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mercoledì 14 giugno 2017

Bianco bere: Mongarda Colfondo / Zanolari Vagabondo Un Fiorfiore di Grechetto / un Grillo benedetto

















Non è che per forza si voglia bere bianco d'estate e rosso d'inverno, bianco sul pesce e rosso sulla carne, no. È che si vuol bere bene, tutto qui. Ed ecco, a prescindere dalla stagione estiva, i 4 assi: bianchi ma per ogni stagione. Tutti un po' insoliti. Di piccoli produttori. Affidabili e bravi. Dal Veneto alla Lombardia, dall'Umbria alla Sicilia. Prosit.

Al vertice Col Fondo
Avete presente il Muscadet de Sèvre et Maine sur lie? È un vino francese della Loira, eccellente con i frutti di mare (ostriche, in particolare), pétillant, cioè leggermente effervescente, secco ma floreale e fruttato, affinato sur lies. Suona bene, no? Ma che cosa sono le lies? Nient’altro che i lieviti.
E il Prosecco Col fondo (scritto anche tutto attaccato: Colfondo)? È più o meno la stessa cosa, ma come suona meno affascinante! Lo avessero chiamato “sui lieviti” avrebbe un altro appeal. Ma la verità è che è una tradizione produrre prosecco col fondo, quasi dimenticata, ma oggi rinata come correntina del mare magnum dei prosecchi. Fa parte di questa nicchia produttiva anche il Vino Frizzante Col Fondo di Mongarda, piccola azienda vinicola di Col San Martino (Treviso), che produce anche due Prosecco Superiore di Valdobbiadene di gran classe, Brut ed Extra dry. Torniamo al nostro Frizzante col fondo (e con tappo corona, anch'esso tradizionale e che certo non danneggia il vino). Che cosa lo differenzia dal Prosecco classico? Il fatto di non prendere la spuma in autoclave, ma direttamente in bottiglia, quasi come uno Champagne o un metodo classico. Però i lieviti esausti non vengono espulsi con la procedura della sboccatura e neanche, quindi, il vino viene rabboccato, magari con un certo dosaggio di zucchero. Qui abbiamo un vino frizzante (non arriva cioè a 3 atmosfere di sovrapressione, altrimenti sarebbe uno spumante) completamente secco, nature, pas dosé si potrebbe dire, diritto, di profumi tenui, floreali, con ricordi di frutta esotica e qualche spunto agrumato, bellissime e persino abbondanti e minute bollicine. Certo, alla vista non è brillante: a causa della presenza del fondo si presenta, com'è giusto, velato.
Martino Tormena è il giovane produttore che, sulle orme del padre Bruno, da 11 ettari di vigne di glera, verdiso e altre vecchie varietà autoctone, piantate su uno strato sottile di argilla sopra roccia conglomerata calcarea, ricava l’uva con cui produce non più di 30mila bottiglie l’anno delle tre tipologie. Le pratiche agricole non prevedono diserbi né l’uso di concimi chimici e prodotti di sintesi. La raccolta è manuale, in cassette da 20 kg; poi si procede alla pressatura soffice con separazione del mosto fiore, decantazione per 18-24 ore, fermentazione in vasche d’acciaio, innestata da un pied de cuve prodotto con le loro uve (il che evita difetti e fermentazioni parassite, donando originalità organolettica al vino). Dopo la maturazione in vasche d’acciaio e cemento e l’imbottigliamento del vino, la presa di spuma avviene grazie all’aggiunta in primavera di mosto fresco messo da parte in vendemmia. Un vino originale e insolito, per chi non è della zona, che nella bottiglia di Mongarda si esprime al massimo della sua tipologia, con una carica di simpatia per l’allure genuina, contadina, da non sottovalutare.
Glera Frizzante col fondo, 10 €.
Soc. Agr. Mongarda, via Canal Nuovo 8, Col San Martino (Treviso), tel. 0438.989168, www.mongarda.it.


