domenica 21 maggio 2017

Arte rupestre o contemporanea? Dalle incisioni della Valcamonica alla Brescia di Mimmo Paladino, brindando con Botticino e Lambrù

Lambrù, rosso della
Valcamonica
Roccia 104 del Parco di Luine
con coppelle, rose camune, stelle



“150, 170, 200mila…Il bollettino delle scoperte, o se si vuole, dell’identificazione dei graffiti in Valcamonica, riporta di anno in anno cifre sempre più alte e apre squarci sempre più larghi su una delle più straordinarie civiltà d’Europa”. Così, nel volume Passeggiate in Lombardi (Newton Compton Editori), scritto oltre trent’anni fa a quattro mani con l’amico Giampiero Manfredini iniziava il capitolo sulla Valcamonica. Nel frattempo il calcolo delle raffigurazioni rupestri ha spostato la lancetta sulla cifra di 300mila circa e la ricerca e il recupero non si fermano.
La valle è lunga 90 km, dal passo del Tonale fino a Pisogne, sul lago d’Iseo ed è attraversata dall’Oglio, un tempo navigabile. Da Brescia la si raggiunge percorrendo 67 km, in un’ora circa.
I suoi 140mila abitanti sono ben consapevoli di essere i discendenti di popolazioni antiche, che lasciarono, è proprio il caso di dirlo, segni tangibili della loro vita, della loro arte e del loro modo di pensare. Ma la maggior parte degli italiani ancora poco ne sanno, nonostante che nel 1979 l’Unesco abbia riconosciuta come primo sito italiano Patrimonio mondiale dell’umanità proprio “l’Arte rupestre della Valle Camonica”.
La civiltà dei Camuni va dal 6000 sino al 16 a.C. , data simbolica nella quale il console Publio Siro, conquistando il territorio, sugellò l’annullamento della cultura camuna, per altro già in decadenza, nel mondo romano. I principali ritrovamenti si trovano a Capo di Ponte, e nei vicini comuni di Ceto, Cimbergo e Paspardo, nella media valle, in una grande area cintata eletta a parco nazionale delle incisioni rupestri, tra il Concarena e il Pizzo Badile. In occasione del solstizio d’estate (il 21 giugno) e d’inverno (il 21 dicembre) si verifica un fenomeno magico, che probabilmente contribuì a rendere sacri quei luoghi per gli antichi Camuni. I raggi solari creano grazie all’atmosfera molto umida, un fenomeno di rifrazione suggestivo quanto imponente, chiamato Spirito della montagna, che proietta sulla cima del Pizzo Badile una grande ombra, che sembra provenire dalla montagna e protendersi verso il cielo.
Il maggior sito d’arte rupestre della bassa valle è invece a Darfo Boario Terme, sulla collina di Luine, formata da rocce arenarie dal colore rosato-violaceo, note come Pietra Simona. Scoperto nel 1955 da Gualtiero Laeng, fu poi oggetto di un’ulteriore ricerca alla fine degli anni Settanta, che portò alla scoperta di oltre cento rocce incise e quindi all’istituzione del Parco Comunale delle incisioni rupestri di Luine. Si tratta in concreto di tre percorsi, il Rosso, il Verde e il Giallo, che portano a contatto coi roccioni dotati di incisioni molto antiche, dalle armi libere, cioè non impugnate, dell’età del Bronzo ai guerrieri dell’età del ferro, ai cavalieri armati, alle rose camune; dalle figure di animali alle iscrizioni in alfabeto camuno. È un luogo di pace, fra il verde dei prati e gli alberi fronzuti, i rigagnoli d’acqua e le
Il Parco delle incisioni rupestri di Luine, a Darfo Boario
montagne dall’aspetto gentile, coronate da cieli d’un azzurro intenso.
