioli del plin con burro e salvia, risotto con le spugnole o i porcini fra i primi. Fra i secondi: Arrosto di vitello; Tagliata di manzo; poi formaggi di media stagionatura come Raschera e Fontina valdostana. Anche con una saporita pizza: alla diavola per esempio, o con salsiccia e friarielli, o con Mortadella al pistacchio e burrata.

Info. Dosio Vigneti, regione Serradenari 6, La Morra (Cuneo), tel. 0173.50677, dosiovigneti.com 





 


sabato 9 novembre 2024

Rossi d’Italia e di Francia, fra le brume autunnali. Dalla Sicilia alla Linguadoca passando per il Triveneto

 




Le prime brume autunnali, qualche giornata più rigida e le piogge copiose fan venir voglia di lasciar da parte i bianchi estivi e di passare ai vini rossi. È sbagliato? No, i desideri vanno assecondati, ma cum grano salis. Cioè con discernimento. Riguardo a che? Alla temperatura, esterna e interna, al tempo e soprattutto all’abbinamento con i piatti. Ormai è abbastanza noto che, come in estate si possano bere con soddisfazioni vini rossi non troppo corposi o tannici con il pesce, così non c’è motivo di non accostare vini bianchi strutturati a piatti di carne non troppo salsati o di “brevi” cotture. Perline di saggezza popolare che ci portano diritto ai vini rossi. I quali si presentano qui in prima persona all’inclito pubblico dei beventi: si parte dalle Madonie e si arriva alle Alpi e persino Oltralpe. Con, in qualche caso, un piacevole addentellato...bianco.

 

 

Dalla Sicilia...

Sono il Frappato, ho gli acini neri e succosi e sono nato in Sicilia, anche se alcuni fanno risalire i miei antenati alla Spagna del Settecento. La mia terra d’elezione nell’isola è comunque la zona di Vittoria, nel Ragusano: qui, col Nero d’Avola entro nell’uvaggio dell’unica Docg siciliana, quella del Cerasuolo di Vittoria, a cui dono un caratteristico fruttato e, ebbene sì, una certa raffinatezza. In solitudine (qualcuna sostiene splendida) do luogo anche al Sicilia Frappato Doc e al Terre Siciliane Frappato Igp.

Pare che io sia l’ultima creatura di Cortese, una rinomata azienda vitivinicola di Contrada Sabuci, sempre a Vittoria. I tecnici dicono che io nasca da un fenotipo ("l'insieme delle caratteristiche morfologiche e funzionali di un organismo, quali risultano dall'espressione del suo genotipo e dalle influenze ambientali", sostiene una certa Wikipedia: boh, fate un po' voi) selezionato all’interno della stessa azienda. 

I miei grappoli vengono raccolti a mano fra metà e fine settembre e l’uva, dopo una notte in celle-frigo, che la abbassa a 6-8°, viene diraspata e pigiata con ogni riguardo (per fortuna!). Ha luogo quindi la prima fermentazione per una decina di giorni a temperatura controllata, intorno ai 20°, seguita dalla seconda, la malolattica (trasforma l’acido malico in lattico e pare che così diventi più morbido, ricco e fine: evviva!). 

Poi maturo per 4-6 mesi nei serbatoi inox, durante i quali vengono movimentate le cosiddette fecce nobili o fini, che al contrario di quelle grossolane, donano al vino sentori gradevoli. 

Tant’è che, dopo l’imbottigliamento e un ulteriore affinamento nel vetro, una volta stappata la bottiglia e versato nel bicchiere, mi presento di un bel colore rubino brillante, profumo – dicono – soprattutto di fragolina di bosco, seguito da ribes rosso e prugna, spezie dolci e fogliame.                                                                           

Uva Frappato

E ora - ahimè - la fine, ma anche la mia sublimazione: mi si beve! Dicono che io sia fresco, sapido e persistente, ben equilibrato e di nobili tannini. E così nobiliterei, sostengono i sommelier, anche i piatti di pesce, quali Pasta con tonno fresco e pomodorini, Busiata (pasta lunga trapanese) con le sarde rosse, Pesce spada alla messinese, Tonno alla griglia, Alici alla pizzaiola. E ancora, polpette di carne e melanzane, tasca di vitello ripiena, salumi e formaggi saporiti. 

Addio, ma se volete ritracciarmi e saperne di più:

Nostru, Frappato Terre Siciliane Igp 2023 – Vino biologico, 12 € la bottiglia. Società agricola Cortese, C.da Sabuci, Vittoria (Ragusa), www.agricolacortese.com 

 

 

...al Triveneto

Sangue di Giuda. No, ogni tanto faccio confusione sul mio nome, che non è umano in effetti, ma...infernale. Ebbene sì, ho un’anima rabbiosa, non sono facile da coltivare – dicono – un’anima ribelle. E infatti i miei padroni di Ca’di Rajo mi hanno chiamato Sangue del Diavolo! E l’ira, come non potrei averla nella linfa, con quel nome che mi affibbiarono i prima coltivatori: Raboso. 

Sono un purosangue veneto e ho storia bimillenaria, se è vero che Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) mi cita nella sua

Uva Raboso del Piave
Naturalis Historia , collocandomi nel territorio del fiume Piave. Nel Seicento, poi, mi chiamavano Vin Moro, almeno nella Serenissima Repubblica di Venezia e già avevo gran successo, nonostante la mia acidità o forse anche per quella, dato che la stessa mi permetteva di resistere ai lunghi viaggi in mare senza rovinarmi. Ma, con un salto quasi ai nostri giorni, i vostri vecchi mi trovavano all’osteria come rabbioso vino da tavola, servito sfuso o in fiaschi, magari anche frizzante. Finché nel 1971 mi fu affibbiata una espressione che voi chiamate Doc, Doc Piave. E finalmente (ma -grrrr – non so se ne posso esserne lieto) aggiustarono il mio carattere ribelle, tramite varie “cure”. 