Vagabondo in Valtellina
Dal Veneto alla Valtellina, la zona settentrionale e montana della Lombardia, per un altro piccolo produttore emergente, Marcel Zanolari. A Bianzone, graziosa località vinicola a 37 km da Sondrio, Marcel, nella sua Fattoria San Siro, coltiva su 10 ettari nebbiolo e pinot nero, cabernet sauvignon e pinot bianco, traminer e riesling. Tutto secondo i dettami dell’agricoltura biodinamica. Nella raccolta cantina di Bianzone, i vasi vinari sono di materiali diversi: si va dall’acciaio dei fermentini alle pièce e barrique, alle anfore di argilla e cemento naturale da 660 litri (ognuna pesa, da vuota circa 1200 kg). Sì, perché Zanolari presenta sovente due versioni
dello stesso vino: maturato nel legno o in anfora. Così è per lo Sforzato, il vino principe della Valtellina, il Pinot nero, il Cabernet, il Pinot bianco. E per il Vagabondo Bianco, Terrazze Retiche di Sondrio Igt, un Riesling in purezza (anzi, per il vero, uvaggio di cloni differenti di riesling), che, nella versione Le Anfore, viene vinificato appunto nelle anfore di argilla, sabbia e quarzo a contatto con le bucce fino a conclusione della malolattica, ove poi rimane per 5-7 mesi. Affinamento successivo in bottiglia per circa un anno.
Il Vagabondo Bianco 2015 ha colore giallo pieno, tendente all’oro antico; bouquet distinto, fine, con sentori floreali e fruttati; un bel sapore secco, sapido, con richiami fruttati e sentori finali minerali. Vino da pesce e magari anche per carni bianche. Un consiglio per gustarlo in loco? Alla Trattoria Altavilla, sempre a Bianzone (www.altavilla.info), su un piatto di lasagnette con gamberi, salmone, branzino e crema di zafferano.
Vagabondo Bianco Le Anfore biodinamico, Terrazze Retiche di Sondrio Igt 2015, 33 €.
Marcel Zanolari, Azienda San Siro, via Teglio 6/10, Bianzone (Sondrio), tel. 0041.81.8443434, www.marcelzanolari.com.


Son Grechetto epperciò Umbro
Per decenni l’uva grechetto è stata poco considerata anche nella sua terra d’origine, l’Umbria. Poco curata la pianta, poco il vino, ne risultavano bottiglie di un bianco senza gran carattere, da bere ben fresco, soprattutto d’estate e con qualche piatto non troppo impegnativo. Ma negli ultimi tempi i produttori più avveduti si sono accorti che, curando meglio le vigne, si potevano ottenere prodotti interessanti, in cui riscontrare non solo freschezza ma anche struttura e una certa complessità. La Cantina Roccafiore di Todi, guidata dal giovane Luca Baccarelli e dall’enologo Hartmann Donà e che produce solo vini autoctoni e biologici, ha deciso di puntare anche su questo vigneto. E ha selezionato appositamente un clone poco diffuso, il cosiddetto G5: grappolo piccolo e spargolo (aperto, con acini radi), foglia a cinque punte, forma troncoconica. Queste caratteristiche ampelografiche sono in grado di donare al vino maggiore struttura e alta componente glicerica. L’enologo Donà, forte di un’acquisita esperienza coi bianchi dell’Alto Adige,  riesce ad estrarre anche vari aromi fruttati. Così il vino non va subito in bottiglia, ma è in grado di sostare per un anno intero in grandi botti di rovere di Slavonia, acquisendo personalità e complessità. Una sfida vinta, perché il Grechetto Umbria Igt 2015 si presenta con colore paglierino tendente all’oro, profumi minerali, fruttati (dal pompelmo rosa alla mela golden, alle erbe aromatiche), sapore secco, sapido, elegante, di carattere, con finale morbido.
Lo chef di Fiorfiore (stesso nome del vino), il ristorante che si trova all’interno del Country Chic Resort Roccafiore, inserito armoniosamente tra le  colline insieme alla cantina, consiglia di abbinarlo con primi piatti come strangozzi al ragù bianco di coniglio e timo con crema di rape rosse, rustichelli, e anche ovviamente coi crostini alla norcina, a base di fegatini di pollo, acciughe e tartufo nero. Ma non disdegnerei di gustarlo su una sontuosa catalana di crostacei.
Fiorfiore, Umbria Grechetto Igt 2015, 18 €.

Cantina Roccafiore, Voc. Collina 110a, Fraz. Chioano, Todi (Perugia), tel. 075.8942746, www.roccafiorewines.com. 


