martedì 2 dicembre 2014

La saga dei marchesi Mazzei, da ser Lapo a ceo Francesco, dalla Toscana alla Sicilia


La Marchesi Mazzei produce oltre 1 milione di bottiglie l'anno in tre tenute (foto http://www.mazzei.it)

Venticinque generazioni fa, ser Lapo Mazzei, "sottil notaio", come lo appellò Gabriele D'Annunzio, ma anche storico, letterato, ambasciatore e consigliere del banchiere di Prato Francesco Datini, era già un appassionato preparatore di vini. Risalgono alla fine del Trecento le relative documentazioni, conservate appunto nell'archivio Datini che riguardano non solo i vigneti dei Mazzei, ma anche molte indicazioni per il miglioramento dei vini. Ser Lapo è considerato anche il padre del Chianti: a lui si deve il primo documento conosciuto sull'uso della denominazione, apparso in un contratto commerciale del 16 dicembre 1398.
La proprietà dei vigneti attuali di Fonterutoli (località del comune di Castellina in Chianti, nella Toscana senese) risale invece al 1435, anno in cui la nipote di ser Lapo, Madonna Smeralda, sposò Piero da Fonterutoli.
Questo articolo è stato pubblicato
sul 1° numero di Bibenda Cina
Fonterutoli era un’antica fortificazione, che congiungeva Firenze e Siena. Proprio in quella data, la zona del Chianti passò sotto la Repubblica Fiorentina, che dette al territorio l'emblema del gallo nero, poi divenuto - dal 1924 - il marchio del Consorzio del Chianti Classico, di cui l'89enne Lapo Mazzei è ancor oggi presidente onorario. Sono passati oltre sei secoli e un marchese Lapo è sempre alla guida dell'azienda vinicola di Fonterutoli, cui però se ne sono aggiunte negli ultimi vent'anni altre due, la Tenuta Belguardo, nella Maremma Toscana e quella di Zisola, in Sicilia. 


Un’azienda familiare da oltre 1 milione di bottiglie
Nonostante venda oltre un milione di bottiglie l'anno in tutto il mondo, Cina compresa, la Mazzei è rimasta un'azienda interamente familiare. Amministratori delegati sono i figli di Lapo, Filippo e Francesco e nel CdA ci sono anche i fratelli Jacopo e Agnese. Quest'ultima, architetto, ha disegnato la grande cantina che è stata realizzata otto anni fa. E già si affaccia in azienda l'ultima generazione: Giovanni, 28 anni, figlio di Filippo e Lapo (un altro!), 25 anni, figlio di Jacopo.
Come si vede i nomi si rincorrono, nella famiglia dei marchesi Mazzei, più o meno sempre gli stessi. E se ser Lapo fu il primo personaggio di rilievo di cui si ha notizia storicamente, Filippo (1730-1816) divenne una sorta di eroe americano. Fu coautore della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, scrisse due anni prima della pubblicazione ufficiale, sulla Gazzetta della Virginia, il famoso "all men are by nature equally free and independent", fu amico di Adam, Washington e Lafayette, ma soprattutto di Thomas Jefferson. Il futuro terzo presidente degli Usa, lo volle in Virginia per impiantare alcuni vigneti sperimentali. La Posta americana ha dedicato a Philip Mazzei, "Patriot Remembered", anche un francobollo commemorativo.

