venerdì 14 dicembre 2018

Asti secco e Acqui Rosé: due nuovi spumanti brut anticrisi. E attorno ai neonati, solide realtà: Barbera d'Asti e Nizza, Moscato e Brachetto. Fra le colline Patrimonio dell'umanità

Langa Astigiana e Monferrato fanno parte delle Colline dell'Unesco, assieme alle Langhe albesi e al Roero

Chi descrive ancor oggi il mondo del vino piemontese come un po’ chiuso in se stesso, poco dedito all’innovazione (a parte qualche barrique qua e là) e appoggiato su vecchi allori, si dovrà ricredere. Prendiamo la zona dell’Astigiano (e Alessandrino), la più importante, insieme a quella di Alba. In un paio d’anni, i vignaioli, le cantine e i loro consorzi hanno tirato fuori dal cilindro, anzi dalla botte, tre tipologie nuove di vino. Con l’annata 2016 ha fatto la sua comparsa il Nizza Docg (che in verità già esisteva come sottozona della denominazione Barbera d’Asti). Nel 2017 è stata la volta dell’Asti spumante secco, che si affianca alle tipologie tradizionali dell’Asti dolce e del Moscato d’Asti (fermo, o meglio appena fremente quando lo si versa). Con la vendemmia 2018 anche quelli del Brachetto d’Acqui hanno tirato fuori un nuovo vino, che affianca i Brachetto dolci delle versioni spumante, fermo e passito. Non hanno osato, forse per timore di confondere le acque, chiamarlo Brachetto secco; hanno preferito farne uno spumante rosé, denominandolo Acqui Rosé brut, pur sempre Docg. Ma la base è quella, l’uva Brachetto. Una serie di degustazioni in loco, tra fine novembre e i primi di dicembre ha messo in luce i risultati e le potenzialità dei nuovi Moscati secchi, Acqui brut, ma anche delle vecchie, care Barbera d’Asti, nelle due tipologie, normale e superiore.

ASTI È una Docg basata interamente sull’uva Moscato bianco, coltivata in una zona che si estende su 52 comuni, anche delle confinanti provincie di Alessandria e Cuneo (10mila ettari di vigneto),   ma divisa in tre denominazioni. La prima è quella dell’Asti tout court, spumante dolce tipico delle feste e frizzante compagno dei classici panettone, pandoro e di un’altra infinità di dolci non troppo concentrati o caratterizzati da liquori. Si produce per lo più col metodo Martinotti (o Charmat) cioè nelle grandi autoclavi, dove prende la spuma nel corso della (breve) seconda fermentazione. Qualche produttore ha voluto riprendere l’antico Asti spumante metodo champenois, inventato da Carlo Gancia nell’800, facendo appunto un Asti dolce col metodo classico della lunga rifermentazione in bottiglia: fra i pochi, Gancia, col suo 24 mesi Cascina Fonda, col suo Driveri (5 anni sui lieviti). Fra i tantissimi Asti sul mercato, eccone alcuni che mi sembrano d’eccellenza (indicati i soli produttori, se il vino non ha un suo nome specifico): La Selvatica, dell’Azienda Caudrina (foto a sinistra), Vignaioli di S. StefanoGiulio Cocchi SpumantiRoberto Sarotto.
C’è poi il Moscato d’Asti, medesime uve non spumantizzate, un delizioso vino dolce di bassa gradazione, con una punta di pétillant appena versato nel bicchiere. Fra i produttori migliori segnalerei Bera (Su Reimond)Braida (Vigna senza nome)Cascina CastlètCoppo (Moncalvina)Gianni Doglia (Casa di Bianca)Anna Ghione (Piccole gioie)Scarpa (Taccododici, foto a destra)Olim Bauda (Centive).

Ultimo ma non ultimo, il nuovo Asti secco, spumante non così semplice da produrre perché il vino da uve Moscato, portato a completa fermentazione - eliminando quindi gli zuccheri naturali - tende a lasciare un retrogusto amaro, che si è riusciti ad annullare con una tecnica messa a punto dal laboratorio del Consorzio di tutela. È inutile comunque girarci intorno, l’Asti secco (già tacciato di concorrenza sleale dai consorzi del Prosecco per via dell’assonanza) è la risposta a una crisi dell’Asti spumante dolce in termini di vendite (che sembra essersi arrestata dall’anno scorso), che ha lasciato masse di uve inutilizzate. Però è anche un’opportunità: ovviamente per i produttori, ma anche per i consumatori, che possono provare
qualcosa di nuovo e inedito nel campo delle bollicine: pur essendo di sapore asciutto, questo Asti ha intensi sentori floreali ed erbacei (dalla lavanda alla salvia) e fruttati (dalla mela alla banana) con un inconfondibile richiamo all’uva, che ne rendono la beva molto piacevole sia all’aperitivo sia con piatti non complessi, dai formaggi freschi ai salumi, dai pesci non troppo salsati alle carni bianche. Per ora la produzione è molto limitata, si parla di qualche centinaio di migliaia di bottiglie, contro i 55milioni dell’Asti e i 33milioni del Moscato, ma ci sono tutte le potenzialità per una buona affermazione sul mercato. Fra gli Asti secchi assaggiati, ecco alcuni dei migliori prodotti(indicati i soli produttori, se il vino non ha un suo nome specifico): Acquesi (foto a sinistra), Bastieri, Umberto di Cascina Fonda, DuchessaLia delle Cantine Capetta, Up di Fontanafredda.