Ma la valle e le sue incisioni millenarie meriterebbero molto di più dei pochi accenni qui fatti. In generale la Valle Camonica è un bel posto per godersi le gite all’aria aperta e magari le terme: Darfo Boario è un paese costruito tutto intorno al turismo termale; non è particolarmente suggestivo, a parte le montagne che lo dominano, ma ci si sta bene e, appunto, si può godere nel “passare le acque” nel raccolto e ben organizzato stabilimento, dotato di due piscine, con prolungamento all’aperto, percorsi benessere, saune e le quattro acque (Antica Fonte, Igea,  Fausta e Boario) adatte all’apparato digerente ed epatico (www.termediboario.it).
Per dormire, un albergo in tema: il Rizzi Aquacharme, Hotel & Spa, è confortevole, dotato di un suo centro benessere, terrazza, solarium e giardino e di una cucina giovane e fresca, che ripropone la tradizione in termini di leggerezza (www.rizziaquacharme.it). Se si preferisce una bella trattoria, bisogna allora risalire lungo la valle per circa 8 km, fino a Esine. A La Cantina (www.trattorialacantina.com) Oriana Belotti e Giacomo Bontempi vi faranno immergere nella tradizione gastronomica camuna, con i salumi del luogo e la giardiniera fatta in casa, per iniziare. Poi, le tagliatelle con la farina di castagne e l’orzotto, magari all’aglio orsino o alle ortiche, i casoncelli e gli gnòc de la cùa (gnocchi  preparati con pane raffermo e spinaci selvatici o zucca). Stracotto d'asina fra i secondi e straordinari capù (involtini di verza), torta di patate con formaggio Cadolet o lo stesso Cadolet "parat con le trifole", cioè sciolto sul fuoco e mescolato a un uovo, poi rovesciato su un piatto di polenta fumante e completato con tartufo nero (conto sui 30 €, senza vino).
Dalla cantina, vini perlopiù regionali e la sorpresa delle semisconosciute (fuori zona) bottiglie della Igt Valcamonica: come il bianco Coppelle (il nome viene dagli incavi semisferici di pochi cm ricavati dai Camuni sui massi, dal significato misterioso), da uve incrocio Manzoni, riesling e chardonnay, vino pieno e dalla gradevole nota salina (Cooperativa Rocche dei Vignali, www.rocchedeivignali.it); o il rosso Lambrù, da marzemino, merlot e barbera, di sicuro carattere e buon frutto, prodotto a Darfo Boario da Togni Rebaioli (tognirebaioli.it).
La valle si tuffa a sud nel Lago d’Iseo (sponda nord-orientale), in cui s’immette a poca distanza il fiume Oglio. Con i suoi 65 km2, è il quinto (o sesto, se si contano le Valli di Comacchio) bacino per estensione. E ha una particolarità: ospita la più grande isola lacustre italiana, nonché la più alta d’Europa: Monte Isola (o Montisola). È una graziosa località (non a caso fa parte dei Borghi più belli d’Italia), balzata alla ribalta internazionale la scorsa estate, grazie all’ormai famosa passerella, The floating piers, creata e installata dall’artista bulgaro-americano Christo. Spentisi i riflettori e a un anno di
Uno scorcio di Peschiera Maraglio

distanza, rimane, oltre a un ritorno turistico intensificato, tutto l’incanto di una piccola isola senza auto, in cui si gira a piedi, in bicicletta o su qualche bus comunale. Poco più di 1700 abitanti, sparsi in dodici frazioni, vivono di turismo, produzione di reti e di barche, un poco di agricoltura (olio extravergine e verdure). Se Siviano è la sede comunale e delle scuole, Peschiera Maraglio è la frazione più nota, anche perché è il punto d’approdo più vicino alla terra ferma: da Sulzano bastano infatti 5 minuti di battello per sbarcare sull’isola. Da qui (ma anche da Carzano e Sensole) con una bella camminata di un’ora circa si può raggiungere il Santuario della Madonna della Ceriola, a 600 metri, punto più alto dell’isola, tre-cinquecentesco, con campanile del ’700. All’interno, la statua in legno della Madonna risale al XII secolo. Fuori, magnifica vista sul lago, con le due isolette di San Paolo e Loreto, rispettivamente a sud e a nord, e sul monte Guglielmo a nord-est, sulla sponda bresciana. Varrebbe la pena di girare tutta l’isola, magari in bicicletta: i velocipedi si possono traghettare o anche affittare a Peschiera (per esempio da Bertelli, via Peschiera Maraglio 154, tel. 030.9886103) e Carzano (Le delizie dell’isola, tel. 339.6841897).