Le passioni di un nobile vignaiolo
Francesco Mazzei, attuale ceo del gruppo, non ha antenati altrettanto famosi che portino il suo nome. È un signore di 54 anni, alto, distinto, che disquisisce di vigneti, uve, vini e terroir con grande competenza, ma anche con un certo distacco, forse dettato dalla lunga tradizione secolare. Gli occhi però gli s’illuminano quando passa a parlare delle sue passioni, molto più che semplici hobby. L’amore per i cani, innanzitutto, che condivide col resto della famiglia, e quindi la caccia, ma quella da “veri cacciatori, non da sparatori”, come si affretta a dichiarare, intesa quindi “come fatica dell'uomo e del
cane e di opportunità per la preda, che alla fine può anche essere lasciata libera”.
Ma la vera passione di Francesco Mazzei è la bicicletta. Appena può percorre decine di km in mountain bike, sulle scoscese sterrate del Chianti. E organizza ogni anno l’Enoica (il nome parafrasa l'Eroica, famosa competizione di 210 km da percorrere in un giorno, con bici degli anni Settanta). L'Enoica, più scherzosa nel nome, è pur sempre lunga 200 km circa, ma distribuiti su tre giorni e anche se si percorre su mountain bike modernissime, è comunque impegnativa. Al termine di ogni tappa si mangia e si beve in allegria. È lo stesso Francesco a preparare e sperimentarne ogni anno un nuovo percorso, a organizzarla (il che comporta un impegno di parecchi mesi) e naturalmente vi partecipa assieme a non più di altre 25 persone, fra cui sua moglie Elisabetta Guicciardini Corsi Salviati, ugualmente entusiasta.
Ma, infine, bisogna pur mantenersi e lavorare e da sei secoli i Mazzei lo fanno soprattutto producendo vino di gran qualità. Dunque affinando le tecniche relative, di campagna e di cantina, con caparbietà, ed estendendo la loro naturale propensione all'ospitalità anche al business. Così a Fonterutoli si può riposare in belle camere, appartamenti e suite collocati nel borgo antico. E si pranza con i piatti dell'antica tradizione toscana all’Osteria, primi fra tutti i pici (grossi spaghetti freschi, fatti a mano) con briciole di pane e guanciale, e la faraona piccante.
Francesco e Filippo Mazzei
con il padre Lapo (al centro)

I vini dei sassi e la cantina ecologica
Spesso sono stati definiti "vini dei sassi" quelli di Fonterutoli. Come mai? La zona è quella tradizionale del Chianti classico, anzi, è nel suo cuore storico rappresentato dai paesi di Castellina, Radda e Gaiole in Chianti, in provincia di Siena. Ma qui a Fonterutoli il terreno su cui sono piantate le vigne dei Mazzei deriva da rocce di alberese e arenaria, che conferiscono ai vini caratteristiche straordinarie di sapidità e profumi. Vi contribuiscono anche le diverse altitudini (si vada da 200 a 550 metri circa), e le meticolose operazioni di mappatura che Filippo e Francesco Mazzei hanno condotto in anni recenti, individuando 128 diverse parcelle di terreno (e 36 cloni, cioè tipi, di uva sangiovese). Su questi terreni, sostiene Francesco Mazzei, il sangiovese dona vini più eleganti, ma meno strutturati, mentre cabernet e merlot risultano più freschi, non marmellatosi, e più ricchi di aromi.
Però i piccoli poderi omogenei, su cui insistono vari tipi di uve, dal sangiovese, appunto, ai vari cabernet franc e sauvignon, al merlot, fino a quelli minori come malvasia nera e colorino, una volta individuati, richiedevano di essere vinificati separatamente, per poterli valutare a fondo. Cosa che fino a circa otto anni fa non era fattibile, se non in minima parte: le cantine nel borgo e la strumentazione (botti, tini e così via) erano ormai insufficienti. Ecco allora l'idea e l'esigenza di costruire un nuovo centro di produzione e affinamento del vino.
Il progetto, affidato all'architetto Agnese Mazzei e costato circa 14 milioni di euro, è stato completato nel 2006. Addossato alla collina, l'edificio è stato in parte scavato nella roccia, mentre sul lato opposto ricorda la prua di una nave volta verso il sole. Materiali e colori del centro vinicolo (contempla anche uffici, sala degustazione e wineshop) sono rigorosamente locali: si va dal cotto senese alla pietra bianca del Chianti, mentre l'insieme richiama alla memoria un opificio ottocentesco. Il grande piazzale, circondato da portici, presenta sul pavimento una serie di fori, che all’occorrenza vengono
La cantina delle barrique (piccole botti da 228 lt)
scoperti per far penetrare al primo piano sotterraneo della cantina le uve appena vendemmiate e selezionate sul piazzale stesso. La sola forza di gravità con l’aiuto di tubature telescopiche fa sì che le uve di ogni parcella arrivino nelle vasche d’acciaio troncoconiche, specificamente a loro destinate, dove poi si svolgerà la fermentazione.
Per stabilire il mix migliore a ogni vendemmia (effettuata totalmente a mano) vengono condotte almeno 120 microvinificazioni. L’agronomo Luca Biffi e l’enotecnico Gionata Pulignani, con la consulenza di un enologo famoso come Carlo Ferrini, decidono sulle complesse operazioni di regolazione della temperatura e dell’umidità. Quindi, sempre per caduta, il vino scende di un altro piano per finire in una cantina priva di condizionamento d’aria (l’escursione varia naturalmente fra i 12° e i 18°) e controllo dell’umidità: se l’ambiente diventa troppo secco, ci si limita a bagnare i pavimenti. Una parete scavata nella roccia, sulla quale scorre una cascatella d’acqua di sorgente, contribuisce al mantenimento dei giusti parametri.
In questa seconda cantina si trovano oltre 3mila botti piccole, fra barrique (228 litri ciascuna) e tonneaux (circa 500 litri), in cui il vino attende di essere composto nell’assemblaggio finale. In definitiva, basso impatto ambientale, risparmio di energia convenzionale e autoproduzione di energia pulita (con l’utilizzo dei materiali da scarto dell’attività agricola) si coniugano perfettamente con  il sapiente uvaggio dei vari vini, la loro maturazione nei piccoli legni prima, in bottiglia poi.

