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mercoledì 5 novembre 2025

Bianco o rosso? Rosato o arancio? I colori del vino (e i suoi profumi e sapori) si estendono. Una carrellata in giro per l'Italia. Con un focus sul Chianti Classico



Bianco o rosso?, ti chiedeva una volta l’oste. Poi, da oltre un ventennio, la domanda di prammatica è stata spesso aggiornata: Bianco Rosato o Rosso? E negli ultimi dieci anni il nostro oste moderno alias sommelier dovrebbe chiedere: “Il Signore desidera un bianco, un rosé, un orange o un rosso?”. Certo, molto dipende dalle occasioni, dei piatti da abbinare, dalla voglia di provare vini diversi e, magari, di stupire gli amici... Sia come sia, qui su Il MoncalVini, non si fanno discriminazioni: se non quelle sulla serietà dei produttori, sulla “bontà” dei vini, pur discutibile, sull’originalità del vino in questione alla ricerca del bello, buono e giusto per il nostro palato, il nostro cuore e la mente, sapendo che ognuno di essi è diverso da quelli degli altri. 

E stavolta il classico Prosit (traduzione dal latinorum: Sia di giovamento) lo auguriamo all’inizio.  Cosicché possiate acconciarvi per le prossime Feste!

 

Dal bianco al rosato...

Martin Foradori guida una delle aziende vitivinicole più importanti dell’Alto Adige e, per qualità, anche fra le migliori del resto d’Italia: la J. Hofstätter di Termeno. Esemplare è il suo raffinato Pinot Bianco Alto Adige Doc 2024, vinificato in acciaio, di una finezza rara, che viene attribuita dal produttore ai suoli calcarei di collina come pure all’escursione termica fra giorno e notte, che permette lo sviluppo di profumi sottili quanto soavi: fiori di campo, mela verde, pera...Acidità vivida ma equilibrata e struttura elegante preludono in bocca a una chiusura asciutta, sapida e  delicati aromi di frutta e noci nel finale.

Da aperitivo; per accompagnare al meglio anche antipasti di salumi (Prosciutto cotto alla tirolese, Salamini di cervo...). E poi, con primi altoatesini come gli Spätzle agli spinaci conditi con speck e burro, i Canederli al formaggio grigio; fra i secondi, Coniglio alle erbe, Faraona all’arancia, Cous cous; piatti di pesce e crostacei, come Trota alla mugnaia, Spaghetti alle vongole, Lasagne con gamberi e ricotta. 

Prezzo: 12,70 € la bottiglia.

Info. Tenuta J. Hofstätter, piazza Municipio 7, Termeno (Bolzano), tel. 0471.860161, www.hosfstatter.com  

 


Un vino per certi versi sorprendente. LeMoss è un rosato da uve rosse: 90% Pinot nero, 10% Raboso,  da vigne coltivate in Veneto, a San Polo di Piave, su un suolo argilloso. 

Gli acini, pressati in maniera soffice, macerano per 12 ore a contatto con le bucce, poi il mosto fermenta (ma non del tutto) grazie a lieviti indigeni, a 15-17°. Ha quindi luogo una seconda, lenta fermentazione in bottiglia sui lieviti (sur lie, si direbbe in Francia). La fermentazione in inverno si arresta per riprendere in primavera (con l’aumento della temperatura) e con essa si avvia la presa di spuma. È il cosiddetto Metodo Ancestrale. I lieviti esausti non vengono espulsi ma lasciati depositare sul fondo della bottiglia, anche se alcuni rimangono in sospensione: da qui una certa torbidezza del vino. 

Questo tipo di frizzanti (al massimo 2,5 atm) vengono spesso chiamati in Veneto con l’appellativo finale “Col fondo” e chiusi con tappo corona. Non fa eccezione il LeMoss (10,5° alcolici - il nome viene dal dialetto trevigiano: “è mosso”). Perlage breve e un po’ grossolano, che tende a esaurirsi non molti secondi dopo che il vino è stato versato. Fresco e profumato, piuttosto secco nonostante abbia sviluppato la malolattica; sentori gentili, di crosta di pane, e, accennati, di frutta rossa.  Vino semplice, se vogliamo, eppure intrigante.

Si abbina bene con piatti saporiti: salumi (Prosciutto di Sauris, Mortadella, Salame di Felino); formaggi sapidi, anche stagionati (Asiago Mezzano, Piave vecchio selez. Oro). Fra i primi: Pastasciutta alle vongole, prezzemolo e aglio; Orecchiette con cime di rapa. Fra i secondi: Sarde in saor; Fegato alla veneta.

Prezzo: sui 10 € la bottiglia.

Info. Società agricola Lemoss, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885, www.cadirajo.it .