BRACHETTO D’ACQUI Vino rosso dolce Docg, prodotto nelle tipologie spumante e fermo (tappo raso), ma anche, in misura molto minore, frizzante e passito (appassimento in pianta). Si può dire che appartenga alla stessa famiglia anche il nuovissimo spumante rosato, che si avvale però di un’altra denominazione, quella dell’Acqui Docg Rosé.
Vini con l’uva Brachetto se ne fanno da sempre: in un tempo neanche troppo lontano era un rosso fermo, più o meno secco, in qualche modo simile a certe tipologie di Sherry o di Porto. Negli anni Cinquanta Arturo Bersano decise di spumantizzarlo, sfruttandone le doti aromatiche e facendone un vino dolce. Da allora, un successo crescente, anche se il territorio non è enorme, 1200 ettari di vigneto su 26 comuni fra Alessandria (la provincia di Acqui) e Asti; rese per ettaro basse (in teoria 80 q.li, ma si arriva anche a 40), produzione annua di circa 4,5 milioni di bottiglie. 

Rosso rubino luminoso, il Brachetto dolce al naso ha bouquet floreale (rosa) e fruttato (fragole), ha un perlage fine e persistente nella versione spumante (metodo Martinotti). Anche la versione ferma ha caratteristiche organolettiche analoghe, mentre quella passita aggiunge sentori di frutta cotta, confettura di ciliegie, note di mandorla. Abbinamenti: dolci in genere. In particolare: torta di fragole, pesca Melba con gelato alla crema e salsa di lamponi, bavarese alle fragole, bunet.
Produttori d’eccellenza (indicati i soli produttori, se il vino non ha un suo nome specifico): Araldica, Braida, Pian delle Canne di Alice Bel Colle (foto a fianco), Susbel di Dario Ivaldi, Passrì Pineto (passito) di Marenco

Acqui Spumante Rosé brut. Per la verità il disciplinare contempla anche versioni non secche, come il dry, ma è chiaro che si punta sul brut (o l’extradry) per il nuovissimo spumante da uve Brachetto 100%, primo rosato in Italia a essere riconosciuto con la Docg. Prima anche l’annata, il 2018, che vede una produzione di queste bollicine col metodo Martinotti (in autoclave, dopo poche ore di contatto delle bucce col mosto per estrarre il colore) in un numero di bottiglie ancora ridotto (circa 50mila) rispetto alle ambizioni. Che sono di proporre un piacevole spumante da aperitivo, da bere al bar come al ristorante, in accompagnamento a cibi saporosi e non troppo strutturati, per un consumo il più possibile easy e giovane.
Il colore è un rosa delicato, simile ai rosé provenzali; il sapore è secco, ma anche setoso, di una certa eleganza, floreale (rosa, violetta), con un lontano richiamo all’uva, a volte con sentori di lampone. Qualche abbinamento particolare: frutti di mare, salmone affumicato, pesce fritto, trancio di tonno al sesamo.
Ed ecco i produttori preferiti, fra i non molti che ho potuto provare: Acquesi, Bersano, Tre Secoli.