Qui a Ca’ di Rajo il 10% delle mie uve vengono fatte appassire dai fratelli Cecchetto su graticci per 40 giorni e poi, trasformate in vino, maturano in barrique per 1 anno. Il restante 90% è già surmaturato in pianta e quindi viene immesso in botti grandi per 2 anni. Quindi, finalmente, ci riuniamo e in conclusione ci cacciano, gentilmente per fortuna, nelle bottiglie.
Allegria! Ora sono pronto per essere versato nei lieti calici. Vedo narici che si chinano sui bordi, voci che sentenziano di aromi di mora, marasca, prugna, accenni speziati fra il pepe e la cannella, finali di cuoio e tabacco (boh, io non ho mai fumato). Alla loro bocca sembra che io appaia secco e di buona 

struttura, però anche morbido e sapido, piacevolmente tannico (i tannini – sostengono i saputelli – sono utilissimi per bilanciare piatti “grassi”, dal sapore intenso, come quelli di selvaggina, carni rosse, salumi, formaggi saporiti). E quindi? Quindi, sommelier ed enotecari spesso mi consigliano su Montasio stagionato oltre 10 mesi; Morlacco del Grappa; Sopressa Veneta; Risotto al radicchio con salsiccia; Bigoli coi rovinazzi (rigaglie di pollo); Stufato di agnello alle prugne; Capriolo al ragù; Grigliate di carne.

Insomma, la compagnia è buona. Ma ecco la mia carta d’identità. Scrivetemi e compratemi, se vi soddisfa...

Sangue del Diavolo, Raboso del Piave Doc 2020, 14,90 € la bottiglia; Ca’ di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), www.cadirajo.it 

 



Ci sono anch’io, ci sono anch’io. Mi volevano cacciare, in quanto bianco, ma io vado benissimo con certi piatti di carne – come il Vitello tonnato, la Suprême di pollo alle erbe, la piccola cacciagione (Tordi o Quaglie allo spiedo, Zuppa di fagianella nella zucca...). Con pesce e frutti di mare sono...poligamo, mi fidanzo e mi sposo più e più volte: per esempio, con i Bianchetti in insalata, la Vellutata di zucchine e vongole, o con un bel Risotto allo zafferano e cappesante; e ancora con Bigoli al ragù di pesce, Branzino in salsa di alici... 

Iconema Tai
Ma, oddiomio, non mi sono ancora presentato. Sono un Tocai, fra i più nobili del mondo, mi si stima, ma in Veneto mi chiamano semplicemente Tai – più veloce (e conforme alle leggi dell’Ue). Iconema è il mio nome e sono un vino della Doc Piave. Dell’ottima annata 2020. Mi fanno vivere i medesimi fratelli Cecchetto del Sangue del diavolo (brrr), in quel di San Polo, dove la mia mamma – l’uva – è stata allevata col particolarissimo e antico sistema della Bellussera, in cui le mie piante, grazie a un’architettura di pali e fili di ferro, crescono in altezza anche di qualche metro. 

Come procedono i miei patron? Le uve vengono tutte raccolte manualmente quasi arrampicandosi per giungere ai grappoli più alti, poi vengono adagiate su graticci ad appassire per 25 giorni, in modo – lo dico in tutta modestia – da esaltare la complessità e l’eleganza che mi contraddistingueranno. Alle quali contribuisce un complesso sistema di maturazione e affinamento in cantina. Infatti, una volta trasformato in vino, vengo diviso in tre parti uguali: la prima viene immessa in botti grandi e barrique, la seconda in tini d’acciaio e la terza in tini di ceramica da 400 litri. Dopo un anno mi assemblano tutto e m’imbottigliano.

Uva Tai del Piave

Ma sono raro. Del 2020 sono state prodotte solo 1200 bottiglie e 110 magnum. Mi attribuiscono un colore giallo paglierino, ma con riflessi dorati; mi si annusa e si avvertono profumi di mimosa, pera, papaya, erbe aromatiche e poi sentori di nocciola, vaniglia e un leggero affumicato. Al palato risulto secco con un’evidente - sento dire – nota salina, epperò anche morbido, strutturato, avvolgente.

Per esteso, mi chiamo Iconema, Tai del Piave Doc e una bottiglia del 2020 costa sui 33 €. Mi produce Ca’di Rajo, di cui trovate più sopra le restanti indicazioni. 

Ciao, anzi S-ciao: ebbene sì, il saluto più popolare in Italia e in molte parti del mondo, deriva del dialetto veneto, da s-ciavo, servo (vostro), a sua volta dal neolatino sclavus.

 

Rosso, sì, però la traduzione del mio aggettivo qualificativo è “scuro”, dunkel in tedesco. Ma c’è anche la versione kretzer, rosato molto apprezzato, mi dicono, già in tempi non sospetti di essere solo una moda. Mi chiamano Lagrein (per favore pronunciatemi “lagrain”, non “lagrein”).

Il mio regno è in Alto Adige, ma sono più internazionale di quanto si possa pensare. Mi credete nordtirolese, cioè austriaco? In realtà sarei nato in Francia e precisamente in Borgogna, nel XIII secolo. Figlio minore del Pinot nero. Ma pare, un po’ misteriosamente, che fino al Settecento fossi perlopiù un buon bianco (“Gueten weissen Lagrein”). Come rosso (rot Lagrein) però sono citato fin dal 1379 in un documento commerciale. Il mio nome potrebbe derivare dalla trentina Val Lagarina, o più anticamente da Lagara, una colonia della Magna Grecia, che corrisponde all’odierna Basilicata.