La degustazione
I vini della Marchesi Mazzei sono prodotti per la maggior parte (7/800mila bottiglie ogni anno) a Fonterutoli, ma una fetta importante viene anche dalla Tenuta di Bereguardo in Maremma (250mila) e dalla cantina Zisola, in Sicilia (150mila), la più recente acquisizione, in cui le vigne sono state piantate partendo da zero con il tipico “alberello”. Da notare che Fonterutoli è divisa in cinque areali fondamentali (Fonterutoli vero e proprio, Badiola, Belvedere, Caggio e Siepi).
Ecco i risultati della degustazione di alcuni dei principali vini dell’ultima vendemmia ora in commercio.

Poggio Badiola 2012 Toscana Igt
Appartiene all’indicazione geografica tipica (Igt) Toscana; le sue uve (70% sangiovese, 30% merlot)
sono coltivate nei punti più elevati dell’azienda agricola (Badiola-Le Ripe), in uno dei quali si trova anche una chiesetta, la badiola appunto, a circa 500 metri d’altitudine. Il vino matura in fusti di rovere francese e americano per 10 mesi e poi ancora per 2/3 mesi in bottiglia. Un rosso fresco, elegante, dai sentori fruttati, morbido ma non certo potente, dall’ottimo rapporto qualità/prezzo.

Fonterutoli 2012 Chianti Classico Docg
A denominazione d’origine controllata e garantita (Docg), è frutto di una selezione fra le oltre 120 parcelle dell’azienda agricola, successiva a quella che dà luogo al fratello maggiore, il Castello di Fonterutoli. 90% di sangiovese, 10% di altre uve come malvasia nera, colorino e merlot. Matura per un anno in piccole botti di rovere francese, produzione alta (circa 370.000 bottiglie) e buon rapporto qualità/prezzo.
Vino più profondo del precedente, ha corpo elegante e bei sentori di piccoli frutti e spezie sottili. Intenso, morbido, molto classico.
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: oltre 10 anni.

Ser Lapo Riserva 2011 Chianti Classico Docg
Le sue uve sono coltivate per la maggior parte su un unico aerale, quello di Caggio, caratterizzato da sassi e argilla e collocato a 300 metri s.l.m. Uvaggio composto da un 90% di sangiovese e 10% di merlot. Il vino matura per un anno in barrique, poi si affina per 2/3 mesi in bottiglia.
Piuttosto tradizionale, nonostante la presenza del merlot, dona all’olfatto sentori di bosco, mentre in bocca rivela tannini robusti, ma non privi di una loro rustica eleganza.
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: oltre 10 anni.


Castello di Fonterutoli 2010 Chianti Classico Docg
È frutto di una selezione esasperata. Le uve sangiovese (92%), malvasia nera e colorino (8%) hanno origine da 50 diverse parcelle (fra 220 e 550 metri d’altitudine) e dai 36 cloni di sangiovese presenti sul terroir, raccolte e vinificate separatamente e infine assemblate nelle percentuali più adatte, anno dopo
anno. Il vino matura per 20 mesi in piccoli fusti da 225 e 500 litri e ancora per qualche mese in bottiglia.
Il bouquet è floreale e soprattutto fruttato (mammola, ciliegia, lamponi), il sapore, profondo, già rotondo e ricco, elegante e complesso.
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: oltre 20 anni.