Un Grillo...della Madonia!
Dopo il G7 di Taormina, ecco il G’16 di Gangi. Sempre in Sicilia siamo, ma le similitudini finiscono lì. G’16 è un vino Grillo, prodotto nella piccola Tenuta San Giaime a Gangi, nella Madonie, un paese di 8mila abitanti, 1000 metri d'altitudine, che nel suo sito internet inalbera orgogliosamente i gagliardetti virtuali di "Comune Gioiello d’Italia  2012", "Uno dei Borghi più belli d’Italia", "Borgo dei Borghi 2014", "Les plus Beaux villages de la terre"…
Nei dintorni, la Tenuta San Giaime produce vino in quantità quasi lillipuziane, ma di qualità eccellente. Titolare è il siculo-milanese Salvatore Cicco, imprenditore al Nord e appassionato vignaiolo al Sud, assieme al figlio Alessio e con il cognato Franco Mastrandrea, cantiniere di lunga esperienza.  Consulente, un enologo del calibro del piemontese Gianfranco Cordero.
Sono solo 3 gli ettari di vigneto attualmente e poche migliaia le bottiglie prodotte, ma “fra tre o quattro anni contiamo di raggiungere il break even con 8 ha produttivi, 50mila bottiglie e una nuova cantina”, racconta Salvatore Cicco.
Due i vini, biologici certificati, un Syrah di cui è uscito l’anno scorso la prima annata 2015 (Vedere il post “Rossi d’inverno/Dalle Alpi alle Piramidi…etnee”, del 27/2/2016), e un Grillo 2016. E presto sarà la volta di Pinot nero e Nerello Mascalese.
La proprietà è antica, affonda le radici nell’800 e pare che il syrah già fosse presente, forse addirittura importato nel Medioevo dai pellegrini che transitavano in Sicilia provenienti dal Medio Oriente (Siria -Syrah) e diretti al Santuario di Santiago di Compostela, in Spagna. Da poche settimane è uscito il primo bianco, un Grillo in purezza, il G’16 appunto: “40 q.li d’uva, grazie a un’ottima vendemmia, nonostante le piogge estive, ci hanno dato 3500 bottiglie di superlativa qualità”, sostiene Cicco. Ed è vero. Alla vista, G’16 si presenta di un bel colore giallo paglierino; al naso, note vegetali che ricordano il fieno e il tè verde, ma anche floreali, di fiori bianchi; il sapore è equilibrato, armonico con una delicata acidità: pronto da bere, ma ricco di promesse anche a seguito di un ulteriore affinamento in bottiglia. Il vino ha fatto 6 mesi in tini d’acciaio e altri tre in vasche di cemento. Particolarmente consigliabile con primi piatti a base di verdure, con i frutti di mare, pesce al forno. Ma anche con un bel carpaccio cosparso di pezzettini di sedano, finocchietto, olio e pepe. Altro che G7…
G’16, Grillo Terre Siciliane Igt 2015, sui 14 €. Tenuta San Giaime, contrada San Giame, Gangi (Palermo), tel. 0921.564005, www.tenutasangiaime.it.


                                                       
                                                          DOVE SI BEVE IN BIANCO

1. Col S. Martino 2. Bianzone 3. Todi 4. Gangi

sabato 27 febbraio 2016

Rossi di’inverno / Dalle Alpi alle Piramidi…etnee

Bacco d'inverno è triste…ma si consola con un bel calice di rosso
(quadro di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio)

In questo mezzo inverno, che ancora non sa di primavera, rimane la voglia di vini gagliardi, robusti. Ma forse anche di rossi un po’ fuori dagli schemi consueti dei Barolo/Brunello/Amarone, di cui in queste settimane si celebrano le anteprime di un’annata, il 2015, che sembra essere straordinaria. Grandi vini, per carità, anche meno austeri di un tempo, ma non sempre con un rapporto equilibrato fra qualità e prezzo, che rimane, quest’ultimo, piuttosto alto.
Ecco allora una panoramica di rossi di grande qualità o anche solo soddisfacente, ma dall’ottimo rapporto con il portafoglio. Certo, più il costo è elevato, più la qualità dev'essere all'altezza...

Autoctono e figlio di dei maggiori? Sì e no. Perché l’Albarossa, vitigno e vino piemontese, è ancora abbastanza sconosciuto ai più. I suoi genitori si chiamano Barbera e Nebbiolo. Cresciuto dapprima esile, oggi è una piccola ma bella realtà, si fregia della Doc e conta una trentina di produttori delle provincie di Alessandria, Asti e Cuneo. Il creatore del “nuovo” vitigno fu Giovanno Dalmasso, nel 1938, che incrociò un tipo particolare di Nebbiolo con la Barbera. Per decenni si trattò solo di un interessante esperimento quasi dimenticato, poi alcuni produttori, resisi conto delle potenzialità dell’Albarossa, iniziarono a vinificarlo seriamente. Fra essi spicca Michele Chiarlo di Calamandrana, (Asti), con la sua Albarossa Montald. Il vitigno è a maturazione tardiva e abbina l’alcolicità elevata a una giusta acidità e buona intensità di colore, il classico rubino con sfumature viola. Si avvertono prevalenti sensazioni fruttate, ma anche floreali, e speziate (tabacco). Bella struttura, velluto, armonia. Da abbinare a formaggi stagionati, carne alla griglia o al forno, arrosti. 
▣ Montald Albarossa Piemonte Doc 2012, Michele Chiarlo. www.michelechiarlo.it. 
Prezzo: 12-15 €.