Sia come sia, oggi sono orgogliosamente altoatesino (anche se ho dei parenti in Trentino). 

Uva Lagrein
Le mie mamme, pardon uve, vengono coltivate nella Vigna Steinraffler (che mi dà il nome), in un pendio sotto la località Sella di Termeno/Tramin, su terreni morenici ghiaiosi, caratterizzati anche da rocce sedimentarie calcaree e depositi vulcanici (quando sento dire e ridire queste parolone dai tecnici, mi vien da esclamare: "Oh! Niente popodimeno che...").

Gli agronomi di Hofstätter, la mia casa madre, spesso discutono tra loro e mi pare dicano parole lusinghiere: “Da dove viene tutta questa eleganza del vino?” “Eh, caro mio, sono i freschi venti di montagna e la calda brezza Ora del Garda, che spira dal lago e che, mescolandosi, suscitano le prime avvisaglie di pienezza e finezza del vino”.

Ma che succede alle mie uve dopo la vendemmia? In cantina vengono diraspate e macerate brevemente, quindi il mosto fermenta per una decina di giorni, a contatto con le bucce, a temperature diverse per estrarne meglio il colore rosso e i sentori.  Poi maturo 15 mesi in piccoli botti e, dopo l’assemblaggio, altri 7 in una grande botte, sempre di rovere. Infine mi affino (e scusate il bisticcio) almeno un altro anno in bottiglia.

Mi vanto di un bel colore rubino, con qualche sfumatura viola. Sembra che emani profumi di frutti di bosco e liquirizia, funghi e pepe bianco, accompagnati da note “cioccolatose”.  E in bocca: secco ma vivace,
corposo; avvertono, i miei beventi, sapidità e un tannino morbido, quasi vellutato. E un finale avvolgente con una punta pepata.

Mi sposo volentieri a tavola con Knödel (o Canederli) allo Speck; Zuppa di lenticchie con bacon; Pappardelle con sugo di lepre; Camoscio al ginepro; Capriolo con salsa di mirtilli; e, ancora, Porchetta delle Marche; Pollo ai peperoni; Spalla di maiale in salsa BBQ; Formaggio di montagna speziato o al vino Lagrein (sì, proprio io, evviva).

Ed ecco la mia carta d’identità:

Vigna Steinraffler, Alto Adige Lagrein Doc 2019, 35 € la bottiglia, Hofstätter, piazza Municipio 7, Termeno (Bolzano), www.hofstatter.com 

 

 


Ciel sereno...E Po’ Folc: Poi il Fulmine!  Come in certi giorni di primavera...Po’ Folc è il mio nome in furlano. Così mi chiamano in Aganis, azienda agricola di Treppo Grande (Udine) nei Colli Orientali del Friuli, che è anche la mia Doc, che mi sostiene e indirizza. E finalmente veniamo al nome della mia uva, meno fulmineo e cioè Refosco dal peduncolo rosso. Le pianticelle, allevate sui 230 m. d’altitudine coi sistemi del doppio capovolto e del Guyot, allignano su un suolo chiamato ponca, costituito alternativamente da marne (argille) e arenarie (sabbie calcificate), le prime permeabili, le altre impermeabili e dure. E così l’eventuale acqua in eccesso viene smaltita rapidamente mantenendo l’equilibrio idrico e una bassa produzione per ceppo e lasciando concentrare quindi le sostanze migliori negli acini.

Questa cura minuziosa dei miei vigneti contribuisce ad attenuare il mio carattere di vino spigoloso, tannico e acido che un tempo mi contraddistingueva.

A trasformarmi da “vinaccio da osteria”, sia pure di carattere, a vino curato e di gran carattere contribuiscono anche le pratiche di cantina. L’uva raccolta dopo la vendemmia settembrina viene pressata con ogni cura e lasciata a macerare sulle bucce per un paio di settimane, finché si avvia la fermentazione a temperature che variano fra i 20 e i 24°. Poi, finalmente trasformato in vino, rimango in tini d’acciaio per l’80%, mentre per il restante 20% mi affino prima in barrique per 4 mesi e poi tutto insieme nelle bottiglie per parecchie settimane.


Refosco dal peduncolo rosso
Ho colore rosso rubino profondo - sento dire. More e ribes nero “saltano” al naso, seguite da violetta e sentori speziati. Sapido, secco, ma anche morbido (non sono più quel cattivone ribelle di una volta!), i miei tannini hanno smussato gli spigoli e lasciato uscire un gradito sentore di mandorle. Sento esclamazioni di pura gioia quando mi accostano a piatti di Bavette al tonno e salvia; Gnocchi di patate al sugo di brasato; Pappardelle al ragù bolognese; Salsiccia alla brace; Stinco di vitello al forno; Filetto di vitello ai funghi porcini; Spalla di maiale arrosto; Formadi frant; Latteria stagionato.

Vi siete un po’ persi? E, allora, ecco le mie credenziali, ben in ordine:

Po’ Folc, Colli Orientali del Friuli - Refosco dal peduncolo rosso Doc 2023, 13 - 15 € la bottiglia, Aganis, via Cocul 2, Treppo Grande (Udine), www.aganis.wine

 



Ah, sono proprio un incanto! Lo dicono anche i miei amorevoli produttori. Quindi, assaggiate anche me che sono bianco e ho tradizioni antiche almeno quanto il mio fratellino rosso qui sopra, please, anzi par plasê...Incjant mi hanno chiamato (incanto appunto) e il mio vitigno è il Tocai, (pardon, quel nome non si può più pronunciare – è riservato, anche se scritto diversamente - a un famoso vino ungherese), il Friulano, volevo dire, insomma per esteso la mia Doc è Colli Orientali del Friuli Friulano (caso mai non si fosse capito qual è la mia regione originaria).