Siepi 2010 Toscana Igt
Le uve sangiovese e merlot che lo compongono in maniera paritaria sono coltivate nei 6 ettari del cru Siepi (260 metri s.l.m.). Al momento è il vino Mazzei più lodato dagli esperti della stampa italiana e internazionale, la “fuoriserie” della produzione (di conseguenza, anche il più caro). Matura per 18 mesi in barrique, per il 70% nuove e si affina per altri nove in bottiglia.
Al naso si avverte subito la vaniglia, ma anche un frutto grasso e sontuoso,  ancora aromi di ribes e piccoli frutti di bosco e persino un richiamo al cioccolato amaro, che si conferma al palato. Strutturato, elegante, di giusta morbidezza in bocca, con finale lunghissimo e ancora complesso.
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: oltre 20 anni.


Bronzone Riserva 2010 Morellino di Scansano Docg
Sangiovese in purezza, coltivato nella Tenuta Belguardo in Maremma, in vigneti posti a 70-130 metri
s.l.m., a 10 km dal mare. Matura per 14 mesi nelle piccole botti di rovere francese e altri 5 in bottiglia. Rosso strutturato, speziato, robusto e quasi muscolare, sapido e coinvolgente. 
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: fino a 8 anni.

Tenuta Belguardo 2010 Toscana Igt
90% di cabernet sauvignon, 10% di cabernet franc in vigneti ad altitudine compresa fra i 70 e i 130 metri, beneficamente influenzati dai venti marini. Fa 18 mesi in barrique e altri 5 o 6 nel vetro. Vino bandiera della tenuta, seducente, speziato, con profumi e sentori complessi e intriganti.
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: oltre 20 anni.

Zisola 2011 Sicilia Igt
Uno dei due vini in produzione nella tenuta di Zisola, nei pressi di Noto (famosa per la sua magnifica cattedrale barocca), nella Sicilia sud-orientale (l'altro è il Doppiozeta, Noto Rosso Doc, di grande carattere). L'uvaggio contempla nero d'Avola al 65%, syrah per il 25% e cabernet franc per il 10%. Matura per 16 mesi nei fusti di rovere da 225 litri e si affina poi in bottiglia per 8 mesi, Vino muscoloso,  ma non marmellatoso, ha profilo deciso ma elegante e aromi che spaziano dalla frutta alle spezie.
Potenziale d’invecchiamento dichiarato: fino a 10 anni.

INFO. Marchesi Mazzei, tel. 0577.73571, www.mazzei.it. Castello di Fonterutoli, via Ottone III di Sassonia 5, loc. Fonterutoli, Castellina in Chianti (Siena). Tenuta Belguardo, loc. Montebottigli, VIII Zona, Grosseto. Tenuta Zisola, contrada Zisola, Noto (Siracusa).

lunedì 24 novembre 2014

Abbiategusto ad Abbiategrasso: Gorgonzola e cultura


Una veduta del Naviglio Grande ad Abbiategrasso: lungo l'alzaia sorge Palazzo Stampa Cittadini,
una delle sedi della manifestazione Abbiategusto
Dove esercitare il senso del gusto nel weekend del 28-30 novembre? Per i lombardi almeno, la risposta è facile: ad Abbiategrasso, Città Slow (www.cittaslow.org), 20 km a sud di Milano. Ha qui luogo la 15a Rassegna Enogastronomica Nazionale (un po’ di pompa ci vuole, perbacco): Abbiategusto.
Gioco di parole semplice, ma veritiero.
Gli organizzatori, da quest’anno hanno voluto dare un’impronta maggiormente qualitativa a una kermesse che spazia dalla polenta e Gorgonzola distribuita dagli alpini, alle bancarelle sparse lungo il
Il centro cittadino
centro cittadino con la vendita di prodotti enogastronomici di tutta Italia.
Un centinaio gli espositori, fra cui 20 siciliani guidati dallo chef Angelo Franzò, che coordinerà la gestione dello street food siculo. E ci sarà pure una rappresentanza scozzese, che proporrà degustazioni di salmone e scotch whisky accompagnate da suonatori di cornamuse in kilt (vietato guardare sotto il corto e spesso gonnellino maschile).

