martedì 15 gennaio 2019

A Ca' di Rajo con la Bellussera "crescono" i grandi vini. E anche le insalate...Un Tai d'artista e un Manzoni dalle bollicine rosa

Veduta panoramica del vigneto coltivato a Bellussera, a San Polo di Piave

Ottantatré anni ma in tre. È l’età dei fratelli Cecchetto (Simone 33, Alessio 28 e Fabio 22), alla guida della Cantina Ca’ di Rajo di San Polo di Piave, nel Trevigiano. Non raggiunge neanche quella del nonno Marino, 87 anni, che ha cominciato a coltivare la vigna 8 decenni fa con la sua famiglia. E che oggi continua arzillo a partecipare alle vendemmie e a seminare insalata fra i ”filari” di uva Bellussera.  Alt. Insalate? Vitigno Bellussera? Ma di che stiamo parlando? 
Di una storia straordinaria, poco nota fuori dalla zona, che racconta non poco dell’ingegno veneto e dei viticoltori in particolare. Innanzitutto la Bellussera non è un vitigno, ma un metodo di allevamento della vite, inventato dai fratelli Bellussi sul finire dell’Ottocento, nel comune di Tezze di Piave. Il problema, allora, con i sesti d’impianto convenzionali, era di evitare l’attacco della peronospera, terribile malattia fungina, particolarmente temibile nelle terre del Piave, molte umide perché ricche di risorgive. La soluzione fu quella di innalzare i vigneti, o meglio i tralci vitati,  anche oltre i 2 metri d’altezza, evitando così l’umidità che si espandeva copiosa dal terreno. E proteggendoli, grazie alla maggiore ventilazione, da cali improvvisi della temperatura, dalle nebbie autunnali, dalla rugiada mattutina. La vendemmia (e la potatura) esclusivamente manuale, però, è un affare serio: bisogna usare delle piattaforme su ruote per elevarsi a circa 3 metri e arrivare ai grappoli in posizione non troppo scomoda. Inoltrarsi in una vigna a Bellussera è uno spettacolo: dapprima si scorgono degli alberelli che sorgono dal terreno e s’innalzano avvinghiati a un palo, con foglie e grappoli in alto, ben distanziati fra loro. E tra un tralcio e l’altro, in primavera, cespi di insalate, peperoni, pomodori. Poi ci si trova in un boschetto…rado, fatto di pali e alberelli con i grappoli su, verso il cielo. 
Ma ecco come funziona la faccenda. Tutto parte dai pali di legno di circa 4 metri, appoggiati ciascuno su una piattaforma, ma sostenuti da tiranti, le cui sommità sono unite da fili di ferro che, incrociandosi, formano una raggiera. Ogni palo sostiene a sua volta 4 viti. Visto dall’alto il vigneto assomiglia e uno spettacolare alveare, disposto geometricamente. Il sistema a Bellussera è ormai quasi scomparso, non essendo oggi più così necessario, dato che esistono ormai metodi più produttivi ed economici (forse) per combattere la peronospera e le altre malattie fungine. Quindi il
I fratelli Cecchetto, titolari di Ca' di Rajo.
mantenimento di questi particolari sesti d’impianto, ancorché costoso e complesso, assume un valore storico e culturale, oltre a funzionare comunque perfettamente.  
Il vigneto a Bellussera dei Cecchetto si estende su 15 ettari coltivati con le varietà Glera (quella che dà luogo al Prosecco), Raboso, Merlot, Chardonnay, Pinot bianco Sauvignon, Verduzzo, Marzemina bianca e Manzoni rosa (un autoctono piuttosto raro). 
Appartiene invece alla famiglia Paladin un eccezionale vigneto, sempre a Bellussera, di Tai (il vitigno che fino a una decina d’anni fa veniva chiamato Tocai), che si trova a un paio di km dalla sede di Ca' di Rajo. Il vigneto risale ai primi anni del Novecento, circa 100 anni di storia, che i Cecchetto, in accordo con i Paladin, hanno deciso di valorizzare con la produzione di un vino unico: si chiama Iconema ed è un Tai della Doc Piave in edizione limitatissima: della prima e unica annata, 2017, sono state prodotti 3.133 bottiglie e 100 magnum da collezione, tutti numerati. Le uve, raccolte a mano, come del resto obbliga la Bellussera, sono state adagiate per tre settimane su graticci ad appassire, in modo che il futuro vino acquisisse complessità ed eleganza. Fermentazione e maturazione in tini d’acciaio per 8 mesi a contatto coi lieviti e affinamento in bottiglia per altri 4. Il risultato? Il colore è dorato, brillante; ai profumi fruttati 
Iconema, Tai Piave
iniziali (pesca, albicocca) si uniscono lievi note speziate e minerali, che spaziano dallo zafferano alla pietra focaia. In bocca il Tai è sapido, strutturato, di buona persistenza aromatica, con un finale lungo e ricco. Abbinamento elettivo: con una Tartare di salmone, bufala e novelle di prato. Sul sito di Ca’ di Rajo il vino è in vendita a 24 € la bottiglia, in enoteca (a trovarlo) sui 30 €. Il Magnum, in cofanetti dipinti a mano da 20 artisti, sui 100 € in enoteca (73 € sul sito Internet). 