Uva Friulano
Comunque l’uva, chiamata lecitamente Tocai friulano  fino al 2007,  fu probabilmente importata nella regione dalla Francia a metà Ottocento, in grazia del matrimonio fra il conte Teodoro de la Tour e la nobildonna Ervina Ritter. E, secondo studi avviati negli anni Settanta del ‘900, il Tocai friulano non era altro che il vitigno bordolese Sauvignonasse, oggi quasi scomparso. Niente a che fare dunque con nome e vino ungherese Tokaji, vinificato con altri uve.

Sono comunque forse il più noto e tradizionale bianco friulano e un po’me ne vanto: ho fama di vino “semplice” e diretto, popolare. Alessio Cecchetto di Aganis ha voluto però fare di me un vino più elegante, con un affinamento che ne abbassa un poco l’acidità in favore della morbidezza, senza puntare su lunghe permanenze in botti grandi. E così, dopo la vendemmia e la vinificazione, mi separano: un 20% va in barrique (le piccole botti da 228 litri) per 4 mesi, il resto in acciaio. Poi il tutto viene assemblato e lasciato per un altro periodo ad affinarsi in bottiglia.

Il mio colore? Il classico giallo paglierino, mi dicono, ma qualcuno aggiunge “con riflessi dorati”. Al naso, mandorla, poi acacia, cedro, pera e pesca. In bocca, fresco, secco, sapido con bel finale di mandorla e suggestioni minerali. 

E a che cosa mi abbinano a tavola? Beh, in tutta la regione il matrimonio d’amore del Friulano è con il Prosciutto di San Daniele, e come potrei io sottrarmi? Ma non solo. E allora, Branzino al forno; Risotto agli scampi; Crespelle ai funghi; Gnocchi di zucca al Taleggio; Cjiarsons (sorta di agnolotti dal ripieno dolce/salato) alle erbe; Zuppa di cipolle; Rane fritte; Lumache alla brindisina (con vino bianco, cipolle e alloro); Braciole di maiale marinate; Pollo fritto; formaggio Liptauer.

Riassumendo, mi chiamano:

Incjant, Colli Orientali del Friuli Friulano 2022 Doc, sui 13 € la bottiglia e il mio papà è Aganis (altri riferimenti, più sopra).

Vi saluto in stretto friulano: “Mandi!”.

 

 

...al Languedoc-Roussillon


Bonjours chers amis Italiens! Je suis le Syrah et…ma mi dicono di passare alla lingua del “bel paese là dove ‘l sì suona” (eh, ho studiato anch’io e conosco un peu il vostro Dante). Da noi, al Sud della Francia, per significare il sì suonava l’oc, l’oeil da cui poi derivò l’oui, al nord.


Donc, nasco nel meridione, sui terreni del Domaine de la Baume, una fattoria 
vitivinicola rimessa a nuovo (dopo le rovine della fillossera) nel 1882 da un agricoltore-visionario, Jean Prat il Vecchio che, aiutato dai figli, ripristinò 100 ettari di vigneto (in due decenni), avviò l’esportazione all’estero e aprì quindi una bottiglieria a Parigi nel 1900. Dopo diversi passaggi di proprietà, nella seconda parte del
Novecento, la gestione è stata presa in mano nel 2003 da Joseph Helfrich, ceo del gruppo Grands Chais de France, che l’ha ulteriormente riammodernata e riqualificata. 

I miei winemakers mi hanno chiamato la Jeunesse, perché non ho bisogno di lunghi invecchiamenti. Dopo la vendemmia su particolari terroir della tenuta e il trasferimento dell’uva in cantina, ha luogo la macerazione sulle bucce con una prefermentazione a freddo; poi si innesta la fermentazione vera, che si svolge a 25°. Segue la malolattica e la maturazione in vasi vinari di terracotta.

Tra le prerogative del Syrah – dicono – c’è quella di poter essere bevuto sia in gioventù sia dopo parecchi anni di maturazione. Ecco, come dice il mio nome, io sono la Giovinezza, ma non sono un baby. Il 2021 è stata un’annata molto buona da noi e così ora, alla fine del 2024, posso presentarmi agli intenditori con un bel colore porpora intenso. E un naso “molto espressivo”, come sento dire dai sommelier, in cui si riconoscono gli aromi di fragolina di bosco e menta piperita. In bocca, bella verve fresca, fruttato, rotondo, di grande equilibrio e lunga persistenza. Modestamente...

Grappolo di Syrah
I miei matrimoni d’amore in tavola? Eccoli: Tonnarelli alla carbonara; Risotto al tartufo; Agnello al timo; Rosticciana (costine di maiale speziate alla griglia); Tagliata di chianina con tartufo bianco; Bocconcini di capriolo in umido; Piccione al tartufo nero; Costine di agnello al rosmarino. E Formaggi stagionati, quali il Pélardon affiné del Languedoc, di almeno 30 giorni.
Passeport s’il vous plaît...Et voila:

La Jeunesse, Syrah - Pays d’Oc Igp 2021, 13-15 € la bottiglia, Domaine de la Baume, route de Pézenas, Servian, Francia, www.domaine-labaume.com  

 




Ma ci sono anch’io, Elisabeth. Sono una grande dame, perché cacciarmi qui in fondo? Vabbe,’ il solito maschilismo dei rossi. Comunque, non mi dilungherò sulla mia nascita, crescita, miracoli. 