 

...All’arancio

A dispetto del nome scherzoso e dell’etichetta spiritosa, Orange-utan è un serissimo vino dal colore aranciato, che però, come tutti gli Orange wine, deriva da uve bianche. Biologico e vegan-friendly, ha alla base un 80% di Inzolia e il restante 20% di Zibibbo. 

Nell’azienda agricola Cortese dei fratelli trentini Marina e Stefano Girelli, vignaioli appassionati del territorio ragusano, che nella loro fattoria mantengono le migliori tradizioni dell’enologia siciliane, pur con sapienti tocchi innovativi, le uve vengono raccolte manualmente in piccole cassette per mantenere al massimo l’integrità del frutto e i suoi valori aromatici. 

La vinificazione è quella tipica degli Orange: si procede prima alla macerazione sulle bucce a temperatura contenuta fra i 17 e i 19°, separatamente: l’Inzolia per 2-3 settimane, lo Zibibbo per sei, con follature delicate quotidiane (una procedura che consiste nello spingere verso il basso, rompendolo, il cappello di vinacce che si forma in superficie durante la fermentazione, per favorire l’estrazione di
colore e aromi). 

Si procede quindi all’assemblaggio dei due vini, che si affineranno per tre mesi sulle fecce “nobili”. L’Orange-utan, col sul bel colore d’arancia, ha buona struttura (13° alcolici), è fresco, elegante, dotato di una complessità aromatica che spazia fra pesca, albicocca e agrumi come chinotto e arancia. In bocca, sapido, persistente, con note floreali e fruttate e accenni balsamici.

Buon aperitivo, si sposa bene con Sushi, Carpaccio di spada al pepe rosa, Tartare di ricciola, Caponata; con primi come Ravioli di zucca, Pasta alla Norma; fra i secondi: Pollo alla marocchina, Coniglio a’stimpirata con scorze di agrumi.

Orange-utan, Terre siciliane Igp 2024. 

Prezzo: sui 13 € la bottiglia.

Info. Azienda agricola Cortese, c.da Sabuci, SP3 km 11, Vittoria (Ragusa), tel. 0932.875615, www.agricolacortese.com

 

Non resta "che" il rosso

Last but not least, il vino rosso. Quattro toscani di vaglia e un curioso marchigiano.

Il primo è il poco noto Ciliegiolo, maremmano, la cui uva omonima però può entrare in piccole percentuali anche nella composizione del Chianti Classico.

Il Ciliegiolo è vino dai sentori fruttati, con tocchi di speziatura, e una sua morbidezza che si sposa bene con piatti di pesce salsati, per esempio il suntuoso Cacciucco della costa ligure (come mare) e livornese, (come territorio). D’estate fa la sua buona figura su piatti non impegnativi di carne, ma anche d’autunno ha da dire la sua con Tagliatelle ai porcini, Risotto con salsiccia e zucca, Zuppa di castagne, Ribollita; e ancora, Pollo alla cacciatora, Saltimbocca (scaloppine) alla romana (con prosciutto crudo), per non dire di formaggi mediamente stagionati e salumi quali il Prosciutto crudo al pepe e la Finocchiona. 

Il Nàcchero, Toscana Igt 2024 di Grillesino, Ciliegiolo in purezza, è un ottimo esempio di questo rosso dal colore rubino (che “invecchia” bene per 3- 4 anni, accentuando la sua tinta verso il granato), profumi che rimandano alla prugna e ai piccoli frutti rossi; in bocca è secco e morbido al contempo, di carattere spiccato (ha una gradazione di 13,5°), fresco e sapido, di beva assai piacevole.

Ma come è fatto il Nàcchero? Il vigneto di Grillesino poggia su un suolo calcareo/argilloso (e ghiaioso) posto a 220 m s.l.m.; la vendemmia si svolge solitamente a fine settembre e i mosti dopo la pigiatura-diraspatura vengono immessi in tini d’acciaio per la fermentazione alcolica; due settimane più tardi il vino nuovo viene travasato e conservato in acciaio a temperatura controllata in modo che si sviluppi anche la fermentazione malolattica. Dopo 4 mesi, viene imbottigliato e dopo altri tre di affinamento nel vetro, è pronto per la vendita.

Prezzo: 15 € la bottiglia.

Info. Grillesino – Compagnia del vino, Magliano in Toscana-San Casciano Val di Pesa, tel. 055.244357,  www.compagniadelvino.com 

 

Mondo Classico

È un mondo il Chianti Classico, con una lunga tradizione alle spalle e un rinnovamento accentuato che si è sviluppato a partire da un progetto 25ennale, che oggi ha segnato un punto d’arrivo (e di ripartenza) importante. Non possiamo qui farne tutta la storia, proviamo a fissarne alcune date importanti.  