Sardine in essiccamento
Dal punto di vista gastronomico, due gourmandise locali da ghiottoni: il salame leggermente affumicato e, soprattutto, la “sardina” dell’Iseo, in realtà un agone, ma simile alla prima per la forma allungata. Si pesca soprattutto tra novembre e marzo con le apposite reti di profondità, chiamate sardenere. Una volta pescate, pulite e lavate, le sardine vengono messe sotto sale per 48 oree poi ad essiccare all’aria e al sole per 30-40 giorni sugli appositi archèc, fili tesi su rami di frassino piegati ad arco, oppure su assicelle intelaiate in file parallele.
Dopo l’essiccazione sono disposte in modo concentrico in contenitori di legno o acciaio, e sono pressate con un peso, per eliminare il grasso. Quindi le sardine vengono ricoperte con olio di oliva. Si conservano per mesi, anche fino a due anni, cambiando l’olio. Dopo qualche mese di maturazione diventano dorate e si possono mangiare dopo averle cotte sulla brace. Sono quindi condite con olio, prezzemolo e aglio e servite con polenta. Le sardine di Montisola sono anche un Presidio Slow Food. E dove gustarle al meglio, se non nel ristorante di chi le pesca e le tratta, come Fernando Soardi, referente dei pochissimi produttori del Presidio? La Locanda al Lago, ha una bella terrazza sulle acque prospicenti la località di Sale Marasino, sulla costa, da cui si raggiunge agevolmente in battello. A tavola bisogna provare il salame montisolano e soprattutto il pesce. Dal carpaccio di trota al paté di tinca, al filetto di coregone in carpione, dalla millefoglie di sardina (con scaglie croccanti di polenta) ai primi: su tutti, le trenette alla pescatora con olio di Monte Isola e sardina essiccata, e la zuppa di pesce di lago. Fra i secondi, si punta a colpo sicuro sulle grigliate miste e le fritture. Sui 35 € (loc. Carzano 38, a nord dell’isola, tel. 030.9886472). Un posto interessante per acquisti gastronomici a Peschiera è il negozio Sapori tipici di Monte Isola del salumificio omonimo, dove vendono il loro salame, olio extravergine fatto con le olive isolane, pesce secco di lago e formaggi della Valcamonica (via  Peschiera Maraglio 136, tel. 030.9886292).
Fritto di lago del Cacciatore
Sulla costa bresciana, a Sulzano, si mangia molto bene alla trattoria Cacciatore, in posizione elevata, con bella vista sul lago. Qui ci si divide tra la linea di terra, con generosi piatti di carne, in particolare oca e cinghiale e quelli a base di pesce di lago. Salame, lonzino e pancetta sono fatti da loro, e si sente. Nell’antipasto del cacciatore, anche i nidi di polenta col formaggio; in quello del pescatore, pesce essiccato e marinato. Eccellenti anche i garganelli col persico, le sardine grigliate con polenta, la tempura, pescetti, verdure e pesce di lago fritti. Il cinghiale con le mele, discreto, è cucinato per la bocca dei turisti, senza quella traccia di selvatico, che per gli estimatori è una delle sue irrinunciabili prerogative (via Molini 28, tel. 030.985184, conto da 28 a 38 € vino escluso).
Brescia, città d’arte e di cultura, ma come si vedrà, anche godereccia, non è che a 25 km, mezz’ora d’auto. E in questo periodo c’è un motivo in più per visitarla. Dell’area archeologica del Capitolium ove si conservano i resti monumentali dell’antica Brixia, del Museo di Santa Giulia con la sua area espositiva di 14.000 mq, del Castello sul monte Cidneo, come dei due “duomi”, il Nuovo e il Vecchio, per non dire di Palazzo Loggia e del Broletto, si possono reperire notizie alla sede di Bresciatourism (via Einaudi 23) e sul sito www.bresciatourism.it. Una guida turistica esperta, affidabile e briosa è la dott.sa Marta Ghirardelli (cell. 349.5252032), non solo per la città, ma anche su tutto il territorio. Perciò non ci dilungheremo.