In poche parole, sono fatta con l’uva bianca Viognier, tipica della valle del Rodano,

 coltivata su terreno argilloso, sabbioso e limoso... Fermento a bassa temperatura in tini d’acciaio e maturo sui lieviti per tre settimane. Poi mi affino per lunghi mesi in bottiglia. 
Mi scrutano in controluce nel bicchiere e sentenziano di un colore giallo paglierino brillante. All’olfatto, proclamano, si rincorrono l’albicocca e la scorza di mandarino, che sembra  trasformarsi subito dopo in un’arancia candita. Secco, fresco e di buon corpo 

in bocca ma con le medesime sensazioni nasali e un finale speziato.

Passeport:

Elisabeth, Viognier - Pays d'Oc Igp 2022, sui 14 € la bottiglia. Le altre indicazioni sono le stesse del mio fratellino Syrah (vedere più sopra). 

Au revoir et Santé!



mercoledì 31 marzo 2021

Pasqua / Casatiello del Sud e vino del Nord, a ciascuno il suo. Frizzante o spumante? Dipende dalla versione della ciambella campana: essenziale o ricca

Casatiello versione "ricca".


C’
erano una volta lo “champagnìn de Milàn” e la “champagna” del Trevigiano. Aveva così appellato il primo Maria Luisa Ronchi, famosa enotecara in Milano: le era piaciuta quel bianco frizzante fatto sulle colline di San Colombano al Lambro con le locali uve Verdea, inventato dall’azienda vinicola Nettare dei Santi. Verdea La Tonsa l’aveva chiamato il proprietario Enrico, figlio di quel Franco Riccardi
che aveva ricreato in maniera professionale la cantina di famiglia, ottocentesca, alla fine degli anni Quaranta, a cui si era dedicato dopo le precedenti glorie sportive (quattro medaglie d’oro in varie Olimpiadi e mondiali di scherma, specialità spada). Oggi la Verdea è declinata in 4 versioni, di cui due frizzanti, la primogenita La Tonsa e la Verdea Igt (mentre la “N. 1” è ferma e Solitaire è passita).                                   
E c’era una volta anche la “champagna” del Piave, come veniva chiamata dai contadini la Marzemina bianca vinificata con le bollicine. Oggi una rarità perché il metodo di coltivazione “a Bellussera” dell’uva è stato abbandonato quasi da tutti (per saperne di più vedere articolo del 15 gennaio 2019 “A Ca’ di Rajo con la Bellussera crescono i grandi vini”). Resistono e anzi ci puntano i tre fratelli Cecchetto con la loro azienda Ca’ di Rajo di San Polo di Piave, dove producono una varietà di uve e di vini notevole per qualità, dalla Glera (quella del Prosecco) al Roboso, dallo Chardonnay al Merlot, dal Pinot bianco al Manzoni rosa. E la Marzemina bianca, una ricercatezza autoctona, ormai quasi abbandonata, la cui versione spumante è prodotta solo da loro. È il frutto di una fermentazione unica, che parte direttamente dal mosto, riducendo così la possibile ossidazione e i solfiti aggiunti. Racconta Diego Tomasi, ricercatore del Centro di Ricerca viticoltura ed enologia di Conegliano: “Questo vino nasce dalla combinazione di tre fattori: un’antica varietà
autoctona del Piave, già citata nel 1679 e  conosciuta anche con il sinonimo di Champagna; l’imponente forma di allevamento a Bellussera, ideata da una ingegneristica ispirazione della famiglia Bellussi nel 1870 e oggi in via di estinzione perché non si è piegata alle invadenti vendemmiatrici meccaniche; terzo fattore, il metodo di spumantizzazione italiano Martinotti, che conserva la piacevolezza e la finezza della frutta matura, degli agrumi e dei sentori di fieno tipici della Marzemina Bianca. Si tratta di un vino del Piave che nasce da un perfetto incontro della tradizione varietale e produttiva, ora pienamente valorizzata dall’innovazione enologica”.           
Il risultato, secondo Simone Cecchetto, “è uno spumante brut con 6 gr di residuo zuccherino e profumi intensi”. Quali? Tra i floreali prevale il biancospino, tra i fruttati cedro, pompelmo e pesca. Le bollicine sono abbondanti e fini, il gusto è fresco, citrino e vibrante, ben amalgamato dalla sottesa morbidezza. Siamo a Pasqua. E quindi il gioco non è più quello dell’abbinamento cibo/vino ma il contrario: quale piatto pasquale possiamo abbinare alla Marzemina bianca spumante o alla Verdea? Uno veneto, friulano, nordico? Ma no, per una volta il matrimonio d’amore è con una preparazione del Sud Italia, il Casatiello della Campania, una ciambella salata (ma ne esiste anche una versione dolce) di solito servita fra gli antipasti. 

Ecco la ricetta di Anna Gosetti della Salda, tratta dal suo indispensabile Le ricette regionali italiane (Casa editrice Solares).

 

Casatiello

Ingredienti: farina bianca gr 600, lievito di birra gr 30, strutto, 4 uova freschissime, sale e pepe.
Versare sulla spianatoia la farina, unire 2 cucchiaiate di strutto, un pizzico di sale e di pepe, incorporare il lievito diluito in un bicchiere d’acqua tiepida.
Impastare gli ingredienti aggiungendo altra acqua tiepida, fino a ottenere una pasta piuttosto morbida. Lavorarla energicamente sino a quando sarà divenuta liscia ed elastica. Metterla in una ciotola, coprirla con un tovagliolo e riporla in luogo tiepido, lasciandola lievitare per circa 3 ore, finché avrà raddoppiato il suo volume iniziale. 
Rimettere la pasta sulla spianatoia, lavorarla per qualche minuto e poi formare una ciambella posandola su una placca da forno unta di strutto. Mettere al centro della ciambella una scodellina e contornarla con una striscia di cartone bianco, affinché il casatiello rimanga in forma. Affondarci dentro le uova (con il guscio lavato). 
Lasciare lievitare ancora mezz’ora, poi collocare la placca in forno caldo (180°), facendo cuocere il casatiello per circa 45’. Si serve freddo.