Nel 1716 il Granduca di Toscana Cosimo III stabilisce i confini della zona di produzione del vino Chianti. Nel 1924 nasce il Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti, con simbolo il Gallo nero. Nel ’32 si aggiunge il suffisso Classico per distinguere il Chianti delle origini da quelli nati al di fuori del territorio codificato nel Settecento. 

Nel 1984 il Classico ottiene la Docg; e dal 2010 vige il divieto di produrre altri Chianti nel territorio storico del Classico. Tre anni dopo viene modificato il Disciplinare con l’aggiunta alle già esistenti versioni, Annata e Riserva, della Gran Selezione. Che cosa differenzia quest’ultima dalle prime due? Grado alcolico minimo più alto (13°), invecchiamento minimo maggiore (30 mesi), estratto minimo (26 g/l), maggiore eleganza e speziatura, struttura, finezza e bilanciamento fra tannini e acidità, longevità e spessore maggiori.

Nel 2021 nascono le Uga, Unità geografiche aggiuntive, zone di coltivazione più ristrette e omogenee, distinguibili per una combinazione di fattori naturali (microclima, suoli) e umani (storia culturale, tradizioni locali). Sono 11 le Uga che si possono trovare segnalate sulle bottiglie di Chianti Classico: San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, Radda, Gaiole, Castelnuovo Berardenga, Vagliagli, Castellina, San Donato in Poggio.

Ma forse l’azione umana più significativa degli ultimi 35 anni, che ha portato a un necessario rinnovamento della viticoltura del Gallo Nero è il Progetto Chianti Classico 2000, elaborato dal suo Consorzio a partire dal 1984, in tre Cicli, con 16 vigneti sperimentali su 25 ettari, 5 cantine per verificare le singole tesi sperimentali, 10 stazioni agrometeorologiche. E sei Tematiche: a) di riscontro del comportamento agronomico e del valore enologico di alcuni cloni di vitigni neri (Sangiovese, Canaiolo, Colorino e Malvasia nera), già compresi nel possibile uvaggio del Chianti Classico; 

b) sulle caratteristiche dei portainnesti in rapporto all’ambiente pedoclimatico; 

c) su quale potesse essere la migliore densità di piantagione per ettaro; 

d) sulle forme di allevamento; 

e) riguardo alle tecniche di gestione del suolo; 

f) relative alla selezione clonale dei principali vitigni. 

Si sono individuati così 239 presunti cloni, dai quali sono stati selezionati 24 di Sangiovese, 8 di Canaiolo, 3 di Colorino; dopo ulteriori controlli e verifiche si è giunti all’omologazione di 7 nuovi cloni di Sangiovese e 1 di Colorino, che dagli anni Duemila in poi sono stati in gran parte già adottati dalla maggioranza dei produttori, con enorme giovamento sulla sanità e congruità delle uve.

 

Nel corso della recente degustazione “Chianti Classico 2000 Venticinque” (11 bottiglie di diverse annate, produttori e tipologie) si sono potuti constatare quanti passi avanti siano stati fatti nella qualità dei vini Chianti Classico. A parere di chi scrive, gli 11 campioni assaggiati si sono dimostrati tutti molto buoni; eccellente fra i Chianti Classico Annata il Casanuova di Nittardi Vigna Doghessa 2021, 100%
Sangiovese, vigne sui 500 m s.l.m. su suolo sassoso, a Castellina in Chianti. Matura in barrique e tonneau. Grandi profumi di sottobosco, spezie dolci, tannini vellutati, profondo, energico, persistente, dai sentori minerali. 

Prezzo: sui 19 € la bottiglia.

Info. Nittardi, loc. Nittardi, Castellina in Chianti (Siena), tel. 0577.740269, https://nittardi.com

 


Fra i Chianti Classico Riserva  predilezione per Le Baroncole 2021 della Fattoria San Giusto a Rentennano di Gaiole in Chianti. Vino biologico, da uve Sangiovese (97% e Canaiolo (3%), ha fatto 20 mesi in botti da 5 hl e in fusti di rovere francese da 2,25 hl; affinamento in bottiglia di 6 mesi. Bel colore rosso rubino, profumi evidenti di erbe aromatiche, rosa, viola e frutti di bosco. Secco, ma morbido con grata corrispondenza naso-palato, lungo; in due parole: veramente buono. 

Prezzo: 36 € la bottiglia.

Info. Fattoria  San Giusto a Rentennano, loc. San Giusto a Rentennano 20, Gaiole in Chianti  (Siena), tel. 0577.747121, www.fattoriasangiusto.it

 


Infine, le Gran Selezione. Ve n’erano in assaggio sette su 11 vini totali. Non facile sceglierne una per tutte, v’erano bottiglie di vendemmie a partire dal 2015 e fino al 2023. 

Preferenza di un’incollatura alla Badiola 2021 del Castello di Fonterutoli, 100% Sangiovese, da vigne ventennali allevate a 500 m s.l.m. a Radda in Chianti, su terreni di galestro, arenaria e scheletro misto, che godono di un clima molto fresco. 