Dall’Emilia, arriva Massimo Spigaroli con una parte della sua squadra, pardon della sua corte, appunto l’Antica Corte Pallavicina, ristorante, trattoria (Cavallino Bianco), relais, resort, ma soprattutto produzioni pregiate di culatelli che finiscono sulla tavola del colto (purché provvisto di pecunia) e dell’inclita, come l’eterno principe Carlo d’Inghilterra. Ma ci saranno anche molti bravi produttori
lombardi, a cominciare dall’abbiatense Arioli, produttore veramente artigianale di Gorgonzola in quel di Ozzero, a 4 km dal capoluogo (e Abbiategrasso si vanta di esserne la “vera” patria), che lo produce con il latte di tre fattorie locali nelle classiche versioni, naturale (piccante) o dolce (più cremoso).
Location. Il Quartiere Fiera, con un apposito ristorante di cucina lombarda, per l’offerta commerciale. Il Castello Visconteo, che ospita l’Enoteca, per degustazioni, piatti gourmand e spettacoli. E il quattrocentesco Convento dell’Annunciata, uno dei capolavori architettonici della città, per le proposte culturali e artistiche, sempre ispirate al cibo e alla storia. Un percorso che svaria tra degustazioni, immagini e racconti è la mostra-evento Mangiarecongliocchi. Su prenotazione si potrà partecipare ai laboratori del gusto: sul Parmigiano, sul Whisky, sui sigari.  E la sera del 30, sempre previa prenotazione, cena di gala di beneficenza.
Qualche suggestione, spigolando qua e là dal programma (tutto su www.abbiategusto.it , comprese le indicazioni degli eventi gratuiti e a pagamento; prenotazione laboratori e cena di gala: tel. 348.8111745). Venerdì 28, dalle 18 alle 23, Cocktail Abbiategusto, concorso tra barman per la creazione di un nuovo drink (Locale 21, Barc Castello, Piper Cafe, Bik Bar, Bar Caleido; ingresso 10 €). Al Castello Visconteo. Sempre al castello, Giro d’Italia delle Bollicine, abbinate a crudo, crusdi e crudità della macelleria Sozzani (domenica 30, dalle 10 alle 20; ingresso 15 €).
Al Convento dell’Annunciata. “La cucina delle favole”, spettacolo teatrale, alle h 16 di sabato 29; Cena di solidarietà “Tutti insieme a regalare sorrisi”, domenica 30 h 20 (ingresso 30 €).
A Palazzo Stampa, fra l’altro: fino a domenica 30, orario 15-18, “Coloresapore”, un arcobaleno nel piatto, mostra di lavori calcografici di Adriana Contarini.
Infine, qualche indicazioni sui menu di alcuni ristoranti, fino al 30 novembre (salva diversa indicazione).
Agostino Campari
Agostino Campari (www.agostinocampari.com): Cotechino, sanguinaccio e bondeana con la nostra “giardiniera”, cassoeula con polenta, semifreddo al moscato con salsa al pistacchio. 30 €, vino escluso.
Trattoria di Coronate (a Cascina Coronate di Morimondo, www.trattoriadicoronate.it ): Speck di petto d’anatra stagionati su insalatina di mele e noci, lasagne di pasta fresca al sugo d’anatra, anatra
Trattoria Cantagrilla (www.myristorantetrattoria.it): Antipasto della casa, risotto con le rane, frittata con le rane, rane fritte, dolce della casa. 35 €, vino compreso. Solo il 29.
Osteria Antico Oleificio (www.osteriaoleificio.it ): Crostini con luganega nostrana, mondeghili in salsa croatina, oss buss di tac­chino con risotto giallo, barbajada con pan de mej. (25-29 novembre). 23 €, vino escluso.

Infine infine, lust but not least: non perdetevi una piccola immersione culturale nel nostro passato, da effettuarsi al Museo agricolo Angelo Masperi di Albairate (4,5 km da Abbiategrasso, ingresso 2 €, purtroppo aperto solo la prima e terza domenica di ogni mese, dalle 14 alle 18,30, www.comune.albairate.mi.it, cliccare su Il territorio e poi su Museo Agricolo). 
È un gioiello di museo
contadino, con gli spettacolari trattori degli anni Trenta e Quaranta, gli strumenti agricoli, le ricostruzioni delle stalle, della casa contadina, dei “lavori”, dal casaro allo stagnino, dall’allevamento del bestiame alle mondine.