Nord-est, ovvero Veneto, una delle regioni più prolifiche per quantità di vino e con una perla mondialmente riconosciuta, l’Amarone. Un suo parente stretto in grande spolvero negli ultimi anni, è il Valpolicella Ripasso. Quello de La Collina dei ciliegi di Grezzana (Verona), ) di colore rubino, già con riflessi granati, bei sentori di prugna e ciliegia e poi di spezie dolci, in bocca risulta sapido, secco con una sua eleganza, quasi vellutato. Ma come si fa il Ripasso? Procedendo a una seconda fermentazione sulle vinacce dell’Amarone e del Recioto. Il vino acquisisce così carattere e morbidezza. Le uve sono Corvina veronese, Corvinone e Rondinella. La maturazione si svolge per 9 mesi nel rovere, poi ancora 6 mesi in bottiglia. 
▣ Valpolicella Ripasso Superiore Doc 2013, Collina dei ciliegi. www.lacollinadeiciliegi.it. 
Prezzo: 22- 25 €.


Alauda è la colomba, pardon l’allodola (dal latino alauda, alaudae) tirata fuori dal cilindro dal “prestigiatore” Ruffino per conquistare il mercato d’alta gamma del vino. Ci può riuscire? Vediamo. Per ora solo poche bottiglie numerate (4.800) e un prezzo elevato (80 €). Per differenziarsi da vini di pregio che sono già in portafoglio, certo di gran qualità ma relativamente austeri quando la base è il Sangiovese (Chianti, Brunello, Vino Nobile), l’enologo Gabriele Tacconi e l’a.d. Sandro Sartor hanno escluso il pur nobile vitigno toscano. E puntato se non tutto, molto sul Cabernet: attenzione, Franc, non Sauvignon, e su cloni della Loira (piuttosto diversi da quelli bordolesi). Qui infatti il Franc si caratterizza per colore poco intenso, una certa carenza di acidità, le note erbacee e tannicità limitata. Ma nel vigneto Rapale delle tenuta di Poggio Casciano, dal particolare microclima, con un suolo povero e argilloso, la pianta raggiunge un ottimo equilibrio vegetoproduttivo, con buon contenuto di zuccheri e ancor più ridotta acidità, minori note vegetali a vantaggio della morbidezza dei tannini. La vendemmia manuale, per l’annata 2011, è iniziata il 5 settembre con il Merlot, l’altra uva che entra paritariamente (al 45 %) nel connubio. Una settimana dopo è stata la volta del Cabernet e quella successiva del Colorino, presente al 10% per dare più colore al vino e accrescerne la morbidezza. In cantina si è proceduto con pratiche come la follatura (reimmersione delle vinacce nel mosto in fermentazione) e rimontaggi per un mese circa; poi alla conversione malolattica (l’acido malico, aspro, si trasforma in acido lattico, più delicato).

L’Alauda trascorre due anni in piccole botti di rovere (delle foreste francesi di Allier e Tronçais) di primo e secondo passaggio e sei mesi di affinamento in bottiglia. Risultato: un vino di grande personalità, cremoso, morbido, suadente, con note fruttatate (prugna), balsamiche (ginepro) e un sentore curioso, che richiama certi formaggi erborinati (più lo Stilton che il Gorgonzola). Al di là di qualsiasi disamina tecnica, indubbiamente un grande vino, esclusivo, per ora, per numero di bottiglie e prezzo, ma alla portata di qualsiasi palato, per la piacevole complessità (e non è un ossimoro!) della beva.
▣  Alauda,  Toscana Igt 2011, Ruffino,  www.ruffino.com. Prezzo: 80 €.