Vinificato in tini troncoconici d’acciaio, elevato 5 mesi in vasche di cemento, e ancora 16 mesi in tonneau e affinato ulteriormente in bottiglia per 8 mesi. Fresco, fine, elegante, al naso profumi di mora e gelso con note di sottobosco, e ancora, di cacao, pepe, cuoio. In bocca, tannini delicati, sapidità, sentori corrispondenti a quelli olfattivi e anche agrumati; lunga persistenza.

Prezzo: sui 60 € la bottiglia.

Info. Castello di Fonterutoli, via Ottone III di Sassonia 5, loc. Fonterutoli, Castellina in Chianti (Siena), tel. 0577.73571, https://mazzei.it

 

La Vernaccia è anche rossa

C’è la Vernaccia di Oristano Doc (sarda) da uve omonime e la Vernaccia di San Gimignano Docg (toscana) anch’essa da uve sue omonime almeno per l’85%, ambedue vini bianchi. E poi ci sono i molto meno conosciuti Vernaccia di Serrapetrona Docg, spumante, e Serrapetrona Doc, fermo. Questi due vini marchigiani non sono bianchi, ma rossi. Le relative uve si riescono a coltivare bene solo nella zona di Serrapetrona, provincia di Macerata; tentativi in varie parti del mondo, comprese Sonoma e Napa Valley, hanno sortito effetti deludenti. Se la versione Vernaccia di Serrapetrona Docg, spumante dolce, è la più tradizionale (con un metodo di vinificazione e spumantizzazione unico, che contempla ben tre fermentazioni successive), si fa strada tuttavia una versione secca, di sorprendente carattere. Come quella proposta dalla cantina agricola VerSer, dell’enologo Matteo Cesari de Maria, che ne è proprietario assieme ai genitori e alla sorella Sandra. Cantina giovane – vigneti impiantati fra il 2019 e il 2020 - si è data quel nome come sintesi di Vernaccia e Serrapetrona.

I vigneti si trovano, come consente il disciplinare, a San Severino Marche, località Carpignano, territori confinanti a sud con Serrapetrona. Sono disposti in una valle dove prevale l’argilla. Si tratta di 2,2 ha di Vernaccia nera e di 0,5 ha di Pecorino. 

Matteo Cesari de Maria, laureato a suo tempo con una tesi sperimentale proprio sulla Vernaccia, fa quasi tutto da solo per controllare in prima persona ogni fase, avvalendosi, quando sia il caso, di tecniche e attrezzature avanzatissime. 

Realizza così cinque vini. Il Serrosé, Marche Rosato Igt, 100% Vernaccia nera, molto piacevole; l’Oh Pè, Marche Bianco Igt, 100% Pecorino, elegante e floreale; e due simpatici frizzanti chiamati Reból (Marche Igt): un rosé da Vernaccia nera 100%, con rifermentazione in bottiglia e un bianco – 100% Pecorino – una sorta di metodo classico non sboccato, fresco e fragrante. 

Però il vino più interessante di VerSer è il Clemè, rosso da Vernaccia nera, Serrapetrona Doc. La vigna
posa su terreno franco argilloso a un’altitudine media di circa 300 m s.l.m. Dopo la vendemmia settembrina viene vinificato con una pigiadiraspatura soffice, con fermentazione su lieviti selezionati e affinamento per 8 mesi in acciaio (con rimontaggi mensili).

Clemè, Serrapetrona Doc 2023 ha un bel colore rubino brillante, profumi che ricordano rosa canina, violetta, piccoli frutti rossi e una speziatura di pepe bianco. In bocca: secco, con tannini levigati, ottima corrispondenza naso-palato e lieve nota vegetale.

Matrimonio d’amore in tavola con i Crostini col Ciauscolo; i suntuosi Vincisgrassi, tipici delle Marche; Tacconi(tagliatelle marchigiane di farina di fave) con sugo di fave fresche, guanciale e pomodorini; brasato con le castagne; filetto di maiale al rosmarino.

Prezzo: 22 € la bottiglia.