 

Si tratta della versione più semplice del Casatiello. Ma ve ne sono altre varianti, più suggestive e saporite. Visto che il nome casatiello dovrebbe derivare dal latino caseus  ha senso che nell’impasto ci sia anche il formaggio. Quale? Provolone, in prevalenza, ma anche Pecorino, da distribuire tagliato a dadini (Provolone) o grattugiato (Pecorino). C’è anche chi preferisce un casatiello ancora più saporito ed aggiunge salame napoletano a tocchetti. Le uova semisommerse nell’impasto, poi, possono essere tenute ferme da striscioline di pasta incrociate e infine la superficie del casatiello prima di infornarlo può essere unta ancora con lo strutto (di rigore: non è estinto, si trova ancora nei supermercati).

Nella versione più elementare l’abbinamento col vino può realizzarsi armoniosamente sia con la Verdea Tonsa che con la Marzemina, ma in quella più ricca diventa imprescindibile la Marzemina spumante.

Uva Verdea

Uva marzemina
E per gli ostinati del rosso? Stavolta scendiamo in Campania e versiamo nel bicchiere uno spumeggiante Gragnano Penisola Sorrentina. Comunque sia, buona Pasqua.

 

Info. Az. Agricola Nettare dei Santi, via della Capra 17, San Colombano al Lambro (Milano), tel. 0371.200523, www.nettaredeisanti.it  Verdea La Tonsa frizzante, sui 5 €.

Ca’ di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885, www. cadirajo.it  Marzemina bianca brut millesimata 8,90 € sullo shop del sito. 



venerdì 13 dicembre 2019

REGALI DI NATALE 2019 / Bollicine e vini bianchi, rossi e panettone, pranzo del 25 e distillati...


Una tavola natalizia.
Uomo, donna. Bere, mangiare. Regalare e regalarsi. Ecco i suggerimenti  del MoncalVini, con i migliori auguri di Buone Feste.

Le Bollicine
La V a rondine, domina l’etichetta a scudo, che riporta, oltre alla dizione Villa Franciacorta, semplicemente il nome dello spumante classico brut: Emozione. La nuova annata (producono solo millesimati) è il 2015, da poco in vendita dopo affinamento sui lieviti di almeno 3 anni. Unico spumante della casa che aggiunge a un 85% di Chardonnay e al 10% di Pinot nero, anche un 5% di Pinot bianco.
Eppure quella minima quantità del terzo vitigno da bollicine è probabilmente la responsabile di certi grati sentori floreali – fiori bianchi per l’appunto - cui si aggiungono note citrine e persino un accenno di crosta di pane. Un davvero brindisi emozionante.
Abbinamento elettivo: Cernia al forno con patate.
Prezzo: sui 20 € la bottiglia.
Info: Villa Franciacorta, via Villa 2, Monticelli Brusati (Brescia), www.villafranciacorta.it 





Si affina 11 anni sui lieviti il Giulio Ferrari Rosé 2007, Trento Doc, sapiente cuvée di Chardonnay e Pinot nero di montagna, pluripremiato da molte guide. Il colore è rosa salmone con riflessi corallini, al naso si avverte la rosa canina in confettura, seguita da note agrumate, speziate e minerali. Il sapore è intenso, sapido, lunghissimo. 
Abbinamento elettivo: Aragosta alla Thermidor
Prezzo: 205 € la bottiglia.
Info: Ferrari F.lli Lunelli, via del Ponte 15, Trento, www.ferraritrento.com 



Il Prosecco Solidale: buono di sapore e buono perché fa del bene. Le Manzane di San Pietro in Faletto devolveranno parte dei proventi della vendita all’Associazione Revert per il suo progetto (in collaborazione con l’impresa sociale Edipo Re) di ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica. Si tratta di un’edizione speciale dal Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry appunto Limited Edition, frutto della vendemmia benefica tenuta l’8 settembre scorso tra i filari di Glera. Le bottiglie arricchite da un bindello dedicato alla onlus e da un’etichetta in Braille, sono acquistabili nelle enoteche e negozi specializzati, al Wineshop PaperCigno della cantina e su ordinazione. Le bollicine del Prosecco Solidale hanno colore paglierino brillante; profumi floreali e fruttati. Sapore pieno, fruttato, secco e morbido al contempo, saporoso e allegro. 
Abbinamento elettivo: Bigoli in salsa.
Prezzo: 12,50 € la bottiglia.
Info: Le Manzane,  via Maset 47/B, San Pietro in Falletto (Treviso), www.lemanzane.com


Il vino bianco
I vigneti che dominano Ockfen (piccolo villaggio tedesco della Mosella, lungo il fiume Saar) allignano in terreni di ardesia grigio-blu, che danno al vino sapori unici: come una particolare mineralità che richiama la polvere da sparo. Il vino è naturalmente un Riesling, secco, il Saarburger Kupp 2017 della tenuta Dr. Fischer-Hofstätter Mosel, una produzione dell’altoatesina Hofstätter di Martin Foradori. Il colore è giallo carico, quasi oro, il profumo ricco, complesso: prima la frutta esotica, poi albicocca e pesca, quindi i caratteristici sentori di pietra focaia, polvere da sparo, idrocarburi e un lieve speziato
finale. Vino bianco di buon corpo e di lunga permanenza gusto-olfattiva. Un fuoriclasse.  
Abbinamento elettivo: Risotto alle spezie, con burrata e capesante. 
Prezzo: sui 35 € la bottiglia.
Info: Hofstätter, Rathausplatz 7, Termeno (Bolzano),  www.hofstatter.com