Syrah e Nero d’Avola, due vitigni “siciliani” che per una parte della critica enologica sono nell’occhio del ciclone. Chi critica il primo per essere alloctono, chi il secondo per essere “troppo” autoctono, in definitiva snaturato: tutt’e due per essere prodotti con risultati organolettici troppo simili a quelli di qualche altro vitigno internazionale, come Merlot e Cabernet.
Facciamocene una ragione e badiamo, volando più un basso, principalmente alla piacevolezza.
Prezzo conveniente e bevibilità senza pensieri sono proprio il marchio di fabbrica di una grande cooperativa come la Settesoli di Menfi (Agrigento), che sfodera 25 milioni di bottiglie ogni anno, da vitigni autoctoni e internazionali, in generale vinificati in purezza. Fra le poche eccezioni, il Seligo Rosso 2014 (circa 60mila bottiglie), mix paritario di Nero d’Avola e Syrah, appunto: colore rubino scuro, profumi in cui risaltano la prugna, la ciliegia  e il ribes , sapore caldo e scorrevole con qualche nota salina, di piena soddisfazione. D’elezione con formaggi semistagionati, maialino in agrodolce.
▣  Seligo, Sicilia Rosso Doc 2014, Cantine Settesoli, www.settesoli.it . Prezzo: 6-7 €.

Grande Syrah in purezza sulle Madonie, a mille metri circa d’altitudine, vista sull'Etna, montagna e vulcano su cui qualche anno fa un'egittologa francese scoprì una serie di piramidi in pietra lavica. Dove? A Gangi (Palermo), paese di circa 7mila anime, ma noto per alcune qualifiche - Comune gioiello d’Italia, Borgo dei borghi, fra i “Plus beaux villages de la terres” - balzato a improvvisa notorietà qualche tempo fa, quando il sindaco mise in vendita case abbandonate nel territorio a 1 €.
Costa di più (20 €), il vino S ’14, Syrah Terre Siciliane Igp, della Tenuta San Giaime. Come risponde il proprietario Salvatore Cicco (imprenditore milanese nato a Gangi), a severa richiesta di giustificazione, sulla scelta di un vitigno “straniero” in purezza e sul prezzo relativamente alto? Con la leggenda e con la scienza.
Leggenda. Sarebbero stati i pellegrini provenienti dal Medio Oriente e diretti a Santiago di Compostela in Spagna, passando dalla Sicilia per raggiungere la Via Francigena, a transitare proprio dal territorio di San Giaime, a Gangi. Giaime risulta essere la traduzione dialettale dello spagnolo Jaime, variante di Santiago, che identificano il nostro Giacomo. Tra i doni dei pellegrini, per riconoscenza all’ospitalità dei locali, vi erano anche barbatelle del vitigno Syrah, originario della Persia. Verità. Da circa un secolo
Filetto di maiale alla mela
con il Syrah Tenuta San Giame
il padre dell’attuale titolare e prima il nonno, coltivavano in zona il vigneto. Nel 2006, dopo un periodo di abbandono, Salvatore Cicco, con il cognato cantiniere e il figlio Alessio, reimpiantano il Syrah nella proprietà di famiglia e con l’aiuto del consulente Gianfranco Cordero iniziano dopo alcuni anni a produrre poche bottiglie di Syrah di montagna in purezza. Il sovescio in vigna è l’unico “concime” utilizzato, eventualmente d’estate poco zolfo (max 45 mg/lt di solforosa, normalmente si può arrivare anche a 160). Raccolta manuale in cassette, fermentazione spontanea su lieviti indigeni, affinamento in serbatoi tronco-conici di cemento e in barrique per un totale di 9 mesi, più altri tre in bottiglia. Solo 4.500 bottiglie vendute in loco e in poche enoteche, fra cui la Serio di Cefalù e il negozio bio Santé di via De Amicis a Milano. Non proprio a caso: infatti San Giame è in via di riconversione biologica, sarà pienamente bio con la prossima vendemmia. Qualche bottiglia si può trovarla anche nelle cantine di alcuni ristoranti di nome, dal Trussardi alla Scala di Milano all'Hunt & Fish Club di New York, all'Antica Osteria del Ponte di Tokyo. I profumi sono fruttati, non solo di frutta  rossa, ma anche secca, come le mandorle, mentre in bocca è fresco, morbido e leggermente speziato, con giusta tannicità per poterlo abbinare a tavola con piatti come il macco di fave, spaghetti alla Nerano (con zucchine e Provolone del Monaco), salsiccia alla brace, filetto di maialino alla mela, piatto d’eccellenza del ristorante Enoteca Viola di Milano (www.violaenoteca.com), ove si può gustare l’S ‘14  e un’interessante selezione di altre buone bottiglie italiane e francesi, anche al bicchiere.
▣  S ‘14, Syrah Terre Siciliane Igp, Tenuta San Giaime, www.tenutasangiaime.it. Prezzo: 20 €.