Info. Cantina VerSer, loc. Carpignano 114, San Severino Marche (Macerata), tel. 0733.1550675,  www.agricolaverser.it


 

 

 

 

 

 

venerdì 30 ottobre 2020

I rimpianti del lockdown e il futuro del Chianti Classico. Assaggiando i vini "base" 2018. Ottimi senza Riserva


Vigne nel Chianti Classico


"Aggiungi un produttore a tavola": è lo slogan con cui i produttori del Gallo nero (alias Chianti Classico) speravano di offrire una serata diversa in molti ristoranti milanesi. Così per esempio il 3 novembre Chic’n Quick, la Trattoria moderna di Claudio Sadler avrebbe proposto: Torta di baccalà con
misticanza, salame toscano e uovo sodo; Minestra di cardi, carciofi, fagioli, cavolo nero e pane vecchio al rosmarino; Gnudi (grandi gnocchi) fiorentini al ragù di fagianella e spugnole; Arista di maiale nero allo spiedo con finocchi al Vernelli; e Zuccotto fiorentino. 
In abbinamento, tre vini Chianti Classico Docg: il Querciabella 2017, la Riserva Sergioveto 2015 di Rocca delle Macie e la Gran Selezione Ottantuno 2016 di Luiano. Cena al prezzo di 60 €. Mica male no? Già, se non fosse per il maledetto virus che ha imposto il lockdown serale ai pubblici esercizi. Quindi, sospesa questa cena e le altre in programma, sempre a Milano nei giorni successivi, Al pont de ferr, Toscanino, Sadler ristorante, Cantina di Manuela… 
Que reste-t-il de nos amours? La speranza nel futuro, malgré tout, e la constatazione che molti consorzi e produttori di vino ce la mettono tutta a programmarlo migliore, mirando alla qualità.  È il caso del Consorzio del Chianti Classico, che ha presentato una decina di giorni fa, a Milano, un progetto innovativo di valorizzazione del territorio o meglio della sua conoscenza, Chianti classico a colpo d'occhio. Immaginiamo di essere in un’enoteca milanese o meglio ancora nella zona toscana, a sorseggiare un bicchiere di quel vino e di volerne saperne di più sul vino stesso, il suo produttore, il territorio ove si trovano le vigne, magari il terreno su cui sono coltivate, il microclima…Tutto questo e altro sarà possibile ritrovarlo sul proprio tablet o smartphone, riuscendo a mettere in rapporto certe sensazioni organolettiche con le informazioni relative al terroir specifico di ogni vino/vigna. 
Alessandro Masnaghetti (foto qui a fianco), degustatore, collaboratore un tempo di Veronelli e ormai soprattutto “cartografo del vino” (Wine Spectator l’ha soprannominato Map Man) ha progettato e in parte già attuato questo progetto, che una volta completato permetterà di immergersi virtualmente nel paesaggio dei vari vigneti e delle loro colline, attraverso immagini e mappe in 3D. 
Paesaggio che significa anche borghi e vallate, terreni visti da vicino e boschi
circostanti, con vedute a 360° e zummate ravvicinate.
 “Il come è fatto un vino”, sostiene Giovanni Manetti (foto sotto a destra), presidente del Consorzio, “sta cedendo sempre più il passo al dove lo si fa, in quale contesto paesaggistico, territoriale, climatico”. Dietro al progetto under construction c’è la decennale collaborazione fra Masnaghetti e il Gallo nero, concretizzata già nelle mappe comunali dei vigneti, pubblicate nella collana I Cru di Enogea e poi nella mappa generale dell’intera Docg e la sua versione in rilievo, che ormai si trovano in varie enoteche, ristoranti e cantine, in Toscana e nel mondo. Che cosa resta da aggiungere a queste mappe-vedute-paesaggi interattivi? Testi (già in parte scritti) e approfondimenti cartografici, che affiancheranno le immagini. Tutto da gustare, ma meglio se sul posto e davanti a un bicchiere del rosso italiano più noto al mondo. 
Ma quale rapporto c’è tra un Chianti Classico e il suo terroir, quanto quest’ultimo marca le eventuali differenze organolettiche tra due vini della stessa annata e tipologia e di territori magari siti nello stesso comune o a pochi km di distanza? 