Due vini rossi
Una degustazione verticale di sei “vecchie” annate – dal 2001 al 2009 – ha messo in luce qualche mese fa, le enormi potenzialità di maturazione e la bevibilità strepitosa del Sei Vigne Insyntesis, vino di punta di una grande cooperativa come la Viticoltori associati Vinchio – Vaglio Serra, specializzata nella produzione di Barbera d’Asti e del Monferrato. Quattro su sei le ho giudicate eccellenti (intendo così un voto, in centesimi, superiore a 90) e due “solo” ottime (voti: 88 e 89). Con queste premesse e con un giudizio lusinghiero anche sulla vendemmia 2011 il Sei Vigne Insyntesis Barbera d’Asti Docg 2011 (ultima annata in commercio, dopo 18 mesi trascorsi in piccole botti di rovere francese e parecchi altri anni in bottiglia) mostra una trama tannica elegante, equilibrata, vivace, sapida, di piena soddisfazione. Grande vino dal peculiare bouquet aromatico. Il nome gli deriva dal fatto che nel 2001 una prima sperimentazione era stata condotta su sei vigneti, con ottimi risultati, tanto che da allora il vino è appunto la sintesi (come recita il nome) di quei grappoli provenienti da sei diversi cru. 
Abbinamento elettivo: Brasato di manzo al Barbera.
Prezzo: 32 € nel negozio aziendale, sui 38 € nei punti vendita esterni.
Info: Viticoltori Vinchio – Vaglio Serra, reg. San Pancrazio 1, Vinchio (Asti), www.vinchio.com

La famiglia Cecchetto, che ha come fiore all’occhiello della sua produzione – con l’etichetta Ca’ di Rajo - un Tai del Piave straordinario, l’Iconema (da uve leggermente appassite in fruttaio) vanta anche, come cavallo di battaglia, un altro vino tipico della zona del Piave, il Raboso. Forse il suo nome deriva da “rabbioso”, era infatti un vino spigoloso, molto tannico e acido. Le tecniche moderne ne hanno smussato gli angoli, restituendone una potenza a volte persino morbida, almeno nei casi migliori. Così è per il Notti di Luna Piena, Malanotte del Piave Docg 2013, dove il nome della Docg è un omaggio al bel borgo medievale di Malanotte, che si trova a Tezze di Piave. Per domare l’esuberante Raboso, i fratelli Simone, Alessio e Fabio Cecchetto utilizzano la tecnica dell’appassimento delle uve in fruttaio per tre mesi e, per aumentare la rotondità del vino, una maturazione in barrique che si protrae per tre anni prima dell’imbottigliamento. Un’ulteriore chicca è rappresentata dall’allevamento delle uve secondo l’antico e ormai raro metodo della Bellussera, che innalza le viti fino a 4 metri da terra, disponendole a raggio (vedere articolo “A Ca’ di Rajo con la Bellussera crescono i grandi vini” del 15/1/2019: https://ilmoncalvini.blogspot.com/search/label/
Ca%27%20di%20Rajo ). Il Notti di Luna Piena risulta così strutturato, generoso, ricco, coi suoi bei profumi di ciliegia, mora e prugna, che si evolvono in viola, vaniglia, cuoio e tabacco. All’altezza dei migliori e più famosi rossi italiani.
Abbinamento elettivo: Vitello in doppia cottura, con carciofi e purea di olive.
Prezzo: sui 25 € la bottiglia.
Info: Ca' di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), www.cadirajo.com

El Panetùn de Milan
A Milano, siamo messi bene in quanto a panettoni. Intanto, l’abbiamo inventato: sembra sia stato, nel Quattrocento, il Toni, garzone di cucina di Ludovico il Moro che, essendo bruciato in forno il dolce durante un pranzo natalizio di corte, con quello che era rimasto in dispensa – farina, burro, uova, uvetta e scorza di cedro – lo creò con gran successo. Certo, non poteva essere come il panettone codificato dalla successiva tradizione, che impone lunghe lievitazioni dell’impasto. Comunque, diciamo la verità, ormai se ne fanno di eccellenti dall’Alpi alle…Madonie, passando per il Centro Italia. (Uno su tutti: Fiasconaro di Castelbuono, Palermo). Come, per altro, anche di cattivi, mal lievitati e con materie prime dozzinali. Questi due, milanesissimi, li garantisco: sono al top della piramide panettonica.
La Martesana da più di 50 anni ci delizia con una pasticceria d’avanguardia, sempre guidata saldamente e dolcemente dal maestro Vincenzo Santoro. I suoi segreti? Materie prime selezionatissime, grande esperienza e creatività, collaboratori in gamba. Quest’anno, due panettoni nuovi di zecca si affiancano ai già noti Tradizionale, Panetùn de l’Enzo, Rustico, ai marron glacé… L’Augusto è stato definito il primo panettone da degustazione, da provare anche fuori pasto delle feste, con un buon bicchiere di vino dolce, Moscato d’Asti o Passito di Pantelleria, per esempio.
Nell’augusto impasto è stato inserito un infuso di caffè, amarene candite e venature di cioccolato bianco. Il tutto è ricoperto da una frolla al caffè, glassa di zucchero e bastoncini di mandorle. Una meraviglia. Prezzo: 40 € al kg.
Notevole anche il Panettone ai tre cioccolati (foto a destra), in cui il normale impasto viene mescolato a un altro impasto, tutto di di cioccolato, che gli dona il colore scuro. All’interno, cubetti di cioccolato bianco, al latte e fondente. Copertura con una glassa di fondente arricchita da croccantini dei vari cioccolati.
Prezzo: 40 € al kg.
Info: Martesana, negozi a Milano in via Cagliero 14, via Sarpi 62 e piazza Sant’Agostino 7. www.martesanamilano.com 