giovedì 13 novembre 2014

Campari e i calendari: il 2015 con Eva Green e i "suoi" cocktail, dal Boulevardier alla Rosa bianca


Eva Green, protagonista del Calendario Campari 2015, nel backstage (foto di Francesco Pizzo)


La musa è Eva Green, attrice hollywoodiana e modella, parigina, figlia della mitica Marlène Jobert, attrice francese nota soprattutto negli anni Sessanta e Settanta.
Il calendario è quello della Campari, 2015. Il tema: Mythology Mixology, dodici cocktail classici, legati al famoso bitter milanese.
Non c’è molto altro da dire, se una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, un calendario è un calendario è un calendario…con tutte le sue connotazioni e suggestioni.


Febbraio
Aprile
Vediamo come si esprimono la protagonista (fotografata da Julia Fullerton-Batten) e i “suoi” cocktail, tutti rigorosamente in rosso. Ho scelto, fra 13 (12 mesi più la copertina), le immagini e i cocktail (non necessariamente abbinati alle foto selezionate) che mi piacciono di più.



Marzo
Ottobre

Giugno





















Ed ecco tre cocktail, raccontati dalla Campari, con qualche mia annotazione. Ogni oncia (oz) equivale a circa 3 cl.


Parigi, 1927. Dopo aver lasciato gli Stati Uniti a causa del Proibizionismo, il leggendario barista Harry McElhone utilizzò il suo liquore più contestato, il bourbon, per creare questo drink. Secondo alcuni deve il suo nome al primo dei suoi numerosi estimatori, l’editore della rivista The Boulevardier.

THE BOULEVARDIER
-        2 parti (1 oz) Campari
-        2 parti (1 oz) Vermouth rosso (Campari consiglia Cinzano 1757)
-        3 parti (1, ½ oz) Bourbon Whiskey (Campari consiglia Wild Turkey)  
Mettete gli ingredienti con cubetti di ghiaccio in un mixing-glass, mescolate bene e colate in coppa, guarnendo con scorzetta d'arancia.



Qui sotto, il mitico libretto di cocktail e la spilletta IBF (international bar
flies) degli adepti (quorum ego) del New York Harry's Bar di Parigi,
fondato appunto da Harry McElhone, in rue Daunou 5 (SANK ROO
DOE NOO, per un inglese che non sa pronunciare il francese...)






Milano, 1972. A un barista del Bar Basso fu chiesto di preparare un Negroni, ma utilizzò lo spumante al posto del gin, un errore che ebbe un enorme successo. (Ma forse non fu un errore quanto uno "sbaglio" voluto dal patron e barman Mirko Stocchetto, che finse l'errore per vedere la prima reazione del cliente, ndr).

NEGRONI SBAGLIATO
-        1 parte (1 oz) Campari
-        1 parte (1 oz) Vermouth rosso (Campari consiglia Cinzano Rosso / Cinzano 1757) 
-        1 parte (1 oz) spumante (Campari consiglia Cinzano Pinot Chardonnay)
Mettete in una grande coppa cubetti di ghiaccio, versate gli ingredienti in successione e completate con fetta d'arancia. 



Torino, 1931. Si narra che questo drink debba il suo nome a uno dei suoi ingredienti originari, un liquore aromatizzato alla rosa bianca, e che sia stato creato in un ristorante dove erano soliti riunirsi i membri del movimento futurista. La leggenda narra che fu creato da Angelo Giachino, proprietario del ristorante futurista Taverna del Santopalato, che fu rinominato Taverna d'Alluminio e vide nascere molte idee futuriste. Il ristorante fu inaugurato a Torino, una scelta mirata: la città, infatti, divenne la culla del Rinascimento gastronomico agli albori del Regno d’Italia. 


ROSA BIANCA

-       2 parti (1 oz) Campari
-       2 parti (1 oz) liquore alla rosa
-       3 parti (1, ½ oz) succo d’arancia 
-       3/4 gocce di anice
        Shakerate tutti gli ingredienti con il ghiaccio e filtrate quindi in una coppetta da cocktail ghiacciata. Guarnite con l’anice


E gli altri cocktail del Calendario? Eccoli: Negroni, Campari & seltz, Mi-To (MIlano-Torino), Campari Orange, Americano, Sputnik, Old Pal, Campari Orange Passion, Campari shakerato.
Ce n'è per tutto l'anno.