La degustazione guidata da Masnaghetti al Centro filologico milanese – nell’ambito della presentazione del progetto - di 10 Chianti Classico di comuni diversi, anche se magari confinanti, o addirittura dello stesso comune e di annate prevalentemente del 2018 ha messo in luce le differenze organolettiche suscitate (anche) da terreni pur vicini, ma di diversa composizione. Poi, certo, la formazione del vino (da Sangiovese in purezza o in connubio minoritario con altri vitigni a bacca rossa, massimo per il 20%), e l’uso dei contenitori di maturazione e affinamento (dal cemento alle botti di rovere grandi o piccole) hanno la loro influenza. 
Ho cercato successivamente di confrontare meglio i dati sulla composizione dei terreni che danno origine ad alcuni vini prodotti da aziende diverse nel medesimo comune, come Castello di Ama e Ricasoli a Gaiole in Chianti; e Villa Cerna-Cecchi e Castagnoli a Castellina in Chianti (comuni della zona meridionale del Chianti Classico, il primo a est il secondo a ovest-sud). Ma le differenze organolettiche seriamente percepibili da chi non sia un superesperto, da mettere poi in rapporto con i terroir specifici, appaiono minime, laddove invece la composizione e l’iter di maturazione 
differiscono in grado maggiore. Si prendano come unico esempio i due vini “base” appunto di due aziende dello stesso comune di Gaiole in Chianti, che distano 12 km l’una dall’altra, Castello di Ama e Ricasoli. Sono, rispettivamente, l’Ama 2018 e il Brolio 2018. 
Il primo, Ama (21 € la bottiglia),  è composto al 95% da Sangiovese e 5% Merlot. Matura in piccole botti (barrique, da 225 lt) usate, per un anno o poco più prima dell’imbottigliamento.
Nel Brolio di Ricasoli (13,50 € la bottiglia) il Sangiovese è l’80%, il Merlot aumenta al 15% e si aggiunge un 5% di Cabernet sauvignon. La maturazione ha luogo in tonneau (500-700 lt) usate per circa 9 mesi. Quindi: diversa percentuale e tipo di uve (anche se ovviamente prevale il Sangiovese), botti di capienze diverse, durata differente della maturazione nel legno.
E i terreni?
- Le uve per il Chianti Classico Ama vengono colte da tutti i vigneti aziendali più giovani (sui
15 anni mediamente), che per il resto danno vita a vari vini-cru. I terreni variano: sono calcarei con scisti argillosi o della stessa tipologia ma più sassosi, o con presenza consistente di scheletro, magari più argillosi in basso in una stessa vigna e maggiormente calcareo-sassosi in alto.
- Le uve per il Brolio di Ricasoli vengono da terreni anche molto diversi e di differenti altitudini, ricchi di scheletro (si tratta della frazione minerale di terreno composta dai frammenti più grossolani, di diametro superiore ai 2 mm).
Finalmente degustiamo i due vini. Ambedue di un bel rosso rubino; ambedue al naso fruttati (piccoli frutti rossi, tra la ciliegia e il lampone), con qualche sentore di iris e viola mammola; il sapore è asciutto, fruttato, con tannini piuttosto fini ed eleganti, di buona armonia. Più croccante (cioè con un frutto meno maturo, ma più spiccato, più “masticabile”) l’Ama, con un fruttato più gentile e forse più debole il Brolio.
Cosa concluderne? Magari che non è affatto facile distinguere all'assaggio un Chianti Classico base della medesima annata da un altro. Mentre a posteriori, prima degustando e poi avendo le informazioni, si possono forse meglio cogliere certe sfumature, poco percepibili alla cieca. L’assaggio del vino in fondo non è mera degustazione, cieca e "ignorante", anzi, senza lasciarsi fuorviare dallo storytelling del marketing, è conoscenza vera, fascino (non semplicemente glamour), allegria, convivialità.Ma certo il
lavoro di Masnaghetti e del Consorzio, orientato nonostante i forse inevitabili tecnicismi a un pubblico vasto di appassionati del vino, è meritorio, interessante e ben sviluppato. Vedremo gli esiti finali. 
E se son rose, anzi giaggioli, fioriranno.