Anche il nome scelto per questo Tai d’eccezione, Iconema, merita qualche spiegazione. Secondo il geografo del paesaggio, viaggiatore e scrittore Eugenio Turri (1927-2005) gli iconemi sono unità elementari della percezione, che sommate con altri elementi, formano l’immagine di un luogo: paesaggio complessivo come sintesi di elementi, alcuni dei quali sono riferimenti primari, componenti imprescindibili di quel paese, dati che si memorizzano come fotografie e ai quali ricorriamo ogni volta che ripensiamo o parliamo di quel dato paesaggio. E in fondo quel Tai Piave, pur particolarissimo perché ricavato da una vigna coltivata a Bellussera, perché basato su uve parzialmente appassite, è un iconema, un particolare significativo che rimanda al paesaggio strano e maestoso dei vigneti a Bellussera, alla loro storia ultracentenaria, alla loro singolarità ed unicità.
La produzione di Ca’ di Rajo ovviamente non si limita all’Iconema. Si aggira attorno al milione di bottiglie, di cui la metà è Prosecco di Treviso e di Conegliano Valdobbiadene. Un altro milione di bottiglie è venduto sotto i brand Epsilon e Terre di Rai. I vigneti sono di proprietà o di conferitori convenzionati e, oltre che intorno al nucleo aziendale, si trovano anche in una zona friulana confinante col Veneto.
Ma ecco alcuni fra i vini più interessanti.
Marzemina bianca 2017 Versione spumantizzata di un autoctono, coltivato a Bellussera. Una rarità dalle origini antiche, che in Veneto veniva chiamata “champagna” per la sua freschezza e briosità. Insomma lo “Champagne” povero dei contadini, oggi tornato a nuova vita, con il particolare di una fermentazione unica (in autoclave), che parte non dal vino ma direttamente dal mosto: “Così riduciamo l’ossidazione nel tempo e i solfiti aggiunti”, spiega Simone Cecchetto, “e otteniamo un brut con 6 grammi di residuo zuccherino, dai profumi intensi,”. Ed effettivamente alle sfumature floreali di biancospino, si aggiungono quelle di pesca, agrumi e fieno, e una sapidità gioiosa e fresca, anche se non esuberante. Abbinamento elettivo: Trofie di semola, pesto al basilico e crema di patate. Circa 5.000 bottiglie, sui 10-12 € l’una.
Altro spumante da Bellussera è il Manzoni rosa 2018, anch’esso vitigno autoctono e raro, nella versione extradry. Per la cronaca, anzi per la storia, il vitigno nasce dalle sperimentazioni del
Manzoni rosa
professor Manzoni, che tentando di migliorare geneticamente le viti per renderle resistenti alle epidemie di fine Ottocento, fra l’altro incrociò Traminer e Trebbiano, ottenendo un vino rosato. Il suo colore è tenue, il perlage fine; note di frutti di bosco all'olfatto e, più lievi di rosa e agrumi; in bocca, asciutto ma vellutato, sapido. Abbinamento elettivo: Tartare di salmone, bufala e novelle di prato. Circa 21.000 bottiglie, sui 10-12 € l’una. 
Raboso Sangue del diavolo 2014 Il nome forse si riferisce alla natura “rabbiosa” del vitigno, non facile da vinificare smussandone le asperità senza svilirlo. Questo di Ca’ di Rajo è ricco di tannini e acidità, ma fresco, sapido e dotato di una morbidezza particolare, probabilmente frutto della surmaturazione in pianta e, per il 10%, dell’appassimento sui graticci per oltre un mese; nonché della complessa  maturazione di 24 mesi in botti grandi per le uve surmature e di 12 mesi in barrique per quelle passite. Abbinamenti: selvaggina di piuma, pasta e fagioli, oca ripiena,  abbacchio e patate al forno. Circa 13.000 bottiglie, sui 14 € l’una. 
Malanotte del Piave Docg, Notti di Luna Piena 2013 Uve Raboso del Piave a Bellussera, surmaturate in pianta per il 70% e per il resto appassite in fruttaio per 40 giorni; 36 mesi in botti da 12 hl per il vino da uve surmaturate in pianta, 24 mesi  in barrique per le passite; ulteriori 6 mesi in affinamento nel vetro. Profumi di marasca e mora selvatica, con accenni di cuoio e tabacco; Sapido, strutturato, tannini potenti ma abbastanza morbidi, di piena soddisfazione. Abbinamenti: Gulasch all’ungherese, cinghiale in salmì, formaggi duri invecchiati. Abbinamento elettivo: Cioccolato fondente, crumble all’olio e gelato al caffè. Circa 6.000 bottiglie, sui 25 € la bottiglia.
(Abbinamenti elettivi dello chef Elio Sironi, del ristorante Ceresio 7 di Milano).

La vendemmia
InfoCa’ di Rajo, via del Carmine 2/2, San Polo di Piave (Treviso), tel. 0422.855885,  www.cadirajo.it . Gli enoturisti possono partecipare a un wine tour alla scoperta degli allevamenti di viti a Bellussera. Il giro include la visita alla Chiesetta del Carmine, del Trecento, custodita all’interno della tenuta, alla Torre di Rai e la degustazione di almeno 4 vini (dal Prosecco alla Marzemina bianca, dal Sauvignon al Raboso). Il lunedì e il mercoledì dalle 15 alle 17,30. Prezzo: 10 € a persona. Solo su prenotazione: booking@cadirajo.it,  tel. 0422.855885. Pernottamenti. A Ca' di Rajo consigliano l'Agriturismo Due Carpini, a S. Stefano di Valdobbiadene (www.duecarpini.it ) e l'Hotel Villa del Poggio, a San Pietro di Feletto (www.cadelpoggio.it).

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