Raffinata la linea di panettoni che Giovanni Cova & C. ha sfoderato quest’autunno. Si chiama Leonardo 500, naturalmente in occasione dell’anniversario della morte del genio di Vinci, che a Milano soggiornò a lungo. Il progetto ha un suo côté culturale, visto che la premiata ditta ha fatto un accordo con la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, nella quale è custodita la più importante raccolta esistente di scritti e opere di Leonardo, fra cui il Codice Atlantico. A chi acquista un panettone  della linea Leonardo, fra l’altro, verrà riservato uno sconto sul ticket d’ingresso alla collezione d’arte
della Pinacoteca. L’idea vincente è stata quella di rivestire i prodotti dolciari con incarti o latte che riproducono le opere del maestro. Così, La Gioconda riprodotta su una latta da collezione racchiude il panettone classico (prezzo: 25,60 €); mentre L’Annunciazione avvolge il Panettone Grancioccolato (con granella di nocciole, prezzo: 22 €); e L’Ultima Cena riveste il Panettone con gocce di cioccolato bianco, lampone e pistacchio (prezzo: 22 €). E così via con La Dama con l’Ermellino, La Vergine delle rocce, Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino…
Info: negozio a Milano: via Cusani 10, www.giovannicovaec.it


Dopo cena (o anche prima?)
Questo gin sa di Piemonte. Eccome! Ma come? Semplice (a dirsi). Le botaniche utilizzate sono solo tre: ginepro e nocciole tostate piemontesi, nonché tartufo bianco d’Alba. Si chiama Wolfrest Alba questo dry gin e prende il nome da Montelupo Albese, piccolo comune a 10 km da Alba, paese di origine di Valentina Barone e Giovanni Alessandria, ideatori del “gin del lupo”. I profumi e i sentori, sostenuti da 45° alcolici, qui sono quindi ovvii: ginepro, nocciole e tartufo, in un mix singolarmente riuscito. Da bere ben freddo, in solitudine o miscelato in cocktail.
Prezzo: bottiglia da 500 ml, 97 € (sul sito). 
Info: Wolfrest, https://wolfrestgin.com


Vecchio? No, Stravecchio. Anzi, strastravecchio. Il nome identifica un brandy nato effettivamente in casa Branca più di un secolo fa: precisamente nel 1888. Esce ora l’XO (extra old), lungamente maturato prima in botti di rovere e più tardi nella maestosa Botte Madre dalla capacità di 83mila litri. Le acqueviti (distillati di vino) che lo compongono si affinano nel legno fino a 20 anni. Risultato: un bel colore ambrato con guizzi dorati, profumi ampi in cui s’impongono la vaniglia, il cacao amaro e il miele. E poi tutto un fiorire di sentori che s’avvicendano, ciliegia e tabacco su tutti. In bocca, un po’ di astringenza iniziale, che si evolve in una sensazione setosa e quindi in note di cioccolato, uvetta, con finale leggermente speziato e richiami agrumati e di mandorla tostata.
Prezzo: sui 15 € la bottiglia.
Info: Fratelli Branca Distillerie, www.brancadistillerie.com






Natale al ristorante

Uno scorcio del 13 Giugno
Elegante, con le sue boiserie, i grandi specchi, i quadri alle pareti beigeoline, il pianoforte d’angolo fra le due salette e il cantante-pianista che quasi sottovoce diffonde vecchie canzoni dal vivo, il 13 Giugno unisce un certo tono da club inglese a una contenuta allegria siciliana. Già, perché il fondatore Saverio Dolcimascolo, palermitano verace, che da qualche tempo ha lasciato le redini al figlio Edoardo, l’ho voluto così nel 1988, quando l’aprì, e da allora, pur con miglioramenti come l’apertura della veranda e del bistrot, il locale è rimasto sostanzialmente lo stesso: alta cucina siciliana, ben presentata e servita da personale solerte e sorridente. Il regalo di Natale è proprio il pranzo del 25, che a un prezzo contenuto, offre uno spaccato veramente goloso della gastronomia della Trinacria. Il titolo del pranzo è quasi
banale, Sicilia in bocca, i risultati nel piatto no. Si comincia con panelle alla farina di ceci, arancini di riso (risotto giallo all’interno) e crocchette di patate; poi sardine a beccafico (con pangrattato, pinoli e uvetta), strepitosi involtini e caponatina di melanzane. Si prosegue con due classicissimi primi, la pasta con le sarde (condite anche con finocchietto, pinoli, uvetta, filettini di acciuga) e i maccheroncini alla Norma (con pomodoro, melanzane a tocchetti e ricotta salata (eccellenti).
Involtini e caponata di melanzane
Due secondi, di pesce e di carne. Filetto di spigola alla siciliana e cioè con pomodorini, capperi e olive, molto buono; e il Falsomagro, un arrotolato di manzo che qui però è proposto con carne di vitello e che nasconde una farcia di carne macinata, pecorino, pangrattato, mortadella, caciocavallo e uova sode. Da farsi crescere i baffi al solo scopo di leccarseli…
Dolci in fondo, come recita l’adagio. Ci si può sbizzarrire fra “Sua Maestà la cassata siciliana” e i cannoli, i cioccolatini al pistacchio e noci e i tegolini all’arancia.
La proposta dei vini (compresi nel prezzo finale, assieme ad acqua e caffè) recita: Oniris, un bianco fresco e spensierato della Duca di Salaparuta e Calanica, un rotondo mix di nero d’Avola e Merlot della stessa maison di Casteldaccia. 
Prezzo a persona: 65 €. (A Capodanno, con menu più ampio e lussuoso e “ricchi premi e cotillons”, 155 €).
Info: Ristorante 13 Giugno, via Goldoni 44, Milano, tel. 02.719654, www.ristorante13giugno.it