Info. Consorzio vino Chianti Classico, loc. Sambuca, Tavernelle Val di Pesa, tel. 055.82285, www.chianticlassico.com. Castello di Ama, loc. Ama, fraz. Lecchi in Chianti, Gaiole in Chianti (Siena), tel. 0577.746069, www.castellodiama.com. Ricasoli, loc. Madonna a Brolio, Gaiole in Chianti (Siena), tel. 0577.7301, Ricasoli.com

La cartina del Chianti, tra Firenze e Siena, dove si produce il Chianti Classico Docg. 
 

sabato 9 aprile 2016

Chianti, Brunello o Vino Nobile? Tre piccoli produttori di gran classe, da scoprire anche al Vinitaly

Toscana, paesaggio del Chianti
Nel mare magnum del Vinitaly incrociano arditi anche i piccoli navigli, non solo le possenti corazzate.
Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano, rappresentano la Toscana famosa nel mondo per i suoi vini di tradizione.  Ma in queste zone ci sono grandi produttori (per fama e/o numero di bottiglie) e piccoli, magari ancora poco noti, ma di qualità sicura, che tendono spasmodicamente all’eccellenza. Senza indulgere troppo alla retorica del “piccolo è bello” o del veronelliano motto - o sbotto - : “Il peggior piccolo vignaiolo è sempre migliore del grande produttore”, ecco la vicenda e l’attualità di tre vignaioli, più e meno piccoli, ma di grandi territori, qualitativamente parlando. Uno per zona, ognuno con una storia autentica da raccontare, le sue buone, a volte anche eccellenti bottiglie, da proporre. Partendo da nord-ovest verso sud-est, dal Chianti Classico al terroir di Montepulciano.
La Sala. Francesco Rossi Ferrini già possedeva, tramite la sua famiglia, dal 1941, a San Casciano Val di Pesa (loc. Monteridolfi) Il Torriano, sede dell’omonimo agriturismo, dove si coltivano sangiovese e merlot su terreni argillosi di colore rossastro (a 250-300 m. s.l.m.), che danno luogo a vini strutturati e di colore intenso. Ma aveva messo gli occhi da tempo sulla tenuta La Sala, in loc. Sorripa, caratterizzata da pendii dolci, più bassi (da 130 a 200 m. s.l.m.) e terreni calcarei marnosi biancastri detti alberese. Finendo per acquistarla nel 2014. Anche i microclimi sono differenti, ma tutta questa diversità è benedetta. Mixandoli con sapienza, i vini in uvaggio si completano: il Torriano apporta struttura e colore, La Sala freschezza ed eleganza. Tuttavia nella considerazione di non pochi “esperti”, la zona di San Casciano viene ritenuta in qualche modo minore nella costruzione dei Chianti, perché per le sue caratteristiche difficilmente può dar luogo a vini muscolari (ipertrofici, li definisce l’enologo Stefano Di Biasi). Vini simili non li vogliono e del resto forse non li possono fare né Di Biasi né Rossi Ferrini, che hanno puntato piuttosto a prodotti identitari, di affermazione del territorio, un po’ meno strutturati quindi, puntando di più sulla tensione acida e la pulizia del fruttato.
I vini attualmente in produzione sono solo tre, per un totale di circa 22mila bottiglie, la crème: se ne fa di più, ma il resto viene venduto sfuso. Due i Chianti. Il Classico “base”, fermentato in acciaio e in parte in botti grandi: nel 2012 emergono le note della visciola, nel 2013 quelle agrumate, tutt’e due molto piacevoli e in evoluzione. Nella Riserva 2011 (1500 bottiglie, 85% sangiovese, 15%  cabernet sauvignon, con fermentazione malolattica in botte del primo, in barrique del secondo; e dopo il blend, maturazione al 50% nei due legni per 18 mesi, più 12 in bottiglia), si riconoscono ancora la visciola, lo zenzero candito, cannella, eucalipto e tannini ben amalgamati. Armonia e complessità. Molto buona.



Ciacci Piccolomini d’Aragona. La tenuta ha origini addirittura seicentesche, passa poi nel 1877 alla famiglia Ciacci, e quindi per matrimonio anche ai Piccolomini d’Aragona, nella prima metà del Novecento. Si trova vicino al borgo medievale di Castelnuovo dell’Abate e all’abbazia romanica di Sant’Antimo. Estinto il casato, la proprietà è acquistata nel 1985 da Giuseppe Bianchini, noto vignaiolo di Montalcino e, alla sua scomparsa, nel 2004, passa ai figli Paolo e Lucia. I vigneti sono nella zona sud-ovest di Montalcino, non lontano dal fiume Orcia, su terreni sassosi e galestro, a un’altitudine che varia da 240 a 360 m. A Montenero (Grosseto) c’è un’altra cantina, dove vengono vinificate le uve della Doc Montecucco Sangiovese. L’enologo è Paolo Vagaggini. A questo punto occorre dire che i vini di Ciacci Piccolomini e di La Sala sono stati presentati poche settimane fa a Milano, al Vun dell’Hotel Park Hyatt, sotto l’egida di Luca Gardini, noto e vulcanico sommelier. In particolare Gardini era presente alla degustazione di Ciacci Piccolomini, perciò ne riportiamo le impressioni.
Le bottiglie in produzione sono circa 250mila, ma una parte riguarda la Doc Montecucco, interessante, ma meno pregiata della più nota Montalcino. Che inizia con due vini della travagliata annata 2014, il Rosso e il cru Rosso Rossofonte. Già notevoli in assoluto, ancor più meritori, tenendo conto del millesimo. Lasciamo scatenare Gardini, che parla, per il Rosso normale, di “note di lampone giallo, di rosa, di florealità, pulizia, spezie pulite; acidità e tannino come punti di forza in bocca, sentori citrini e sapidi”, azzardando un abbinamento con zuppe di pesce. Il cru Rossofonte 2014, da una vigna più vecchia, è un’alternarsi di note acide e dolci, floreale, “polveroso”, quasi balsamico. In bocca, compatto, denso, tannino più croccante della versione normale (ammandorlato). Ben fatto, senza note vegetali (ma qualcuna chi scrive l’ha avvertita…). Brunello 2011: secondo Gardini, “annata dell’immediatezza”, dà il meglio di sé nei primi anni di maturazione. Pesca gialla “col pelo” (!), spezie dolci e piccanti: zenzero. Pulito e verticale. Brunello Vigna di Pianrosso Riserva S. Caterina d’oro 2010. Gran vino, perfetta sintesi del terroir e dell’annata, che ha portato piogge giuste ed escursioni termiche perfette. Pulito, elegante, note di visciola e freschezza donata dai sentori di alloro ed eucalipto; iodio.  Grande espressività. Come esempio di un’annata “vecchia”, ma soprattutto calda (ondate di calore, il peggio), si degusta il Brunello Vigna di Pianrosso 1999. Qui risaltano sia le note empireumatiche (caffè torrefatto), che il cacao, e poi olive in salamoia, salinità. L’annata calda omogeinizza il tannino in anticipo, sostiene Gardini, che non è fiancheggiato dall’acidità.