La grande novità del momento è l’esposizione en plein air di 72 opere di Mimmo Paladino: Ouverture è il nome della mostra disseminata tra le vie e le piazze di Brescia (in corso, fino al 7 gennaio 2018), in cortili o dentro ad edifici come il Duomo Vecchio. Il percorso si estende tra piazza della Vittoria, piazza della Loggia e il Duomo Vecchio. Sul basamento del Bigio di piazza Vittoria (rimosso nel 1946), una grande figura umana in marmo nero, realizzata per l’occasione, riporta all’Avanguardia del Novecento, in contrasto col fascistissimo Bigio elogiato da Mussolini e poi rimosso nel 1945. Sempre sulla piazza
Mimmo Paladino e una sua opera.
, sei tra i più celebri totem paladiniani, compreso lo Zenith, scultura equestre in bronzo e alluminio del 1999, lo Scriba e la Stella. Nell’area archeologica del Capitolium, i 20 Testimoni del 2009, opere in tufo dal richiamo archetipo. Nel Teatro Romano, cinque specchi ustori d’ottone, serigrafati e dipinti, di ben 5 metri di diametro ciascuno. Nel Duomo Vecchio, Stabat Mater, un trittico dedicato a Paolo VI. In giugno, un’installazione di terracotta inedita, di 80 mq, accoglierà i visitatori alla fermata della metropolitana Stazione Fs. Sono solo alcuni esempi della spettacolare mostra di Paladino, promossa dal Comune e dalla Fondazione Brescia Musei (www.bresciamusei.com).
Per rifocillarsi, dopo l’immersione nell’arte contemporanea, niente di meglio di un’osteria verace come l’Osteria al Bianchi, nel centro storico della città (via Gasparo da Salò 32, tel. 030.292328. Prezzo medio 32 €). All’ingresso, lungo la parete di destra, il classico bancone per l’aperitivo: con un bianchino o il Pirlo della tradizione (vino bianco con Campari, simile allo spritz veneto) si possono assaggiare polpette di carne, bertagnì (merluzzo fritto) e altri rustici sfizi. Franco Masserdotti o il figlio Michele, una volta accomodati a tavola in una delle due successive salette, raccontano il menu, che ha il
Specchio davanti al bancone del "Bianchi": riflessi,
il patron Franco Masserdotti e il figlioMichele.
suo fulcro iniziale sul salame insaccato dallo stesso Franco, coppa e prosciutto. Aperto lo stomaco, si sceglie tra i primi di pasta tirata a mano: casoncelli o malfatti (grossi gnocchi di spinaci e ricotta) al burro e salvia, pappardelle al pestöm (salsa con impasto di salame, verdure soffritte e bagnate con vino, poco pomodoro), poi anche risotto giallo, pappa al pomodoro. Vasta scelta tra i secondi piatti: eccellenti, su tutti, il tradizionale manzo all’olio, tipico di Rovato, e le lumache in zimino, ma vanno forte anche il baccalà in umido e lo stracotto d’asino. Buona scelta di bottiglie (ma si può bere anche sfuso). Particolarmente consigliabili un bianco di Lugana, per gli antipasti e a seguire il poco noto Botticino. È una piccola Doc, ma di vecchia e onorata tradizione: le viti crescono sui terreni accanto alle famose cave di marmo, che rivestono molte chiese, duomi e monumenti antichi della Lombardia. Andate a colpo sicuro sul Botticino Colle degli Ulivi di Noventa (www.noventabotticino.it), da uve barbera, sangiovese, marzemino e schiava gentile, che matura tre anni in barrique e botti grandi: pieno, sapido e profumato, una meraviglia.