BARBERA D’ASTI L’hanno chiamata Barbera Revolution, il che, per una degustazione guidata alla presenza di un centinaio di giornalisti in maggioranza stranieri, era un clam invitante ma forse eccessivo. E infatti, nel corso della masterclass del 1° dicembre al Foto Boario di Nizza Monferrato, Filippo Mobrici, presidente del Consorzio di tutela Barbera d’Asti e vini del Monferrato, si è affrettato a precisare che si è trattata di un’evoluzione nel tempo, quella della Barbera d’Asti, partita nel 1970 e approdata…all’oggi. Il che è senz’altro più giusto. Vediamola brevemente. La Doc nel 1970, la Docg nel 2008 per le tipologie Asti e Superiore e la sottozona Nizza, poi divenuta autonoma Docg nel 2016. Sono date che segnano un’evoluzione qualitativa, con rese più basse del vino per ettaro, invecchiamenti più mirati e qualificati, studi puntuali sul vitigno, per centrare sempre più la collocazione sul mercato di un vino che viene da lontano, ma che doveva evolversi in versatilità, piacevolezza, precisione d’identità.
Ancora qualche dato (arrotondato). La superficie vitata della Barbera d’Asti è di oltre 4100 ha., su 169 comuni delle provincie di Asti e Alessandria. 21 milioni di bottiglie prodotte nel 2017 (con un incremento particolare della tipologia Superiore, + 16%, e del Nizza Docg, + 17%, pari a circa 370mila bottiglie. Da segnalare l'importante alloro conseguito da Michele Chiarlo con l'aggiudicazione del 1° posto nella lista dei Top 100 del mondo 2018, da parte di Wine Enthusiast al vino Cipressi Nizza Docg 2015). 
La differenza tra Barbera d’Asti normale e Superiore è semplice, ma importante per il risultato finale: la prima può essere venduta a partire dal 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia, la seconda, dal 1° gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia e deve aver fatto almeno sei mesi in botti di rovere. Poi vi sono dati più tecnici, che riguardano l’alcol minimo (12° e 12,5°, rispettivamente) e l’estratto non riduttore minimo, 24 g/l per la prima, 25 g/l per la Superiore. Ambedue le tipologie possono utilizzare fino al 10% di altri vitigni rossi (mentre il Nizza è basato al 100% sul Barbera).
Qualche cenno sulle sensazioni sensoriali. La Barbera d’Asti ha colore rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento; profumi intensamente vinosi, che si arricchiscono di note speziate nella versione Superiore, grazie al passaggio nel legno; sapore asciutto ma generoso, spesso rotondo, che acquisisce note più complesse e vellutate con l’invecchiamento, unite a un maggior vigore.
Il tasting del 1° dicembre ha riguardato 19 vini (tutti 100% Barbera), suddivisi in 4 serie di assaggi: 7 Barbera d’Asti Docg 2016 e 12 Barbera d’Asti Docg Superiore, sempre dell’annata 2016.
Tra le prime 7 (Ricossa; Garone Evasio; Viticoltori Associati di Vinchio & Vaglio Serra; La Solista, di Caudrina; Anno Domini, di Terre Astesane; Le Orme, di Michele Chiarlo; Camp du Rouss, di Coppo) le preferenze sono andate a La Solista di Caudrina (vinificato con macerazione a freddo di 24/36 ore, poi malolattica, affinata 4 mesi in bottiglia. 6mila bottiglie): intensamente fruttata (marasca, prugna), bella struttura, morbida, equilibrata ma anche vigorosa. E al Camp du Rouss di 
Coppo, una Barbera che forse poteva essere annoverata fra le Superiori, visto i 12 mesi trascorsi in barrique di rovere francese (70mila bottiglie). Molto strutturata e complessa nei profumi e al palato, ma di grande morbidezza e personalità.
Le altre 12 Barbera d’Asti, 2016, ma della tipologia Superiore: 175 Vendemmie, di Family Winery Berta Paolo; Cremosina, di Bersano; Rive Il Cascinone, di Araldica Castelvero; Alfiera, di Marchesi Alfieri; Ciresa, di Marenco; Epico, di Pico Maccario; RossoMora, di Tenuta Bricco San Giorgio; Le Rocchette, di Olim Bauda; Sichel, di Franco Roero; Bricco Paradiso, di Tenuta Il Falchetto; Genio, di Gianni Doglia; e Passum, di Cascina Castlèt.
Ecco i preferiti. Rive Tenuta Il Cascinone di Araldica Castelvero. Vinificata in acciaio, malolattica compresa, è stata affinata per un anno e più in tini di legno per 3/4  e per il resto in barrique, per poi restare 6 mesi in bottiglia. Prodotte 45mila bottiglie. Vino molto fresco, fruttato, che unisce ai consueti sentori di amarena e prugna, anche alcune note tostate e persino cioccolatose; in bocca, ricco, ancora fruttato ma con sfumature speziate, tannino fine ed equilibrata acidità.
Le Rocchette di Tenuta Olim Bauda. Vinificato in acciaio, fa 18 mesi in botti grandi e 6 mesi in bottiglia. Prodotto in 25mila bottiglie. Al profumo di prugna si aggiunge un lieve speziato e una spruzzata di cacao. In bocca: strutturato, potente ma equilibrato e morbido, finale lungo.
Passum di Cascina Castlèt. Dopo la vendemmia le uve in cassettine forate vengono fatte leggermente appassire nel fruttaio, ampio locale aerato. Vinificata con macerazione di 2/3 settimane, quindi maturazione per metà in grandi botti e per l’altra metà in barrique per circa 9 mesi. Affinamento in bottiglia per altri 6 mesi. 30mila bottiglie. Sempre i sentori di prugna al naso, integrati da quelli del ribes; in bocca, generoso, di buona morbidezza, caldo ed elegante, anche sapido. Bella l’etichetta serigrafata e cotta sul vetro, che simboleggia la lettera phi  (fi) greca o anche un mandala, simbolo del cosmo induista.
Tutti vini inconfondibili, nella tipologia Barbera d'Asti, che lasciano un'impronta indelebile nel ricordo organolettico di chi le assaggia, proprio come il nuovo logo del Consorzio: un'impronta digitale a forma di calice.

Info. Consorzio per la tutela dell'Asti, www.astidocg.com. 
Consorzio tutela Brachetto d'Acqui, www.brachettodacqui.com. 
Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato, www.viniastimonferrato.it Associazione Produttori del Nizza, www.ilnizza.net

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