Gracciano della Seta. La famiglia Svetoni, autoctona di Montepulciano, possedeva la tenuta di Gracciano fin dai primi anni dell’Ottocento, compresa la villa con giardino all’italiana. 400 ettari e 22 poderi in regime di mezzadria, che producevano uva, vino e altri prodotti agricoli. Il Nobile delle cantine Svetoni vinse un premio alla Fiera di Torino già nel 1864 e sussistono tuttora nelle vecchie cantine della villa bottiglie di annate storiche. Per via ereditaria la proprietà è passata nel Novecento a Giorgio della Seta Ferrari Corbelli Greco e ai suoi tre figli Marco, Vannozza e Galdina. I vigneti sono stati rinnovati (oggi 20 ha su 70 totali), alla cantina storica che ospita le botti per la maturazione dei vini (grandi, da 25-50 hl, e tonneaux, da 500 litri) se ne è affiancata nel 2013 un’altra per la vinificazione. Mattoni all’esterno, tecnologie di ultima generazione all’interno, con i vinificatori in acciaio da 50 a 120 hl, con dispositivi per il rimontaggio e la follatura, pompe peristaltiche (pompe pulsanti a rulli), presse pneumatiche…
I vini di Montepulciano, come è noto, sono fatti con le uve prugnolo gentile (denominazione del sangiovese, in zona), eventualmente canaiolo nero, malvasia del Chianti e, fino al 10-20%, altri vitigni ammessi in provincia di Siena. I Della Seta utilizzano solo prugnolo e merlot, coltivati su suoli limosi-argillosi a 300-350 m. s.l.m, anche con vigneti risalenti al 1970, e rese fra i 30 e i 40 hl per ettaro. Distinguono quattro cru, Casale, Maramai, Rovisci, Torraia, ma non producono i vini da un solo appezzamento. Dal 2015 l’azienda è in conversione biologica e utilizza in gran parte prodotti a base di rame e zolfo per combattere i parassiti, evitando da tempo le concimazioni e intervenendo semmai con trasemine di leguminose. La zona ventilata favorisce la sanità delle uve. La raccolta è manuale e i grappoli vengono posati su carrelli vibranti con piano inclinabile che li porta nella diraspatrice. Le bottiglie prodotte sono circa 100mila in totale, divise fra un Rosso, due Nobile e un Rosato Toscana Igt. Il Rosso di Montepulciano (30mila bottiglie) nasce dai cru di Casale e Maramai, da 90% di prugnolo gentile e un 10% di merlot; fermenta e macera in acciaio con lieviti indigeni. Se ne producono circa 30mila bottiglie. Al naso ha il classico profumo di frutti rossi, in bocca risulta secco e un po’ tannico, ma setoso. Il Vino Nobile (40mila bottiglie) nasce nei cru di Rovisci, Maramai e Toraia, sempre da prugnolo gentile e 10% di merlot e subisce due tipi di maturazione: il 40% in tonneau da 3,5 e 5 hl, il 60% in grandi botti da 25 hl, per 18 mesi. Il vino risulta evidentemente più complesso del Rosso, ai sentori di ciliegia si aggiungono la prugna, anche la viola, un accenno di spezie; in bocca è sapido, i tannini sono ben integrati grazie anche alla spalla giustamente acida, risulta equilibrato ed elegante. 

Chianti Classico, Montalcino e Montepulciano.

La Riserva del Nobile (6-7mila bottiglie) si avvale delle uve dei cru Maramai e Rovisci. La produzione per ha si abbassa  da 40 a 30 hl, i mesi di maturazione diventano 24, metà nei tonneau e metà nelle botti grandi. Si aggiunge un affinamento di almeno sei mesi in bottiglia. Il vino si fa più intenso e complesso, si aggiungono sentori più marcati di spezie, cuoio, equilibrio e sapidità in bocca, eleganza e lunghezza del sorso. Infine, nel Rosato Igt Toscana (100% prugnolo gentile, 4mila bottiglie), ottenuto per criomacerazione sulle bucce per 4-5 ore, s’intuiscono sentori e note fruttate, dalla ciliegia al lampone e anche, sottili, di rosa, una freschezza e sapidità adeguate. Peccato che al campione degustato facesse velo un leggero, ma evidente sentore di tappo…